venerdì, 06 novembre 2009
Grandi successi di musica leggera come «Samarcanda» o «Luci a San Siro», intercalati con arie di Rachmaninoff o di Vivaldi, trovano posto in un unico contenitore, «In Cantus», il nuovo album di Roberto Vecchioni uscito ieri.
Il progetto ha l'intento di unire musica classica e musica leggera e racchiude 14 pezzi registrati dal vivo, dopo un tour natalizio in luoghi sacri, realizzato da un'idea del maestro Beppe D'Onghia. Un album coraggioso che «non vuole fare retorica, bensì sfidare il senso della musica» ha raccontato Vecchioni presentando il lavoro. «Ho 66 anni e una lunga carriera di canzoni d'autore alle spalle. Ho voglia di fare degli esperimenti e mischiare dei generi è stata un'idea fulminante, nonchè una sfida divertente» ha detto. Il disco «è un piccolo canto dell'uomo» che si interroga sull'esistenza, sui difetti e sulla piccolezza di tutti noi. «Una Spoon River da vivi - spiega Vecchioni - in cui ho cercato di eliminare la forma soggettiva e dove il genere sinfonico mi ha aiutato a trascendere».
L'album, che sarà seguito da una tournée a partire da dicembre, accosta versioni orchestrali dei suoi brani a pezzi classici su cui sono stati adagiati dei testi scritti apposta, cantati o recitati dalla «Patetica» di Tchaikovsky o cambiando il significato delle «Quattro Stagioni» di Vivaldi.


(Bresciaoggi.it - 31 ottobre 2009)
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categoria: occhio ai critici
venerdì, 06 novembre 2009
Un nuovo lavoro di ricerca e sperimentazione svolto da Roberto Vecchioni e dal Maestro Beppe D’Onghia è stato raccolto in un CD intitolato, In Cantus, presentato alla stampa ieri presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano.
La location molto particolare ha reso ancora più emozionante l’incontro con i giornalisti.
Non è certo un luogo canonico e i vari quadri di Santi e Vescovi, i soffitti alti, i marmi, l’eco e il silenzio delle sale, sono li a ricordartelo.
Il professore entra con il suo fare semplice salutando e stringendo mani, si accomoda su una panca e noi giornalisti, in cerchio davanti a lui. L’atmosfera è rilassata, confidenziale, la sua voce profonda a tratti roca è amplificata dalla grande sala tanto che anche i quadri immobili sembrano voltarsi ad ascoltare.
La chiacchierata inizia da un’osservazione fatta a proposito del tentativo di molti artisti come Sting o Elio e Le storie tese, di arrangiare i loro brani in chiave classica, quasi una tendenza di questo periodo. Il lavoro di Sting è la ripresa perfetta del madrigale post rinascimentale che tra l’altro è stato inventato da Monteverdi e non dagli inglesi. Sting ha ripreso delle canzoni così com’erano, facendo una bella operazione di musica colta e intelligente. Tanto di cappello e non solo per questo. Elio e le storie tese hanno fatto una cosa spettacolare e meravigliosa ma sempre tesa alle loro canzoni, risponde Vecchioni e aggiunge, l’operazione che ho fatto io non è assolutamente o solo una contaminazione tra musica leggera e musica colta, che sarebbe stata se non altro temeraria. Io sono partito da un principio: basta con questi generi e con l’obbligatorietà dei generi. La musica una è... non posso farmi imprigionare da un genere. Infatti, tre anni fa ho fatto 150 concerti jazz, subito dopo ho ripreso il pop rock e adesso con il maestro D’onghia, abbiamo realizzato questa cosa che non è cantare musica lirica, non ne sarei capace. Ho voluto metter parole su brani sinfonici che non hanno parole, vedi Vivaldi , Rachmaninoff, Tchaikovsky. Questo disco lo definirei oggettivo, molto fisico. Voi lo sapete, io sono abituato a scrivere in maniera surreale di favole e miti, mentre le tematiche di questo lavoro sono tutto il contrario. E’ fatto di storie vere, storie di uomini, un piccolo canto dell’uomo, della sua ricerca di qualcosa. Le musiche sinfoniche che ho utilizzato mi sono servite tantissimo, perché le bellissime melodie mi hanno suggerito cose di oggi e del momento. Il senso delle canzoni del mio repertorio che ho inserito, va nella stessa direzione, verso una ricerca di qualcosa, di un senso, del divino, che so ad esempio, La stazione di Zima, Le rose blu, la poesia di Gasman che parla con Dio. Quindi la diversità da Sting è notevole perché la sua è un’operazione culturale molto bella ma su pezzi già scritti. La mia è un’operazione soprattutto umanistica. Avevo bisogno di parlare dell’uomo con delle sinfonie che mi servissero come appoggio.
Le tematiche di questo disco si incrociano non a caso con il suo ultimo libro uscito pochi mesi fa, Scacco a Dio questo denota una riflessione spirituale e profonda sul tema della religione e del rapporto con il divino e il cantautore aggiunge, il significato dell’esistenza così com’è, materiale, non regge e quindi ci deve essere qualcosa di più. Poi c’è questa verità che ci portiamo dietro tutti quanti: una verità dell’anima e del sentimento che a volte non è spiegabile… perché ci commuoviamo? perché ci emozioniamo? Da dove vengono queste cose? Ci deve esser una spiegazione, perché noi non siamo solo ragionamento, logica, matematica siamo anche poveri esseri umani che anche per una piccola cosa tiriamo fuori una lacrima. Proprio per questo io ho cominciato a pensare e a credere che ci fosse qualcosa di superiore che comunque sapesse come stavamo muovendoci. Per me oggi il cammino per la fede è pieno e irto di ostacoli ma è importante, non è banale né da bacchettoni né un fatto di convenienza ma nasce da una ricerca, è da persone serie. Rappresenta anche quello che c’è in questo disco… un bisogno di perdono, perché sento gli errori che facciamo, che ho commesso e che compio e sento che ho bisogno di qualcosa che non arrivi dall’alto ma vicino e dentro di me, perché se Dio parla non lo fa dall’alto ma tra di noi che poi è la cosa più giusta.
La conversazione si sposta su temi diversi e pongo la questione sul confronto del Vecchioni autore di testi come Donna Felicità, rispetto all’autore di oggi, un’evoluzione sorprendente che, come mi ha suggerito in una nostra conversazione, il nostro Diretur Giancarlo Passarella, lo accumuna per certi versi a Ennio Morricone arrangiatore di brani beat negli anni 60, poi divenuto il grande maestro dei nostri giorni.
Il signor Vecchioni commenta così, Qui si parla del periodo di infanzia… d'altronde quando si è studenti e indipendenti com’ero io, bisogna mantenersi in qualche modo. Poi entrare in una casa discografica e scrivere brani per gli artisti dell’epoca era una cosa meravigliosa. Io ho scritto canzoni per tutti, anche per i nomi importanti, Mina, Lauzi però ho anche scritto canzoni per cantanti che hanno fatto un disco solo, perché era un lavoro. Ho tentato di essere meno falso possibile e mettendoci qualche slogan musicale, imparavo a scrivere. Un periodo molto bello, noi cercavamo motivi semplici, anche per vendere, perché no… un periodo che non rinnego affatto. Quando nell’89 De Andrè disse in un suo libro che la bellezza non deve essere per forza culturale, se hai centrato pienamente e in modo popolare la canzone, senza costruire falsi miti, hai fatto una cosa giusta e io sono d’accordo. Infatti, non è che tutto quello che fanno gli intellettuali sia giusto, l’80% sono porcherie, ma nessuno ha il coraggio di dirlo. Così come sono magari belle le canzonette della musica leggera, perché arrivano direttamente alla gente. Poi chi è che mette questo confine? Non mi sembra il caso di metterlo… quindi sono molto orgoglioso di aver passato una gioventù a guadagnarmi il pane e la birra facendo canzoni che non avrebbero niente a che fare con chi sono oggi.
La scelta dei brani è stata fatta in base al gusto dell’artista e in base alla popolarità delle composizioni anche perché, come spiega lo stesso autore, inserire otto o dieci brani di musica classica, avrebbe appesantito un po’ il progetto. Le melodie scelte sono state quelle che piacevano più a me e che risultavano poi le più popolari e aggiunge da sempre mi piace scrivere i testi e mi sono sempre chiesto come mai per queste sinfonie non fosse stato creato un testo. Ho fatto che farlo io alla prima occasione, con molta umiltà, creando una sorta di contrasto con la leggerezza o la tensione del brano rispetto al testo. Ad esempio, per le quattro stagioni di Vivaldi, che rappresentano il massimo dell’armonia della Natura, ho scritto un testo nel quale il marito strozza la moglie. Per la patetica di Tchaikovsky un brano che ha un’atmosfera triste, ho scritto una storia d’amore felice, volendo proprio osservare l’effetto del contrasto.
Sono rimasto coerente solo con Rachmaninoff, perché credo che quel concerto (concerto n° due in Do minore ndr.) sia stato scritto per un’umanità dolente, che non si capisce. Il senso di tutto il disco sta anche in questo messaggio, da soli non si va da nessuna parte, si deve poter sorridere e piangere ma sempre con gli altri.

Arrivano anche le domande sui giovani, ritenuti a volte e in alcuni casi combattenti del cinismo, cioè non gli frega un cazzo di niente, dicono: mica mi metto a rovinare la mia vita per quello là o quell’altro… così calano le soglie tra il male e il bene ed è questo l’effetto più grave del cinismo, oltre a renderli provocatori e talvolta arroganti. Badate bene però che questa provocazione è una richiesta d’amore, per sfuggire alla sensazione di essere solo un numero. Purtroppo a volte questo atteggiamento è pesante e si traduce in vigliaccheria soprattutto quando li porta ad episodi di bullismo… Risponde così a chi gli chiede cosa pensa dei giovani musicisti che cercano di guadagnare anche loro il pane e la birra, Fare musica ha due valenze, la prima è per salvare il tempo, quando uno fa musica la scrive e se la canta e sta bene perché è uno sfogo che nasce per essere ascoltati. La seconda cosa è essere cosciente del fatto che si sta facendo qualcosa di vero di inventivo e pensato, come va, va… l’importante e suonare e che ci sia gente che approvi e viva con te quello che stai facendo. Poi arriva anche il successo anche se io sono sempre diffidente verso il successo, quelle volte che l’ho avuto non me l’aspettavo e quando un mio disco vende così tanto mi fa sempre pensare che io abbia sbagliato qualcosa… preferisco accontentarmi della qualità di quello che uno dà a se stesso piuttosto che la sterminata vendita di dischi.
Un Vecchioni che tocca anche con questo lavoro, le corde più profonde e si interroga sul senso della vita, osservando l’uomo nella sua fragilità e nella sua sfrontatezza che lo porta anche a sfidare Dio.
Tutti lanciamo il nostro Scacco a Dio intorno ai sedici, diciassette anni, la differenza è che poi magari qualcuno stempera, si addormenta oppure la vita lo costringe a seguire altre strade.
Io ho avuto la fortuna di non avere assilli e di poter fare cose contro la normalità, contro l’ovvietà. Non mi andava di seguire correnti e credo che, proprio per questo, molto di quello che ho fatto non sia stato compreso e aggiunge ho cambiato idea sulla ribellione e sul destino, perché credo che siamo noi gli artefici del nostro destino. La ribellione deve nascere quando qualcosa non ci va più…
A volte immagino che Dio, prima che noi nasciamo, ci metta di fronte a dei depliant con una serie di destini possibili e che ci chieda di scegliere. Ci sono scelte positive, felici così come dolorose, quindi non è Lui a scegliere ma siamo noi. Dio è l’archivista di questi depliant e sa benissimo cosa succederà, poi ci meravigliamo delle cose che succedono ma forse e proprio perché le abbiamo scelta prima….

Si definisce un passatista, Vecchioni, perché preferiva la Milano di venti, trent’anni fa, oggi è una confusione di livelli di valori, dettati dalla corsa e dell’arrivismo. Milano era una città aperta, ora non lo è più, era una città divertente, ora non mi diverte più così tanto. Pensate negli anni sessanta e settanta quanta creatività passava per le nostre strade, quanti Cabaret, ora non c’è più niente di così creativo, ora ci si arrabatta come si può e questo vale anche per città come Roma. Non hanno più niente di così artistico. Io sono un passatista, non mi piace più così tanto la Milano di oggi.
Si chiude così il nostro incontro, una stretta di mano e un sorriso, un autografo sulla copertina del disco e l’eco della sua voce che si allontana in altre sale della pinacoteca ambrosiana… Grazie professore.

(Nicola De Rio - 30 ottobre 2009)
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categoria: interviste, occhio ai critici
venerdì, 06 novembre 2009
Dalla spiritualità di una poesia alla spiritualità di un album di canzoni. I versi di A Dio di Vittorio Gassman, in cui il grande attore scomparso si interrogava sulla solitudine degli uomini e sul bisogno di rivolgersi ad un Essere Superiore, hanno toccato l'anima di Roberto Vecchioni che ha permeato di spiritualità gran parte del suo ultimo lavoro In Cantus il nuovo album uscito ieri per la Universal Music e che nasce da un breve e coraggioso tour natalizio in luoghi sacri, come Chiese e Cattedrali, realizzato l'inverno scorso da un'idea del maestro Beppe D'Onghia. In particolare dalla poesia A Dio Vecchioni ha preso spunto per alcuni dei brani del suo disco come: La stazione di Zima, Le Rose Blu e Viola d'Inverno.
Quello di Gassman è un testo che, come spiega lo stesso cantautore in un'intervista all'Avvenire, "ha dato più senso al progetto" caratterizzato da arie classiche, intercalate con canzoni di Vecchioni, legate dal denominatore comune dei temi eternamente presenti nell'uomo: l'interrogarsi sull'esistenza, l'amore tra gli uomini, il rapporto con l'eternità, il sentimento del divino. "L'uomo non basta a sè stesso - sottolinea Vecchioni nell'intervista - per questo la mia arte va sempre più verso la spiritualità".
"In questo mio nuovo viaggio da cercatore dentro la musica - continua Vecchioni - parlo dell'umanità. Perchè oltre ideali e piccolezze, rabbia e amore, egoismo e altruismo, quotidiano e nostalgia d'eterno, c'è bisogno di trovare idee sull'uomo, veramente nobili, alte. E' tempo di una piccola 'Spoon River' dei vivi, per capire chi siamo e che senso abbiamo". Nell'intento di unire musica leggera e musica classica, versi d'autore e di tradizione, melodie classiche e poesia contemporanea, Vecchioni, che non è nuovo a contaminazioni a prima vista improbabili, affronta la ricerca di un linguaggio che attraversi e travalichi i confini di culture e tradizioni diverse.

(31 ottobre 2009 - Adnkronos)

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categoria: occhio ai critici
martedì, 08 settembre 2009
«A un certo momento della mia vita il viaggio verso terre sconosciute divenne una necessità non più rinviabile. Era un periodo nero per me perciò ho pensato di andare nel posto più lontano possibile, quello che meno conosco. Ho preso moglie figli e sono andato in Kenia».
Il cantautore, ex insegnante e scrittore Roberto Vecchioni, parla della sua esperienza in Africa con grande serenità.
Pensavo di starci un paio di giorni da turista, invece subito mi ha preso tantissimo la popolazione interna e i ragazzi keniani che mi portavano a pescare con loro, e nei villaggi la consuetudine di una vita senza troppe turbolenze, dove si può parlare di religione, arte, pensiero. E c’è sempre qualcuno che ti ascolta e ti risponde.
Com’è l’Africa che ha scoperto?
In Africa è tutto naturale. Gli scogli sono montagne cadute in mezzo al mare, si coprono e si scoprono secondo le maree, le stelle sono una attaccata all’altra, perché il cielo è gremito di stelle, le piante tutte grandi, gli animali, i ragni e le libellule sono dieci volte più grandi di quelli che siamo abituati a vedere in Italia.
Il suo ultimo libro si intitola «Scacco a Dio» (Einaudi). Una manifestazione di religiosità?
Il libro è una cosa seria e vuole lasciare un piccolo segno di cultura in un momento in cui la cultura sembra non esistere più. Nessuno fa più cultura: è nozionismo dicono. Ma non è vero, la cultura non ha niente a che vedere con il nozionismo. Per far rivedere ai giovani quanto sia stato grande l’uomo nella storia, la cultura è indispensabile.
Obiettivo del libro?
Spiegare l’amore, la fede e il libero arbitrio con un po’ di buon senso senza esagerare in ragionamenti. Non volevo fare un testo di teologia filosofica perché non ne ho i mezzi e Dio stesso dice al suo ministro: Perciò Dio si traveste e scende in mezzo agli uomini?
Dio ha avuto sin dall’inizio dell’eternità il desiderio di travestirsi da uomo e ha cominciato con suo Figlio. E poi la ragione è necessaria: se rimanesse sempre Dio Puro Spirito, non riuscirebbe a conversare con il suo primo ministro, quindi deve razionalizzare il suo Infinito Pensiero essere uomo.

Francesco Mannoni
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categoria: interviste, occhio ai critici
mercoledì, 02 settembre 2009

vecchioniL'uomo che si gioca il cielo a dadi è più di una biografia. Matteo Orsucci, forte del confronto diretto con il cantautore, ne traccia un profilo critico, regalando al pubblico una lettura inedita e mai banale del Professore che nell'immaginario comune, e per sua stessa ammissione, è un cantautore di una sinistra strana, eterodossa, talvolta critica. Eppure, l'aspetto che maggiormente definisce Vecchioni è il suo rapporto con l'assoluto, un conatus che spinge tutto oltre il limite umano. Due sono i grandi temi portanti dell'opera vecchioniana analizzati in queste pagine: il senso della morte e la liturgia degli affetti. Indagando il primo si scopre che dall'ombra nera di L'ultimo spettacolo> fino alla folle corsa del soldato verso Samarcanda, passando per la toccante Tommy, dedicata a un amico suicida, tutto è spinto nel centro di una domanda, forse la più banale, senza dubbio la più lacerante: perché? Grazie a un'intervista inedita, l'autore fa emergere l'essenza più vera di Vecchioni, ripercorrendo le tappe fondamentali della sua ricerca del senso attraverso la figura di Dio, poi conclusa in una fede sui generis, molto personale e quasi di stampo luterano, "però cattolica per tutto quel che riguarda la liturgia del Vangelo".

Titolo: Roberto Vecchioni. L'uomo che si gioca il cielo a dadi.

Autore: Matteo Orsucci

Editore: Aliberti

Prezzo: € 13,90

Data pubblicazione: 2009

 

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categoria: occhio ai critici, scrittori, segnalazione eventi
domenica, 30 agosto 2009
Schivo prima del concerto. Poi sul palco si trasforma in un "giocoliere" di parole. Canzoni né retoriche né banali. Così definisce i suoi brani l'abile comunicatore con ben 30 anni di successi. Storie vere dense di metafore. A bando però la "fasullaggine".
"Quello che canto l'ho vissuto sulla mia pelle". È Roberto Vecchioni a rompere il ghiaccio con la sua Samarcanda prima del suo unico concerto in Basilicata. Con chitarre, violino e flauto anche gli arrangiamenti diventano un'arte. Ma è la viola lo strumento preferito da Vecchioni. In più di due ore di concerto a Sant'Angelo Le Fratte non sfugge al noto cantautore la questione italiana e non sorvola sul fatto che "la democrazia ha un limite".
"Cosa dico a Calderoli? Ma che mestiere fa Briatore? Forse è celebre solo per decreto". Ed ancora "può la poesia salvare il mondo? No, ma bisogna scriverla".
È questo il Vecchioni che trasforma in versi anche la storia di quei poeti che "sposano il cielo con un pensiero", come Van Gogh e Paul Gauguin.
L'arte della musica di Vecchioni con Sogna ragazzo sogna diventa "un bagaglio di speranze anche per i giovani, per quei tanti spaventati guerrieri o piccoli comici".
A fine concerto Vecchioni però ha sganciato una promessa: ha annunciato un suo ritorno in Basilicata.

Professore e cantautore: un Vecchioni dalla duplice veste?
In realtà sono sempre lo stesso. Quello che mi batte dentro è la curiosità di scoprire cosa pensano gli uomini. Da professore con i miei studenti e da cantautore con quanti apprezzano la musica.

Cos'è la musica per Vecchioni?
Una gran percentuale della mia vita. Musica per me non è solo scrivere ma è anche quando l'ascolto. C'è in tutte le cose. Ogni cosa ha un suo ritmo.

Un Vecchioni quasi sempre mosso da uno spirito critico. Anche nel centrosinistra? Nel suo concerto ha detto che la democrazia ha un limite. Ed allora cosa dice ai nostri politici?
Ho le idee chiare. Si è mischiato tutto, stanno ingannando tutti. Ora è il gossip quello che conta. Si prospetta sempre di più una crisi che porterà tutti i nodi al pettine. Per l'Italia sarà solo un boom negativo.

Come va il settore discografico in Italia?

Malissimo, ma lo si doveva sapere già 15 anni fa. La musica è nell'etere, ormai c'è internet.

Com'è la musica italiana oggi?
Ci sono quelli che si rinnovano, anche se gli ascolti restano bassi. Oramai fa successo tutto ciò che è scontato. Ci sono stati gli anni 60/70, un periodo fondamentale per la musica italiana. Poi un lento mortorio. Ma c'è ancora qualcuno che salva la faccia come Battiato, De Gregori, Gino Paoli. Sono delle stelle in cielo.

(intervista raccolta da Angela Scelzo)
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categoria: interviste, occhio ai critici
mercoledì, 12 agosto 2009
Lui sì che è aristocratico, come la sua Inter. È il professor Roberto Vecchioni, quello che insegnava al liceo classico e che ora insegna all'Università. Lo stesso Roberto Vecchioni che suona e canta. Proprio così «oh oh cavallo oh oh». E che scrive romanzi e fiabe. Uno che con la sciarpa al collo nerazzurra passa da Oscar Wilde a Giacomo Leopardi, come a iniziarti a un linguaggio comune, quello della poesia, dell'arte, del pensiero, del bello. È aristocratico uno che può permettersi di dire coglioni e culo senza essere volgare. Proprio come la sua Inter, capace di un orgoglio antico anche nella sconfitta ma incapace di gestire il piacere della vittoria. Il professore è arrivato all'età della pensione, ma in pensione non ci va. La vita è una cosa seria, dice adesso a 65 anni, e ci sono un sacco di cose da fare. Anche annoiarsi e brigare con i figli adolescenti che non hanno voglia di studiare. Vecchioni la giovinezza se l’è cucita addosso: lui che con i giovani ha passato tutta una vita, sia tra i banchi sia ai concerti, da loro ha imparato e poi a loro ha restituito gli strumenti per vivere e districarsi in una vita spesso complicata. Libri chiusi, dunque, con il professor Vecchioni: si parli o si canti che ci si capisce meglio.

L’INTER E’ SPIRITUALITA’ - Per l'Inter però una spiegazione dal cuore di Vecchioni serve. «L'Inter è spiritualità, è un modo di vivere, di essere. Un'avventura storica straordinaria: sconfitte, vittorie di Pirro, casualità, è sempre un sabato del villaggio. L'interista è programmato geneticamente alla sconfitta, noi la vittoria non sappiamo come gestirla». Profondamente innamorato di quei colori, mai invidiato i successi altrui, ha vissuto «un conflitto epico con la Juventus, molto di più che con il Milan, avversario naturale. In Inter e Juve c'è la pretesa aristocratica di vincere e la modestia di accettare la sconfitta».

NAPOLI, L'ALTRO AMORE - Roberto figlio di napoletani, con padre tifoso del Napoli, non ha resistito al richiamo di un’Inter snob e popolare insieme, anche se il padre lo portava allo stadio a vedere il Milan. «E io per ripicca ho tifato Inter. Diciamo che è un tifo di ribellione alla figura paterna». Ma il napoletano che è in lui vive. Milano il lavoro, Napoli «il mio tempo libero, la bellezza, la libertà. Vado sempre là per le feste, ho ancora tanti parenti. Ho grande simpatia per la squadra azzurra».

GRANDE MOURINHO - Gli sarebbe piaciuto avere Kakà all’Inter e trova Mourinho originale «perché non fa e non dice quello che tutti si aspettano. Tira sempre fuori un argomento di discussione. Un po' come Zeman. Anzi è un Mazzone colto».

COSE DA DIRE - Vecchioni cantautore, di quelli che «la musica è una cosa seria, si scrive ogni tanto. Non si fanno dischi così perché si devono fare, ma perché c'è un momento in cui si hanno cose da dire»; di quelli che i figli «mi prendono in giro dalla mattina alla sera e mi dicono “fai solo piangere, che schifo è 'sta cosa!” Ma poi regalano i miei libri o i miei dischi agli amici».

VOTI INGIUSTI - I figli sono quattro e di voglia di studiare poca. «Soprattutto i due maschi. Il piccolo, sedicenne, poi non ne parliamo, è pure romanista! Però hanno un certo senso etico della vita. Hanno dei valori». Vecchioni, trent’anni di scuola da professore, ha visto cose... «Ho visto il cambio di generazioni, ho visto perdere e vincere. Nella scuola bisogna parlare e parlare; serve che gli insegnanti mettano lo studente a contatto con la vita piuttosto che con i libri, ma quello che manca è un'educazione emozionale e sentimentale. L'umanesimo dà una certa visione di sé e del mondo. L'arte è un'arma. Io ho vissuto gli anni Settanta, anni difficili, droga, politica, botte. Qualcuno si è perso, qualcuno se n'è andato. Ai ragazzi bisogna dare esempi e non voti. Non sopporto nemmeno quelli che date voi ai calciatori. Il voto è un riassunto scemo. Significa ridurre un uomo a un numero. Lo si dà secondo quello che si pretende dal calciatore e non in base alla prestazione reale. Il voto vero spetta solo l'allenatore. Comunque ho dato anche io i miei voti a scuola».

OSTRICHE - Vecchioni è in piena attività. «Questi 65 anni sono arrivati di colpo. A un certo punto me li sono contati tutti. Oggi ricostruirei qualcosa del mio carattere. Per troppi anni sono stato egocentrico e fuori della realtà. Vorrei essere più altruista con le donne. Ho sempre pensato a me, al mio successo, alla mia vita. Nel lavoro invece sono sempre stato mosso dal sentimento, trascinato dalla febbre di fare una cosa. La vita è anche una gran rottura di scatole, ma non bisogna lasciare nulla al caso. Ai nostri figli bisogna insegnare la normalità». E lui si sente una persona normale, fa la spesa, porta a spasso il cane, corre con lui, parla con la gente, gira parecchio e cucina. «Cucino la pasta e mangio di tutto. Mi piacciono pasta e fagioli, rognone e fegato e poi le cose osè: ostriche e salmone». E qui al professore però la poesia viene meno… «L’ostrica la metto in bocca e butto giù in modo ingordo. Ingerisco. Niente lingua-palato-lingua, lo so… non va bene».

(Corriere dello Sport, Valeria Ancion, 11 agosto 2009)
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lunedì, 27 luglio 2009
Abbiamo incontrato a Carrara il 3 luglio u.s. in occasione della presentazione alla stampa di SPIRITUS FESTIVAL (www.spiritusfestival.it) un… “testimone della sua epoca”, parafrasando in questo modo il dictat espressivo e delucidante di S.S. Benedetto XVI; un personaggio sensibile alla superficialità imperante, un cantautore poetico che con il suo impegno sociale riesce, almeno in parte, a risvegliare quei valori etici, morali e civili assopiti dall’attuale stressante vita collettiva. Roberto Vecchioni sa infondere alle nuove generazioni, che incontra nelle aule universitarie, la poesia, quell’archetipo insito in una umanità ormai “distratta”. Oltre a partecipare a SPIRITUS FESTIVAL, come cantautore - sabato 25 luglio a Carrara, in Piazza Alberica alle ore 22,30 è nel suo concerto “IN CANTUS”, potpourri di opere liriche e non, interpretate in modo originale da questo multiforme e vario animale da palcoscenico – Roberto Vecchioni è per promuovere la sua ennesima opera letteraria edita dalla Einaudi: “Scacco a Dio”. E sempre a Carrara, sabato 25 ma alle ore 20,00 in Piazza del Teatro, presenta il suo libro, coordinato da Massimo Lucchesi insieme a Paolo Crepet. D'altronde è solo dal 1996 che alterna la sua scrittura creativa con quella per i racconti e per i romanzi. Roberto Vecchioni scrive anche poesie, o meglio, è la poesia che lo afferra e lo costringe a scrivere. L’ala della Poesia quando passa ti soggioga!
Da appena un mese è uscito il tuo ultimo romanzo “SCACCO A DIO”, cosa significa e qual è il messaggio subliminale che vuoi mandare; e a chi in particolare?
Non c’è messaggio subliminale, “Scacco a Dio” è chiaro come il sole: noi sfidiamo la vita di tutti i giorni e quella dei giorni rari concessi a pochi… Perché? Dio non ci ha voluti felici e con la pancia piena, sarebbe stata la nostra fine. Dio ha voluto che ci costruissimo tra il dolore ed il respiro per non addormentarci mai, per cercare sempre.

Secondo la tua opinione, ci sono dei limiti, dei confini, tra l’arte del musicare, del comporre, e l’arte dello scrivere?
I limiti sono tutti formali. Una canzone è l’intreccio di tre semantiche: parola, musica interpretazione. Scrivere (poesia – narrativa)è parolare (un limite e un vantaggio) e basta. Il punto cruciale e finale sta sempre nella sintesi lirica e questa si può raggiungere in vari modi, da qualunque parte si provenga.

Che rapporto c’è tra la fatalità, il destino e il libero arbitrio?
Io credo che all’Uomo sia dato di scegliere sempre in piena libertà. Quel che chiamiamo “destino” altro non è se non ciò che abbiamo già scelto, scegliamo o sceglieremo e di cui Dio tiene un archivio. L’archivio è ininfluente, siamo noi a scriverglielo. Il caso è la più grande prova della libertà degli eventi, tragico o fortunato che sia.

Credi nei simboli, nei messaggi, negli avvertimenti o consigli che una realtà a noi invisibile, impercettibile, sconosciuta ai nostri sensi ci fa arrivare alla nostra coscienza?
Credo ad un’immensa forza intuitiva, mediatica che ci percorre e ogni tanto si palesa.
Penso che il mondo, l’universo siano disseminati di simboli che ci sfidano a capire. Credo mediocre ed inattendibile un’esistenza basata su domande e risposte abituali, rituali. Credo che l’Arte, come “Inventio”, ci dia risposte uniche.


Cosa pensi della sfida continua che l’Uomo nei secoli e ripetutamente, muove a Dio attraverso le scoperte scientifiche o attraverso intenzioni opportunistiche dell’umanità in genere?
Penso che Dio abbia creato gli Uomini e il Mondo non aspettandosi niente di diverso da ciò. Non siamo una riserva di branzini, uno zoo di animali da collezione. Dio per primo voleva queste sfide continue.

Una riflessione sull’opera di Robert Louis Stevenson “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, 1886), non può anche questa sfida essere considerata uno “scacco a Dio” ante litteram?
Assolutamente sì.

Come definisci questa tua nuova opera “SCACCO A DIO” una raccolta di racconti, un romanzo dell’esistenza, o un diario delle sfide? Resta comunque assodata la tua capacità di scrittura chiara, precisa, sobria e limpida.
Questo è un romanzo di racconti; ma le sfide sono solo dei pretesti. In realtà quel che mi premeva era arrivare ad una fede, ad una certezza emozionale fuori dalla teologia e dalla filosofia.

Torniamo un attimo alla tua discografia. C’è un lavoro con il quale sei particolarmente in empatia totale e per quale motivo?
La mia ricerca è stata progressiva e non facile: ho eliminato (prolissità – supereghi politici del momento – amori strazianti) e ho aggiunto ( l’Uomo per sempre – i ricordi come salvezza – i valori per sempre) e ad ogni tappa ho amato e difeso quel che facevo. Se devo dire cosa è venuto fuori credo che di meglio non potevo; penso a “Il cielo capovolto”, a “Il lanciatore di coltelli”, a “Di rabbia e di stelle”
.

( L'Unico - Giuseppe Lorin - 24 luglio 2009)
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