domenica, 01 novembre 2009
Ogni uomo della vita mia
era il verso di una poesia
perduto, straziato,
raccolto, abbracciato.
Ogni amore della vita mia
ogni amore della vita mia
è cielo e voragine,
è terra che mangio
per vivere ancora.


E' così che mi piace ricordarti!


postato da: maria963 alle ore 23:33 | Permalink | commenti (2)
categoria: i poeti
giovedì, 01 ottobre 2009

In un momento
Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

Una poesia di Dino Campana dedicata alla scrittrice Sibilla Aleramo. 
Da poco ho acquisito la poesia di Dino Campana, definito il “Poeta dei due Mondi” le cui composizioni trovavano estimatore autorevole in Eugenio Montale che gli dedicò una poesia o meglio un omaggio a chi meglio di lui aveva saputo piegare le parole fino a renderle ancora più oscure.
Sconosciuto ai più, il poeta viene avvicinato come destino a quello di Arthur Rimbaud “poeta maledetto” per il bisogno di fuggire, l'idea del viaggio, l'abbandono di un mondo civile estraneo. Affrontati, in verità, in modo molto diverso. Mentre Rimbaud scelse di abbandonare la letteratura per fuggire in Africa e prestarsi a mestieri avventurosi e alternativi, come il commerciante d’armi; Campana non scelse ma fu sopraffatto dagli eventi che attraversarono la sua vita diventandone una vittima senza mai disertare la poesia, come, differentemente, aveva fatto il poeta francese, trovando alla fine dei suoi viaggi, senza una vera meta, solamente la follia.
postato da: kiriku alle ore 12:47 | Permalink | commenti
categoria: poesia, i poeti, scrittori
sabato, 13 giugno 2009
Roberto - La SpeziaBrano intenso, profondo quello di Beppe D'onghia.
Pianoforte (Beppe D'Onghia), 1° e 2° violino, viola, contrabbasso, flauto (Ilaria Biagini)... ad accompagnare la voce di Roberto Vecchioni che con In-cantus porta in scena alcuni suoi pezzi in rivisitazione classica e alcuni pezzi classici, nonchè una versione davvero simpatica di Jingle Bells. Si parte per questo nuovo viaggio con Blumun e, a ruota, un pezzo di Mozart, composto quando lo stesso aveva 15 anni. Seguiranno pezzi di Puccini, Chajkowskij, Rachmaninoff (su alcuni di questi Roberto ha aggiunto un testo, recitato o cantato), intervallati da  Milady, Sogna ragazzo sogna, La stazione di Zima, Le rose blu (bella ma preferisco la versione originale), Viola d'inverno, Voglio una donna (un quintetto classico che si cimenta con questa divertente canzone è un'esperienza unica), L'uomo che si gioca il cielo a dadi (una versione stupenda: certamente quel giovane cantautore su quel lontano palco di Sanremo non avrebbe mai potuto immaginare che un giorno avrebbe interpretato così quel suo pezzo poco recepito allora), Luci a San Siro, Samarcanda (con la quale si conclude lo spettacolo) e poi ancora intervallati dalla recitazione di alcuni versi, tra cui alcuni di Vittorio Gassmann.
Un ottimo lavoro, una sperimentazione riuscita, nella quale ritroviamo un artista e i suoi pezzi che reggono bene anche in una versione classica, oltre a quella rock e jazz che già conosciamo.
Ciò nonostante, riconosco, personalmente mi aveva maggiormente colpito il lavoro jazz del trio: Vecchioni - Fariselli - Dalla Porta, probabilmente perchè più nelle mie corde, se si esclude l'interpretazione odierna di L'uomo che si gioca il cielo a dadi che mi ha davvero emozionato molto.
Ciò che riscontro viene tenuto sempre in poca considerazione (ma non certo solo negli spettacoli di Vecchioni), è la scenografia, nonché le luci, sulle quali io lavorerei molto di più e sono certa darebbero un maggior risalto a queste sperimentazioni davvero coraggiose e ottime del nostro.
postato da: maria963 alle ore 11:40 | Permalink | commenti
categoria: musica, le canzoni d autore, i poeti
giovedì, 21 maggio 2009
max_fnac19 maggio, ore 18, alla Fnac di Torino in via Roma, Max Manfredi si concede ad un'intervista e presenta il suo ultimo album "Luna persa". Si festeggiano i 5 anni di Maison Musique e questa è solo un'anteprima del concerto che si terrà a Rivoli, in via Rosta 23 (sede della Maison Musique), sabato 30 maggio alle ore 22.
Alla Fnac, ad accompagnare Max, il M° Spiccio (pianoforte) e il contrabbasso di Federico Bagnasco, ma il 30 - Max informa - il gruppo sarà al completo.
Non mancate! Sarà una serata doc! La sala di Maison Musique non è enorme, quindi è meglio prenotare i posti: potete acquistare i biglietti direttamente online: clicca qui
Non preoccupatevi per la cena: sul posto troverete un'accogliente cocktail bar dove gustare appetitosi spuntini o, per i più esigenti, il ristorante per
antipasti piemontesi e di pesce, nonché succulente grigliate di pesce e carne.
Vi aspettiamo!
postato da: maria963 alle ore 13:08 | Permalink | commenti
categoria: musica, i poeti
lunedì, 02 marzo 2009
MAX
bar_8
“E’ un capostipite (…), uno che ha bazzicato col romanzo, con la poesia, col dialettale, con la canzone e senza, è un capace, uno che non posso nemmeno limitare con il termine di cantautore: è un intellettuale”.
Roberto Vecchioni, 2008

“Voi qui a Genova avete il più bravo di tutti: Max Manfredi”
Fabrizio De Andrè, 1997


Di lui abbiamo già parlato... ma non si dirà mai abbastanza.

sabato 30 maggio - ore 22.00
maison musique (Rivoli, via Rosta 23)
ingresso € 10,00

(apre Dino Fumaretti)

Genovese, cultore e ricercatore di musica tradizionale, particolarmente appassionato alla canzone dei trovatori medievali, Max Manfredi è un raro esempio di produttore di canzone d'autore di qualità garantita, raffinato alchimista di un'indovinata miscela di musica, poesia e fantasia, uno che ama curare liricamente il linguaggio, insomma un atipico della canzone contemporanea.
Nel 1989 vince il premio Città di Recanati con la canzone Via G.Byron, poeta e nel 1990 vince la Targa Tenco per la migliore opera prima Le parole del gatto. Nel 1994 pubblica il secondo album, Max, a cui partecipa Fabrizio De Andrè nel brano La Fiera della Maddalena. Nel 1997, la Regione Liguria nomina Max Capostipite della nuova generazione dei cantautori genovesi. Nel 2001 pubblica l'album L'intagliatore di santi. Nel 2008 è uscito il suo nuovo album Luna Persa, che Max ha presentato nell'autunno scorso al FolkClub. L'album, di straordinaria bellezza, è la vera e definitiva consacrazione di Max nell'olimpo dei grandi cantautori italiani.
Max è accompagnato a Maison dalla sua band La Staffa, composta da Matteo Bagnasco (contrabbasso), Marco Spiccio (pianoforte), Matteo Nahum (chitarre), Fabrizio Ugas (chitarre).


Per info e acquisto biglietti: clicca qui

p.s. non aspettate... si prevede il tutto esaurito!
postato da: maria963 alle ore 15:41 | Permalink | commenti (1)
categoria: le canzoni d autore, i poeti, segnalazione eventi
mercoledì, 18 febbraio 2009
IMG_9361Eccomi qua
Ora io sfiorerò
I tuoi occhiali e le ricette scritte a matita
Vetri blu e cartoline
Li porterò via con me quando andrò…

Lui mangia da solo
Da quando tu
Sei andata via come un fiocco di neve
Che si è sciolto tra le mie dita
Lo portero' via con me quando andrò…

Ma mi sentirà?
Ma dove sarà?
Dio falla stare di fronte a un lago azzurro
Dove si pettinerà
Guardando un tramonto
Di papaveri in fiore e libellule…

Ora aprirò
La scatola dove
avevi messo le tue lettere d'amore
E una parola d'amore io ruberò
La porterò via con me quando andrò

Forse più in là
Dove finisce il giardino
C'è un posto delle fragole
Nebbia e un prato dove dormi tu
Lo porterò via con me quando andrò

Si parte davvero
Per un grande nulla?
Dio falla giocare in una giostra
Dove sorriderà
Come non ha mai sorriso
In questa sua vita piccola come un chicco, un chicco di riso…

C'è una casa dove
Non vive nessuno
Le lenzuola sono bianche come un nevaio
La mia vita è ferma lì
La porterò via con me quando andrò…
La porterò via con me quando andrò…


(La casa dove non vive nessuno - E. Nascimbeni/T. Waits)

Nuovamente al primo posto della classifica ITunes con l'album "Uomini Sbagliati",
Enrico Nascimbeni è il cantutore dell'anno. Nuovo, perchè dal 2001 ha ripreso a scrivere e ad interpretare i suoi testi da cantautore, facendo anche da autore per altri cantanti. Vecchio, perchè comunque scrive canzoni dall'età di 17 anni. Nel mezzo di questa parabola, la carriera da giornalista, l'amore, il Premio Tenco, le umane vicende che toccano ad ognuno di noi. Il risultato? Musicalmente un talento, umanamente un poeta, passionale nel bene e nel male ma soprattutto generoso, perchè, e lo sa chi entra direttamente in contatto con lui, fa dono incondizionato di sé. 


"UOMINI SBAGLIATI": IN DUE MESI DISCO D'ORO E COSTANTEMENTE NEI PRIMI POSTI DELLA CLASSIFICA ITUNES, ADDIRITTURA IERI NUOVAMENTE IN PRIMA POSIZIONE. COME MAI QUESTO RICONOSCIMENTO E QUESTO SUCCESSO DI VENDITE?

Per prima cosa penso sia dovuto alla fortuna (sorride). Perchè penso che sotto sotto la gente sia stufa di sentire cose non vere. Io scrivo col cuore, poi posso piacere come non piacere. Ma le persone mi vedono come un amico, qualcuno che ha i loro stessi pensieri e li mette in musica. Le persone entrano nelle mie canzoni, un mio testo "Siamo storie dentro le canzoni" lo spiega questo. Entro nelle persone perchè sono in sintonia con la loro essenza.

- HAI ALL'ATTIVO MOLTI ALBUM, IL TUO ESORDIO MUSICALE RISALE A PIU' DI TRENT'ANNI FA. COME E' CAMBIATO IL TUO LINGUAGGIO MUSICALE?

Quando uscì il mio primo 45 giri ero un ragazzo, avevo 17 anni. Il mio primo album uscì un anno dopo circa. Pensavo che più scrivevo in maniera difficile e più potevo essere considerato un figo. Ora penso che più scrivo concetti difficili in maniera semplice, parlando della vita di tutti i giorni con poesia e semplicità, e più posso entrare in empatia con chi ascolta la mia musica e le mie parole.



- IL TUO CURRICULUM E' RICCO DI ARTISTI CON I QUALI HAI COLLABORATO, SCRIVENDO DELLE CANZONI. QUALCUNO DI LORO E' RIUSCITO A LASCIARTI UN SEGNO DISTINTIVO?

Sicuramente ci sono degli artisti che hanno lasciato un segno fortissimo. Tra gli artisti stranieri indubbiamente Tom Waits. Ha accettato che io utilizzassi una sua canzone per poter scrivere su quella musica un testo totalmente differente dall'originale. La canzone è "La casa dove non vive nessuno", che scrissi dopo la morte di mia mamma pensando a mio padre in quella casa ormai vuota. Quando Tom l'ascoltò la prima volta mi disse - testuali parole - "Fuck you! Mi hai fatto piangere!" 
Un'altro artista è Roberto Vecchioni, perchè capita raramente la fortuna di poter scrivere con e per il proprio maestro. Il segno infinito della nostra amicizia lo abbiamo racchiuso nella canzone "Vincent", l'amicizia l'abbiamo dilatata parlando del rapporto tra Van Gogh e Gauguin, ma in realtà è la nostra storia. 
La delusa collaborazione artistica, quella che prima era amicizia diventata successivamente anche collaborazione si chiama Francesco Baccini. Mi ha usato e gettato via, mentre io l'ho amato come un amico vero, e mi sono sentito tradito. Una persona che in nome dell'amicizia che ci legava mi ha chiesto di poter usare una mia canzone "La notte non dormo mai" (che dava il titolo ad un album tra l'altro), che con questa canzone sarebbe andato a Sanremo, mi ha chiesto di poterla firmare. Io per amicizia gli feci mettere la firma (NASCIMBENI-BACCINI-NASCIMBENI), mandai al macero 3.000 copie di copertine già pronte dell'album, cambiai titolo al disco..e comunque la canzone non andò a Sanremo.



- "UOMINI SBAGLIATI": COSA TROVI DI SBAGLIATO IN TE E COSA NEGLI ALTRI?

In me tutto, sono molto autocritico, mi perdono raramente. Sono più disposto a perdonare gli altri. Ho fatto tanti errori nella mia vita, ed involontariamente anche tanto male, per egoismo ed immaturità. Negli altri trovo sbagliato il voler apparire piuttosto che l'essere, il fatto che non si legga più, l'ignoranza, la cattiveria, il non-perdono.



- COME VIVI L'AMORE?

Come un pazzo. Quando mi innamoro impazzisco. Non mangio più, non smetto di pensare a lei, vorrei essere dentro di lei, nel suo corpo,
nella sua pelle, nel suo cervello. Voglio essere il suo eroe greco e lei la mia eroina. Ne sento il bisogno fisico. Proprio per il bisogno che ho di avere la donna che amo al mio fianco, ho avuto molte convivenze. I due universi si devono toccare, sono geloso e possessivo. Sento una scossa pazzesca. Ma sono anche consapevole di una cosa: l'amore regolarmente passa, l'unico amore che non passa mai è quello dei genitori..

- C'E' UNA CANZONE NELL'ALBUM CHE DEDICHI A TUO PADRE, SCOMPARSO POCO PIU' DI UN ANNO FA. QUAL'E' LA SUA EREDITA' PIU' GRANDE?

La bontà di un uomo buono e l'essere un galantuomo, un uomo d'altri tempi. Non ho mai assistito in 49 anni ad una mancanza di rispetto da parte di mio padre verso mia madre, e viceversa. Si amavano alla follia, si sono amati fino alla fine e dopo la morte di mia madre, mio papà ha avuto un lento declino. Mi manca tutt'ora tantissimo, ai miei concerti ancora non riesco a finire di cantare la canzone a lui dedicata. E' la dimostrazione vivente che si può avere una carriera e una vita pulita senza dei compromessi. Li ha sempre rifiutati, sia in nome dell'amore per me e per mia madre, sia nel lavoro. Mi ha lasciato la formula per essere dei galantuomini, 50.000 libri, il vizio del fumo, il Milan e dei bei ricordi, come quando mi portava allo stadio a vedere Rivera. Quando finiva la partita regolarmente fuori dallo stadio mi comprava le caldarroste. Io odio le caldarroste, ma sapevo che quel gesto per lui era il massimo della dimostrazione del suo amore. Così gli dicevo che mi piacevano tanto le caldarroste, e le mangiavamo per strada mentre ci allontanavamo da San Siro. Mi ha lasciato un grande vuoto.

- QUALI SONO I PROSSIMI IMPEGNI?

Con il pubblico i concerti. I prossimi sono al Fnac di Verona, un concerto in memoria di mio papà e uno con Paola&Chiara. In studio, sto lavorando ai testi di un artista brasiliano molto conosciuto ed al mio nuovo disco. Alcune canzoni sono quasi pronte, per cui conto di entrare in sala per le prime prove tra un mese e mezzo circa. Però mi manca ancora la canzone più bella del mondo..



(Maria Domenica Ferrara

Come non sentire mie queste parole? Stesse sensazioni nelle quali ho vissuto anch'io, stessa eredità.
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categoria: le canzoni d autore, i poeti, occhio ai critici
martedì, 16 dicembre 2008
C’è modo e modo di uscire da un annus horribilis di sofferenze personali e familiari. Roberto Vecchioni ne è uscito con lo slancio e la carica di un ragazzino, rivendicando «la ricerca di un nuovo umanesimo» nell’album Di rabbia e di stelle, e trovando una nuova via attraverso la riscoperta di Dio e della spiritualità. «Non esiste la casualità. La vita mi ha convinto che nulla avviene per caso, Dio è il grande regista dell’universo e delle nostre vite», dice il cantautore, che in questi giorni si mette in gioco in una nuova veste lirico sinfonica con lo spettacolo In-cantus. Suoni dell’anima tra poesia e musica. Partirà venerdì 19, dalla Cattedrale dei Marsi di Avezzano, in provincia de L’Aquila, cantando brani di Ciaikovskij, Händel, Rachmaninov, lo Stabat mater di Jacopone da Todi, suoi brani a sfondo religioso e molte poesie accompagnato dagli archi del Nu-Ork String Quartet.

«A 60 anni ho riscoperto la spiritualità. Ho superato la rabbia e lo sconforto sapendo che ci si può salvare con la forza dell’amore. Mi sento come un bambino perché fra l’altro ho scoperto quella che io chiamo la saggezza del canto».

La sua in pratica è una riscoperta della fede.
«Sì, sono un credente e un cristiano che però usa anche l’intelletto. Quindi la mia fede è lacerata e al tempo stesso rafforzata dai dubbi. Mi piace questa non certezza, ma la scoperta di mille possibili speranze e verità».

Di solito l’incertezza fa paura.
«No, anzi. La certezza è la fine della speranza, è la domenica sera. Io ho il gusto della ricerca, del viaggio che non finisce mai alla ricerca di Dio e delle sue manifestazioni che ognuno è libero di interpretare a modo suo. Amo indagare nei meandri dello spirito per illudermi di scoprire l’ignoto».

Eppure nell’album di Rabbia e di stelle c’è molta rabbia?
«È la rabbia della vitalità. Non è la rabbia degli operai degli anni Sessanta, è la rabbia dello sconforto che si supera con la convinzione che bisogna guardare in altre direzioni per salvarsi».

Negli anni ’70 per voi cantautori era quasi blasfemo parlare di Dio.
«Sì, era un periodo di presunto illuminismo; si veniva da una grande repressione dei sentimenti, si scopriva la libertà di fare tante cose fino ad allora proibite. Del resto qualche degenerazione è normale nei movimenti epocali, e il ’68 lo è stato, anche se l’Italia è arrivata dopo l’America e la Francia. Il Futurismo è stato l’unico movimento autenticamente italiano».

Quindi s’è dedicato a uno spettacolo «alto» e impegnativo.
«Parlo di Dio e del Natale riflettendo e anche un po’ giocando. L’ho anche un po’ alleggerito, aggiungendo brani popolari come Vissi d’arte di Puccini, e alcuni brani che trattano del mio rapporto con Dio come Le rose blu, Blumun, Sogna ragazzo sogna. È una grande sfida per me: ho scritto un testo sul Concerto n. 2 in do minore di Rachmaninov, eseguo arie di Händel, lo Stabat mater di Jacopone, Vissi d’arte di Puccini, Jingle Bells e Tannenbaum in versione jazz. Il tutto inframmezzato da testi di Papa Giovanni e Madre Teresa, Gandhi e poesie come Ode alla pace di Neruda, Borges, Gassman. Insomma un incontro tra parole e musica che testimoni l’amore e la pace. Io farò da tramite portando le mie canzoni, le arie sacre, le poesie al pubblico».

Un lavoro complesso.
«Faticoso fisicamente perché saranno cinque serate consecutive. Poi con la musica sinfonica non posso sbagliare o prendere le licenze che uso nel pop».

La sua voce sarà messa a dura prova.
«Cercherò di fumare meno sigarette; del resto penso che nessuno si aspetti che io canti come Pavarotti; l’importante è commuovere che non significa piangere ma godere delle stesse emozioni».

Sarà che lei è professore, ma il suo percorso è sempre più colto.
«A questo ho sempre tenuto moltissimo. Non ho mai scritto canzonette tanto per farle, il mio è un modo di studiare l’animo umano e non me ne frega niente di quanto un mio disco possa vendere o no. Però ho sempre cercato di separare il mondo della canzone da quello dell’insegnamento. Non vorrei mai che un mio brano suonasse troppo accademico. Prendo spunto dai sentimenti e dalla vita di tutti i giorni».

La differenza tra i cantautori della sua generazione e quelli di oggi?
«Le nostre canzoni dovevano avere tante parole, ogni brano era un romanzo, si cercava il messaggio a tutti i costi. Oggi i cantautori sintetizzano i sentimenti cantando tutto, dal cinismo all’indifferenza».

Meglio quelli di ieri?
«Ciò che manca oggi è la letterarietà. I testi di De André, Guccini, De Gregori sono veri e propri pezzi di letteratura».

Oggi molti cantautori si fanno sedurre dai duetti.
«C’è duetto e duetto. Anch’io lo farei un duetto con Guccini. Oppure ci sono quelli di Ornella Vanoni, bellissimi e intensi cui è permesso tutto, primo perché è una grandissima cantante e interprete in grado di dominare qualsiasi brano, poi perché non è una cantautrice».

Quando rivedremo il Vecchioni cantautore?
«A gennaio, vorrei portare In-cantus a Milano, sarebbe bello organizzare il concerto nel Duomo: voglio provarci. Poi sto scrivendo il mio romanzo, molto complesso e lento da costruire perché richiede approfondite ricerche storiche. Per un po’ dunque niente musica»


(intervista di Antonio Lodetti)

tondoMaria



postato da: maria963 alle ore 10:04 | Permalink | commenti
categoria: i poeti, occhio ai critici
lunedì, 15 dicembre 2008

In-Cantus è un nuovo progetto di grande spessore artistico che fra il 19 e il 23 dicembre vedrà Roberto Vecchioni impegnato in quattro spettacoli fra poesia e musica davvero particolari: innanzitutto perché si terranno in luoghi sacri come chiese e cattedrali, poi perché gli 80 minuti di concerto scivoleranno fra arie classiche intercalate con le canzoni di Vecchioni e le poesie tratte dai libri suoi o di altri autori, tutte legate dal comune denominatore dell’amore fra gli uomini, il loro rapporto con l’eternità e il sentire del divino.
Nasce da un’idea del Maestro Beppe D’Onghia il quale, nell’intento di unire musica sacra e musica classica, versi d’autore e di tradizione, melodie classiche e poesia contemporanea, affronta la ricerca di un linguaggio che attraversi e travalichi i confini di culture e tradizioni diverse. Per questo ha concepito uno spettacolo nel quale fluisce assolutamente naturale il passaggio da arie classiche come “Lascia ch’io pianga” di Haendel o “Vissi d’arte” di Puccini a canzoni popolari e moderne come “Le rose blu” ed “Euridice” di Vecchioni.
Seguendo questa idea, Roberto Vecchioni, con il supporto del Nu-Ork String Quintet, interpreterà le une e le altre con lo stile del cantautore e artista straordinario che tutti conoscono. Quella di Vecchioni sarà la voce cantante e narrante del concerto, che oltre ai brani citati prevede ad esempio lo “Stabat Mater”, inno sacro di Jacopone da Todi, una versione jazz del canto natalizio “Jingle Bells”, la “Patetica” di Chajkowskij, il “Concerto N°2 in Do Minore” di Rachmaninoff (che ha conosciuto nuova popolarità a fine anni ’90 grazie al film Shine di Scott Hicks), versi recitati su musica, canzoni di Roberto Vecchioni riarrangiate per pianoforte e quintetto d’archi, tra cui Figlia, Viola D’Inverno, Blumun, Sogna Ragazzo Sogna, Il Cielo Capovolto e altre.

Nu-Ork String Quintet: Anton Berovski – I Violino; Nico Ciricugno - II Violino; Giuseppe Donnici – Viola; Vincenzo Taroni – Violoncello; Daniele Roccato - Contrabbasso

Beppe D’Onghia: progetto artistico, direzione-pianoforte-arrangiamenti-elaborazione e libera interpretazione orchestrale

tondoMaria

 

 

 

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categoria: le canzoni d autore, i poeti, segnalazione eventi