venerdì, 22 maggio 2009
la stanza di Milady ha indossato un nuovo volto: la neonata giorno dopo giorno aggiunge una nuova smorfia, un  sorriso, una parola, un gesto, uno sguardo, un gioco al suo repertorio. Incontra nuove persone e stabilisce nuove amicizie. Cresce!
Puoi fare la sua conoscenza e venirla a trovare quando vuoi: il suo indirizzo è via del sogno n.1. La troverai sempre lì ad attenderti, con un bicchiere di frizzantino bianco fresco da gustare insieme.
lunedì, 21 luglio 2008

ronal346

Questa la testata della Gazzetta dello Sport del 18 luglio. Il giorno successivo viene pubblicata una lettera di Roberto Vecchioni, in risposta, al direttore del giornale.

Mio caro direttore "irresponsabile", ma che cosa le è venuto in mente? Da quali calure asfissianti o insonnie notturne l’ha assalita questa bizzarra idea? Ha voluto provocare? Ha voluto sfottere? O è solo colpevole dimenticanza? Prendere in prestito il titolo di «quella» canzone, nata per l’Inter di Mazzola, Corso Suarez e stamparlo a piena pagina per l’arrivo di Ronaldinho al Milan! Al Milan!
Luce a San Siro! (doverosamente al singolare). Mi si incrociano i pollici, mi si rizzano i capelli. Luci a San Siro è Inter e non si tocca. Per il Milan, poi, non se ne parla nemmeno: sarebbe come se per definire Berlusconi usassimo «falce e martello» o per Fellini un film di Woody Allen. Altra roba, altra cultura. Per non contare poi i danni morali che ne conseguono: solo oggi, qui nel Salento dove sono in vacanza, tre persone mi hanno fermato per dirmi "complimenti per Ronaldinho". A me? Per Ronaldinho? È come se qualcuno mi dicesse: "complimenti per le corna di tua moglie". La Gazzetta è stata la mia balia, il mio zio scapestrato, per più di cinquant’anni la gioia del caffè e del giorno che nasceva, altrimenti non ci penserei due volte a intentarle causa per diffamazione. Lei, caro direttore, non può avere la misura del mio sdegno, dello sconforto e ancora più della vergogna che ha provocato in me. Lei, la mia ragazza di allora, la bandiera, gli spalti, la corsa a trovar posto, gli urli, gli abbracci, i colori nero-azzurri come tutto un arcobaleno e poi la sera stessa ancora lì, davanti allo stadio, nel silenzio assoluto, fare l’amore in una piccola Seicento scassata. E tutto questo adesso se lo prende su Ronaldinho che non sa un ciufolo di cosa sia Milano, di cosa sia San Siro? Ma andate a farvi friggere!
C
on totale irriconoscenza

(Roberto Vecchioni)

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categoria: curiosità
domenica, 27 gennaio 2008

The Niro (Davide Combusti)Ieri sera, sono stato al Circolo degli Artisti per avere finalmente la possibilità di ascoltare dal vivo The Niro (alias Davide Combusti), ventottenne romano di cui avevo sentito dire un gran bene, che si esibiva in occasione della presentazione dell’EP “An ordinary man”, in attesa dell’uscita del suo primo album (s’intitolerà semplicemente “The Niro”) previsto per il prossimo aprile.
Sono giunto in compagnia della mia inseparabile compagna intorno alle 22 e, poco dopo la fine dell’anticipo di serie A (per la cronaca, Roma-Palermo 1-0) trasmesso su teleschermo da cinema, è stata la volta del concerto.

In realtà, l’esibizione del nostro è stata preceduta da un’improbabile band (Black Circus Tarantula) che ci ha propinato sette o otto brani di altrettanto improbabile musica (musica?) da luna park di quarta categoria (i pezzi tutti uguali, la voce non si è mai sentita...).

Davide Combusti (o “Trambusti”, come qualcuno già si diverte a storpiargli il cognome) si presenta umile, compìto, timido. Ci presenta una scaletta di 16 brani in lingua inglese ben scritti e raramente interrotti da commenti tra un pezzo e l’altro. Testi, musica e arrangiamenti sono suoi. A tratti, ricorda un po’ lo Sting post-Police. In un brano in particolare, invece, il link è certamente a Brian Eno. Tanta stampa vede in lui l'impronta di Tim e Jeff Buckley. Ma, in generale, nel connubio tra reminiscenze melodiche differenti, ha già creato un sound targato “The Niro”, tutto suo ed inconfondibile.



The Walrus

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martedì, 06 novembre 2007

di Gigi Vesigna

Una confessione, una chiacchierata tra amici che si apre alla valanga dei ricordi: la gioventù di ieri e di oggi, l’amore, la famiglia. Un disco sincero e profondo: forse il più bello.

Il coraggio di guardare dentro sé stessi; la temerarietà di andare a rimestare il magma di ricordi che inevitabilmente si forma volgendo lo sguardo agli anni passati – lui è nato nel 1943 –; il senso della famiglia, che lui ha difeso strenuamente perché la ritiene uno dei valori fondamentali della vita; le crisi grandi o piccole che inevitabilmente sopraggiungono e che nessuno provoca, perché è il tempo che le fa nascere; l’ansia per la malattia di una persona cara.

Tutto questo, e molto di più, c’è in Di rabbia e di stelle, il nuovo album del professore Roberto Vecchioni, che mancava dai negozi da diversi anni, anche se lui la musica non l’ha mai abbandonata, anzi ha perfezionato la voce e il suono partecipando per due anni a concerti con jazzisti famosi, e non ha mai abbandonato i suoi studenti, che lo adorano, all’Università di Pavia, o alla Sapienza di Roma.

«Sai com’è finito il mio primo incontro con mia moglie?», mi chiede.

Percepisco che più che la voglia di raccontarlo ci sia il desiderio di ricordare quel momento, quando, più o meno trent’anni fa conobbe Daria, e incoraggio la risposta. «Lei mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: "Scegli me o il mondo". "Scelgo te" le ho riposto, e adesso canto: "Non lasciarmi andare via, non lasciarmi andare via, non ne ho la forza né la voglia di provarci, e neanche le ragioni, altro che balle, sentimenti e tuffi al cuore e piagnistei per scrivere canzoni"».

Le bugie dette all’amore

«Certo che alle nostre donne, alle madri dei nostri figli abbiamo dato poco di noi», continua Roberto. «Col mestiere che faccio io, sempre fuori di casa... "Quando torni?". "Devo finire l’incisione, ancora qualche data di tournée che non era in programma...". E allora canto: "Oh, amore, amore, amore, quante bugie abbia detto all’amore. Io non capivo, non sentivo, non leggevo mai, quello che avevi in cuore"».

E la storia si dipana, si porge senza difese all’occhio, per una volta tanto non tenero nel ricordo. Il privato, poi, scivola sulle realtà del mondo, sui nostri figli: «Sono ragazzi di oggi, i nostri figli. Pieni di domande, pieni di casini, pieni di voglia di assaltare il cielo. Hanno un bagaglio di speranze deluse come onde che si infrangono sugli scogli. E cosa ricevono in cambio? Soltanto la meschinità di noi adulti».

I nostri ragazzi non sono deficienti

E allora Vecchioni non ci sta, e canta: "Non azzardatevi a toccarli mai, non azzardatevi a giudicarli, tirate via le vostre sporche mani, non confondetevi coi loro sogni". Su come il mondo di oggi "sfrutta" l’immagine dei ragazzi, il professore ha le idee chiare: «Ce li presentano come deficienti, sempre incollati al cellulare parlando con chiunque, tanto hai lo sconto e puoi farlo tutto il giorno, e addirittura gratis. Però la pagano cara con l’immagine distorta della gioventù degli spot televisivi, levigata, dolce di merendina. È questa la realtà che offriamo loro?».

Roberto non si ferma qui: si guarda intorno e quello che vede non gli piace: non la politica farneticante e confusa.

«Ho evitato di affrontare l’argomento nel disco», accenna quasi a spiegare, «non mi piacciono i fantasmi che ci aleggiano attorno. E canto: "Chi sono questi cialtroni, questi topi di fogna e bordello..., chi sono questi buffoni, questa mappata di sole, questi animali parlanti, questi trappani col rolex? E questa banda di pazzi che gridano: io compro, io vendo, che il gioco è: vinco o mi rovino a seconda di chi muore nel mondo?". E ancora: ti rendi conto che con vallettopoli sono nati degli "eroi" che più fasulli non si può, ma che sono finiti sulle pagine dei giornali, quotidiani compresi?».

Poi la storia di questa sua età ormai diventata di mezzo sconfina nei ricordi della gioventù: in una canzone ci sono echi di Prévert, in un’altra il ricordo di un famoso brano di Jacques Brel trasporta Roberto al capezzale del suo migliore amico che sta morendo e lui sogna di prenderlo per mano e fuggire fuori, a rivivere una di quelle giornate dell’adolescenza che non si dimenticano, anche se non succede niente.

I soldi per fare il pompiere

In Il violinista sul tetto (il riferimento è a Chagall ma anche all’omonimo celebre musical), il ragazzo Vecchioni chiede alla mamma i soldi perché vuol fare il pompiere, poi cambia e si mette il cappello da bersagliere, vuol fare il frate confessore, il poeta, ma poi finisce a suonare il violino sul tetto. E la mamma, come tutte le mamme orgogliosamente vaticina: "Chiunque tu diventerai, se ne accorgeranno, tu sarai l’orgoglio di ogni tuo parente".

Ma tu cosa sognavi di fare da piccolo? «Quello che sono oggi, allora dicevo il poeta, ci sono andato vicino».

Una chiacchierata tra amici che finisce con una nuova invocazione alla vita familiare e che si conclude con Le rose blu, una ballata del dolore segreto, quasi una preghiera al destino perché ti dia una mano. Qualcosa che appartiene al privato e come tale va rispettato.

Roberto, se in questo disco avessi inserito Luci a San Siro e Samarcanda, sarebbe il tuo lavoro più bello... «Quelle canzoni non c’entravano niente: qui si parla della vita di tutti, soprattutto della mia. Ti par poco?».

No, Roberto, mi pare molto di più di quanto ci dà la maggior parte dei tuoi colleghi. Qui c’è una marcia in più: la sincerità di un’autobiografia... Quindi è lo stesso il tuo disco più bello.


The Walrus

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martedì, 06 novembre 2007

foto_11550737_50010Enzo Biagi ci ha lasciato alle 8 di stamattina. Da oltre una settimana era ricoverato nella clinica privata Capitanio di Milano e il 2 novembre aveva avuto un edema polmonare; Enzo aveva 6 by-pass al cuore. Le figlie Carla e Bice, vicino a lui, raccontano "Si è addormentato sereno; le ultime parole che ha pronunciato sono state 'ho tanto bisogno di voi'. Ci ha fatto dormire qualche ora, a me e a mia sorella, e ci ha aspettati. Siamo stati insieme" e ancora: "Ha sul petto il distintivo di giustizia e libertà perchè era una delle cose più care di cui parlava di più, ossia dei partigiani, e anche questo mi piace ricordarlo".

Avremo modo e tempo per parlare di lui... per ora solo un saluto: Ciao Enzo e grazie perché uomini come te fanno più bella la nostra Italia.

postato da: maria963 alle ore 14:02 | Permalink | commenti (1)
categoria: curiosità, scrittori
giovedì, 18 ottobre 2007

Dopo lo straordinario successo dello scorso anno, CINEMA. Festa internazionale di Roma si prepara alla seconda edizione che si svolgerà all’Auditorium Parco della Musica dal 18 al 27 ottobre 2007.

CINEMA. Festa internazionale di Roma non è solo un festival, piuttosto una festa, un grande evento per chi ama il cinema, per chi lo fa, per chi lo fa vedere e per chi lo racconta. Si svolge nella città del cinema per eccellenza, con, al centro, un “Parco della Musica” che per dieci giorni diviene il “Parco del Cinema”. Ma è l’intera area metropolitana ad essere coinvolta, dal centro alla periferia, senza dimenticare le numerose iniziative che ampliano i confini della Festa alla provincia di Roma e all’intera regione Lazio.

Il tentativo è quello di coinvolgere chiunque ami il cinema e magari non è mai andato a un festival prima d’ora. Tutto ciò è possibile proponendo, in primis, del buon cinema, ma anche offrendo allo spettatore una serie di iniziative collaterali di grande interesse: rassegne parallele, incontri e dimostrazioni, mostre, musica, moda, letteratura. Inoltre, fin dalla sua nascita, CINEMA. Festa internazionale di Roma ha fatto una scelta originale rispetto al suo Concorso, quella di affidare il verdetto sul miglior film (Premio Marco Aurelio), sulle migliori interpretazioni (maschile e femminile) e il Premio Speciale della Giuria a un gruppo di 50 spettatori “normali”: amanti di cinema di tutte le età, che vedono film di ogni genere, appassionati e non fanatici.

La seconda edizione di CINEMA. Festa internazionale di Roma è realizzata dalla Fondazione Cinema per Roma, ed avrà per teatro d’elezione l’Auditorium progettato dall’architetto Renzo Piano che alla Festa ha voluto donare anche l’immagine esclusiva che caratterizza tutte le iniziative in programma. La manifestazione è promossa dalla Fondazione Musica per Roma, dal Comune di Roma, dalla Camera di Commercio di Roma, dalla Provincia di Roma, dalla Regione Lazio, da BNL – Gruppo BNP Paribas (Main Partner), da partner tecnici e sponsor di settore che hanno creduto nella possibilità di ideare una grande manifestazione metropolitana, ispirata alla più alta qualità internazionale, ma anche alla popolarità innovativa delle proposte culturali.

Il senatore Goffredo Bettini è presidente della Fondazione Cinema per Roma. Fanno parte del consiglio di amministrazione, come consiglieri, il dottor Andrea Mondello, quale presidente della Camera di Commercio di Roma, e il dottor Carlo Fuortes, quale amministratore delegato di Musica per Roma.


Sezioni.


Première
Il red carpet e le grandi anteprime internazionali. Première è la sezione non competitiva che conferma la propria vocazione spettacolare, ma intercetta con forza i segnali del nuovo impegno del cinema internazionale, in particolare hollywoodiano.
Visualizza il programma


Cinema 2007
Quattordici film in concorso, 18 nazionalità rappresentate, 10 anteprime mondiali, 3 eventi speciali assoluti, costituiscono la proposta di CINEMA 2007.
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Extra
E’ la sezione ideata per gettare uno sguardo multiplo sulle nuove frontiere aperte da chi sta creando qualcosa di nuovo e diverso nel territorio dell’audiovisivo.
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Alice nella città
Costruita intorno a 14 film in concorso, Alice nella città raccoglie nel suo programma una selezione internazionale dedicata al cinema per e dei ragazzi.
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Per consultare l'elenco completo delle proiezioni in programma, cliccate qui.

Fonte: sito ufficiale Cinema. Festa internazionale di Roma


The Walrus

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martedì, 16 ottobre 2007

Roberto Vecchioni racconta la sua scuola. Il celebre cantautore-poeta, padre di quattro figli e insegnante di latino e greco al liceo per più di trent'anni, spiega la sua ricetta per trovare l'eccellenza del sapere e aiutare gli studenti a dare il meglio di sé. Non solo nelle aule.

Ha due figlie femmine laureate e due figli maschi che ancora studiano. Per 37 anni ha insegnato latino, greco e storia al liceo classico a Milano, Rho e Desenzano. Dal 2000 è in pensione, ma non ha interrotto il suo contatto con gli studenti: gira per le scuole d’Italia a parlare di poesia e musica. Roberto Vecchioni, 64 anni compiuti a giugno, contento di essere dello stesso segno zodiacale di Marcel Proust e di Antonio Gramsci (Cancro), ha vissuto “dall’altra parte della barricata”, quella dei professori, tre decenni di scuola, di contestazioni, di riflusso, di rapporti con il potere, di problematiche insegnanti-genitori, di riforme fatte e annunciate.
Se c’è uno, dunque, che può parlare con cognizione di causa di come era, come è e come dovrebbe essere l’istruzione elementare, media inferiore e media superiore in Italia, è il popolare cantante autore di Luci a San Siro e di Samarcanda. A ottobre, il mese in cui una volta iniziava la scuola, escono un suo libro di poesie per l’editore Frassinelli e, martedì 23, l’ultima fatica musicale: 13 brani per un’ora di durata.

C’è tutto in questo disco”, dice Vecchioni, “pop, rock, rabbia, delusioni, gioie immense. Potrebbe essere l’ultimo”.

Quasi un annuncio che l’ex professore lascia nell’aria, mentre seduto su una seggiola di paglia nel giardino della sua casa di Barcuzzi, riflette sui temi dello studio e della scuola, godendosi una vista mozzafiato sul Lago di Garda.

Forse sono diventato un parruccone e pretendo sempre di più. Ma penso che sia giunto il momento di mettere un freno al permissivismo dilagante e tornare al rigore del metodo, al sacrificio dell’apprendimento.

Professor Vecchioni, che cosa pensa della scuola di oggi? Funziona bene secondo lei?

Il funzionamento è un dettaglio, per paradosso. I nodi sono molti, e sistemici. A cominciare da un’interpretazione sbagliata dell’istruzione da parte dello Stato italiano. Manca la voglia di essere primi nel mondo, di eccellere nelle arti come nelle scienze e nella tecnologia. L’Italia dovrebbe dare l’esempio perché ha più cultura di tutti, più storia di tutti. Non sono un teorico, naturalmente, parlo di stomaco. Ma qualcosa bisogna fare.

Cosa le suggerisce il suo stomaco?

Di ritornare indietro. Come dire? Un ritorno avanti. Oppure: avanti con ricordo. In concreto: ripartire dal linguaggio, dalla logica, dalla sua applicazione… il linguaggio, la meticolosità dell’uso della parola significano attenzione; la logica permette di andare oltre la superficie, di capire cosa si sta facendo; l’applicazione costringe al rigore. Ripeto, con l’età pretendo sempre di più. Ma come si fa ad essere competitivi se non c’è una base? Per esempio: oggi abbiamo scoperto la tecnologia. Ma siamo i padroni o i suoi servi? Secondo me, i giovani sono servi del computer. Come sono schiavi di tutto ciò che facilità la vita. Eppure penso che i ragazzi di oggi siano bravi…

Allora qual è il problema?

È che si fermano al come. Non affrontano il perché, fondamento che è diretto a ogni cosa. Questo deve dare la scuola: il senso, il significato. Non solo Umanismo, ovvero essere usati o semplicemente aiutati dalla scienza, ma anche Umanesimo, cioè capire il senso, avere il fine.

Quindi lei vede degli studenti di liceo superficiali, svogliati, pigri…

No, no. Penso che si limitino a chiedersi come fare un progetto, come perorare una causa, come studiare… non fanno il salto successivo: perché realizzo questo progetto, perché è giusto perorare una causa, perché studio…

Però gli studenti elaborano quello che trovano a scuola…

Attenzione: non è colpa degli insegnanti. Loro si battono. È il vertice, diciamo così, politico che non è sensibile, che presta poca attenzione alla struttura e al sistema scolastico di un paese, l’Italia, che dovrebbe essere un esempio in questo campo. In realtà, non si è fatto proprio nulla. Bisogna ricominciare da capo e fare scuola, farla pesantemente, con gli esami a settembre, la meritocrazia. Credo che questa sia democrazia, non il demagogico permissivismo. Uno Stato deve aiutare chi è capace, chi ha meriti. Anche il mondo dell’economia dovrebbe farsi sotto: quattro anni fa ho fatto un giro per le industrie con un gruppo di ragazzi napoletani. Industriali, perché non andate nelle scuole e prendete i più bravi?

Quando lei dice che è necessario tornare indietro, intende alla scuola degli anni Cinquanta e Sessanta?

Dal punto di vista del metodo sì. La linearità della scuola di 40 anni fa non andava cambiata, bastava abolire l’eccessivo nozionismo. Ma per il rigore e la serietà non ho dubbi: i ragazzi devono faticare. Basta accarezzarli, fategli il culo fin da piccoli. Sono loro che vogliono così: chiedono che gli si dica dei no. Hanno voglia di impegni più gravosi. Fare sacrifici è un’ottima parola chiave. Per i ragazzi, dico, non per gli insegnanti che ne fanno già abbastanza. Mi sembra che l’Italia non riesca ad avere una cultura dell’educazione rigorosa. Invece è un valore aggiunto che dovrebbe avere ogni tipo di studio, dai licei agli istituti professionali: non esistono più scuole di serie A e di serie B.

Un esempio di sacrificio scolastico?

Dare il tempo al sacrificio della letteratura. Tolstoj, Dante… Io sono cattolico, però da ragazzo andare a messa, secondo me, era una perdita di tempo. Poi ho capito che quello era il luogo.

Chissà se i genitori sono d’accordo con lei. In fin dei conti partecipano all’epoca del permissivismo…

Guardi, io ho visto per 37 anni che cosa succede nella triangolazione insegnanti-figli-genitori…

Che cosa succede?

Che gli insegnanti conoscono il ragazzo in un modo, i genitori in un altro modo. Quante volte parlando con le madri mi dicevo: questo di cui stiamo parlando non è il ragazzo che conosco io, è un’altra persona. Soprattutto nelle grandi città, in provincia è un po’ meglio. A Milano il genitore vuole spiegarti com’è suo figlio. A Desenzano e a Rho, invece, ti chiedono semplicemente com’è a scuola.

E allora come dovrebbero articolarsi i rapporti tra le famiglie e la scuola?

Secondo me, la relazione insegnanti-genitori va interpretata come il militare: qual è la mamma che va a parlare con il tenente? Preciso: sono pacifista e contro la guerra. Ma la prima regola è avere fiducia nei professori. E se vostro figlio torna a casa e dice di essere stravolto, non credetegli, non esistono insegnanti che li stravolgono. I giovani studenti devono sapere che il futuro loro e degli altri dipende dalla formazione di base. E, quindi, devono sbattersi. Se vogliono battere le macchine, devono avere una cultura. Ecco perché non è più accettabile alcun permissivismo. Certo, l’esempio deve arrivare dalla società.

E invece?

Invece, con quello che abbiamo sotto gli occhi i giovani non possono che arrabattarsi.

E la scuola che cosa dovrebbe fare?

Dare a tutti, fino a 16 anni, la possibilità di capire cosa, come (e perché) stanno facendo. Negli ultimi tre anni di insegnamento mi sembrava tutto inutile. Sentivo che da parte dei miei studenti l’ascolto era molto basso. Non riuscivano a capire come materie che a loro sembravano inutili, tipo la storia, il greco e il latino, in realtà siano una straordinaria carezza dell’anima. Ecco, alla scuola chiederei innanzi tutto di insegnare che cosa è bello, di divulgare l’armonia, di spiegare il senso dei valori. Lo studente risponda scoprendo la pazienza, non abbia mai paura che tutto finisca. Mi rendo conto che è difficile oggi, viso che il massimo dei valori è inviare 100 sms al giorno o mangiare i gelati sulla spiaggia. In effetti, secondo me, bisogna che il ministero intervenga drasticamente per abolire ogni facilitazione.

Lei, allora, come immagina che possa riprendere slancio l’istruzione italiana?

Penso che a scuola vada introdotta una tirannide attenta e meditata: è un bruttissimo momento perché non c’è preparazione di base, nello stesso tempo causa e conseguenza del fatto che i ragazzi non riescono a innamorarsi di quello che stanno facendo. Voglio dire che, certo, è importante studiare l’inglese. Ma forse è ancor più importante conoscere l’origine delle nostre parole, l’analisi logica, la logica matematica… se succedesse, beh, ci si potrebbe innamorare anche della tecnologia, del computer.

Secondo lei, dunque, a scuola si va tanto per andarci, al limite per imparare qualche cosa di utile per il lavoro?

Esatto. Come dicevo prima: non basta il come, serve il perché, il senso di quello che si sta studiando…

E allora vediamo che cosa risponde a questa domanda. Se lo studio non deve servire ad apprendere qualcosa di utile, perché si va a scuola?

Per diventare una persona.

(Marco Gregoretti, Class, 16 ottobre 2007)

martedì, 17 luglio 2007

Aperto un fascicolo dalla procura di Caltanisetta
Borsellino, indagine su servizi segreti
Per gli inquirenti persone legate agli apparati deviati dei servizi potrebbero aver ricoperto un ruolo nella strage di via D'Amelio

                                                    ROMA
La strage di via D'Amelio in cui perse la vita Paolo Borsellino (19 luglio 1992)Potrebbero esserci i servizi segreti dietro alla strage di via D'Amelio in cui morirono il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Questo, almeno, quanto sta cercando di accertare la procura della Repubblica di Caltanissetta che ha aperto un fascicolo d'indagine sulla questione. Secondo l'ipotesi degli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Renato di Natale, qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti potrebbe aver ricoperto un ruolo nell'attentato.

NUOVA DOCUMENTAZIONE - In particolare gli inquirenti stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo e che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori. A questo apparecchio è collegato un imprenditore palermitano. I processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, ma nulla si è mai saputo su chi ha premuto il pulsante che ha fatto saltare in aria Borsellino e gli agenti di scorta. Un altro elemento sul quale è puntata l'attenzione degli inquirenti, è «la presenza anomala» di un agente di polizia in via d'Amelio subito dopo l'esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito «all'esterno» i nomi dei poliziotti di una squadra che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga.
Corriere della Sera, 17 luglio 2007

L'ufficio requirente di Caltanissetta riapre l'inchiesta sulla strage del 19 luglio 1992. Secondo gli inquirenti apparati deviati del settore informativo avrebbero avuto un ruolo nell'attentato
Borsellino, per la strage di via D'Amelio
la procura indaga sui servizi segreti


ROMA
La procura della Repubblica di Caltanissetta indaga sul probabile coinvolgimento di apparati deviati dei servizi segreti nella strage di via d'Amelio in cui morì il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. La notizia è stata confermata all'agenzia di stampa ANSA da ambienti qualificati.

Il procuratore aggiunto, Renato Di Natale, coordina l'inchiesta sui mandanti occulti della strage avvenuta il 19 luglio 1992. Secondo l'ipotesi degli inquirenti ci potrebbe essere la mano di qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti che ha forse avuto un ruolo nell'attentato.

Questa pista di indagine, che in un primo momento era stata accantonata ed archiviata, è stata ripresa nei mesi scorsi dagli investigatori in seguito a nuovi input d'indagine.

I magistrati stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo e che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori. A questo apparecchio è collegato un imprenditore palermitano. I processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, ma nulla si è mai saputo su chi ha premuto il pulsante che ha fatto saltare in aria Borsellino e gli agenti di scorta.

Un altro elemento sul quale è puntata l'attenzione degli inquirenti, è "la presenza anomala" di un agente di polizia in via d'Amelio subito dopo l'esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito "all'esterno" i nomi dei poliziotti di una squadra investigativa che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga.
La Repubblica, 17 luglio 2007

Mafia, strage di via d'Amelio: la procura indaga sui servizi segreti
"Apparati deviati coinvolti nella
strage in cui morì Paolo Borsellino"


ROMA
La procura della Repubblica di Caltanissetta indaga sul probabile coinvolgimento di apparati deviati dei servizi segreti nella strage di via d’Amelio in cui morì il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. La notizia è stata confermata all’ANSA da ambienti qualificati.

Il procuratore aggiunto, Renato Di Natale, coordina l’inchiesta sui mandanti occulti della strage avvenuta il 19 luglio 1992. Secondo l’ipotesi degli inquirenti ci potrebbe essere la mano di qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti che ha forse avuto un ruolo nell’attentato. Questa pista di indagine, che in un primo momento era stata accantonata ed archiviata, è stata ripresa nei mesi scorsi dagli investigatori in seguito a nuovi input d’indagine. Paolo Borsellino

I magistrati stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo e che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori. A questo apparecchio è collegato un imprenditore palermitano. I processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, ma nulla si è mai saputo su chi ha premuto il pulsante che ha fatto saltare in aria Borsellino e gli agenti di scorta.

Un altro elemento sul quale è puntata l’attenzione degli inquirenti, è «la presenza anomala» di un agente di polizia in via d’Amelio subito dopo l’esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito «all’esterno» i nomi dei poliziotti di una squadra investigativa che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga.
La Stampa, 17 luglio 2007

15 anni fa l'omicidio Borsellino. Si indaga sui servizi segreti

ROMA
Nel giorno del quindicesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino, nuove inquietanti novità sulle indagini che non hanno ancora stabilito chi ordinò la strage che uccise il magistrato e gli uomini della scorta. Misteri che aveva rilanciato una lettera del fratello di Borsellino, Salvatore, denunciando un patto "Stato - mafia" chiamando in causa l'attuale vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Nicola Mancino per un incontro avuto con il giudice. Incontro però smentito categoricamente da Mancino.

La procura della Repubblica di Caltanissetta indaga sul probabile coinvolgimento di apparati deviati dei servizi segreti nella strage di via d'Amelio in cui morì il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. La notizia è stata confermata all'Ansa da ambienti qualificati.

Il procuratore aggiunto, Renato Di Natale, coordina l'inchiesta sui mandanti occulti della strage avvenuta il 19 luglio 1992. Secondo l'ipotesi degli inquirenti ci potrebbe essere la mano di qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti che ha forse avuto un ruolo nell'attentato.

Questa pista di indagine, che in un primo momento era stata accantonata ed archiviata, è stata ripresa nei mesi scorsi dagli investigatori in seguito a nuovi input d'indagine. I magistrati stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo e che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori. A questo apparecchio è collegato un imprenditore palermitano. I processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, ma nulla si sa sui mandanti

Un altro elemento sul quale è puntata l'attenzione degli inquirenti, è «la presenza anomala» di un agente di polizia in via d'Amelio subito dopo l'esplosione. Si tratta di un poliziotto - già identificato dai magistrati - che prima della strage era in servizio a Palermo, ma venne trasferito a Firenze alcuni mesi prima di luglio dopo che i colleghi avevano scoperto da una intercettazione che aveva riferito «all'esterno» i nomi dei poliziotti di una squadra investigativa che indagava a San Lorenzo su un traffico di droga.
L’Unità, 17 luglio 2007

«Sebbene rivolga lo sguardo in alto
non vedo che stelle
non trovo risposte
non provo più orgoglio,
si sente disprezzo terreno.

Talvolta i sentimenti esplodono
più spesso la carne,
e fiumi di sangue in piena
c'inondano i giorni
d'assurdo delirio...
»


The Walrus

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