intervista di Francesco Garozzo a Roberto Vecchioni, per "L'isola che non c'era" - n. 41
Per parlare del ruolo che ha avuto Domenico Modugno nello sviluppo e nella maturazione della nostra canzone, era difficile non pensare a Roberto Vecchioni, uscito da poco con il suo ultimo lavoro di inediti “Di rabbia e di stelle”. Cantautore di stampo classico, a prima vista stilisticamente molto lontano dalle atmosfere di Modugno, Vecchioni è stato tra i primi a riconoscerne l’importanza storica. E, nelle sue lezioni universitarie sulla ‘Storia della canzone d’autore italiana’, la figura di Modugno è sempre indicata come rivoluzionaria.
Modugno rivoluzionario quindi. Ma di quale rivoluzione?
La rivoluzione del linguaggio. Prima di lui, in Italia eravamo ancora ottocenteschi. Dopo il 1958 e dopo il suo Nel blu dipinto di blu la canzone italiana è di colpo diventata novecentesca. Fu come passare da un’era all’altra, e tutto nei soli tre minuti della canzone.
Avevi accennato alla rivoluzione del linguaggio.
Sì, se si analizza parola per parola Nel blu dipinto di blu, ci si accorge di come siano presenti tutte le tipologie metriche: anapesti, giambi, eccetera. Per dirlo in parole più semplici, c’era una completa naturalezza, non c’era quindi l’artificiosità tipica dei versi delle canzonette di quel periodo. Il grande merito di Modugno fu di portare l’italiano comune, la lingua parlata tutti i giorni e da tutti gli strati di popolazione, dentro le canzoni. Prima di lui non l’aveva fatto nessuno.
Cosa c’era appena prima?
C’erano quei parolieri vittime di un immenso equivoco: credere che la musica leggera potesse convivere con la poesia ufficiale. Prendevano i versi direttamente da una composizione poetica, e con le regole e le metriche proprie della poesia cercavano di adattarla alla forma canzone. Normale che, appena musicate, quelle parole risultassero false, appiccicate a forza alla melodia. C’è voluta la guerra e la generazione di Tenco e degli altri per portare a compimento l’intuizione di Modugno: poche strofe ripetute, contenuti precisi, personalizzazione e interpretazione di quello che si canta.
Nell’interpretazione Modugno fu un maestro..
Il suo modo di stare sul palco era sconvolgente per l’epoca. Sembrava calato da un’altra era: in questo sì che lo si può considerare il maestro dei cantautori. Perché invece musicalmente il discorso si fa un po’ più complicato.
Proviamo a capirci qualcosa in più...
Non riesco a vedere un filo musicale diretto tra Modugno e la generazione storica dei cantautori, che so dei De Andrè, dei Tenco, dei Gino Paoli. Questi avevano certamente assorbito il messaggio innovativo di Modugno, ma direi in modo quasi inconscio. È infatti risaputo che furono altre le loro prime influenza musicali: il jazz – e quindi gli Stati Uniti – Brassens e Brel – e quindi la Francia. Per non parlare poi della generazione successiva, nella quale ci sono assonanze esterofile ancora più chiare: per esempio, il primo De Gregori e Bob Dylan. Il modulo compositivo di Modugno era invece tipicamente italiano. Perciò vedo più vicini a lui, nel senso della composizione musicale, autori come Sergio Endrigo, Nico Fidenco, Pino Donaggio. Artisti che all’epoca riuscirono a fare per primi la cosa più rivoluzionaria: parlare d’amore senza retorica.
Modugno profondamente italiano. E non a caso, negli anni immediatamente precedenti a Nel blu dipinto di blu, impegnato in una ricerca della musica popolare del Sud.
Ricerca preziosissima, che univa vecchie melodie a nuove canzoni, dando vita, anche qui, ad una nuova musica popolare. Ad un nuovo concetto di canzone popolare.
Il caso vuole che nel tuo ultimo disco “Di rabbia e di stelle”, ci sia ospite in una canzone Teresa De Sio, paladina della musica popolare italiana; che tra l’altro, nel suo recente “Sacco e Fuoco” ha ripreso proprio una vecchia pizzica di Modugno, Tambureddu.
L’ho chiamata per Il violinista sul tetto, episodio del disco che ho composto e pensato con un registro tipicamente popolare. L’avevo già fatto in passato e stavolta, per questo che è un dialogo tra madre e figlio, non potevo scegliere un’interprete migliore.
Visto che siamo arrivati al tuo ultimo album, cogliamo l’occasione per un paio di domande. Soffermandosi sul resto dell’album, si nota una precisa volontà di dare un’impronta leggera agli arrangiamenti. Un approccio immediato all’ascolto, come da tempo non si sentiva in un tuo disco.
È una scelta ben precisa. Non a caso per arrangiare la maggior parte delle canzoni ho chiamato il mio amico Lucio Fabbri che, oltre a produrre, ha pure suonato chitarra acustica, elettrica, mandolino, cetra e il violino così popolare de Il violinista sul tetto. Fabbri supervisore, con tre eccezioni e cioè Amico mio, Il cielo di Austerlitz e Le rose blu, dove gli arrangiamenti sono di Patrizio Fariselli. Da lui durante le registrazioni ho imparato davvero tanto. Il mio modo di cantare in quei tre pezzi è volutamente appoggiato alla melodia, segue un modello quasi jazzistico.
Queste tre canzoni rappresentano, assieme a Non lasciarmi andare via, la faccia più oscura e più vera del disco.
Ascoltato con attenzione, “Di rabbia e di stelle”, anche un po’ a dispetto di quel suono facile di cui si parlava prima, è forse uno dei miei lavori più personali e intimi. Sono canzoni maturate durante un periodo di crisi personale e sociale. Certo, bisogna saper leggere fra le righe, decifrare. Ma la sincerità di quello che canto è assicurata.
Il panorama desolante del nostro paese emerge in modo molto netto in due pezzi, Questi fantasmi e Mond lader. Le due canzoni invettiva del disco: nella prima dici “signore fulminali subito quelli che non hanno i congiuntivi, e gli aspiranti cantanti prima che diventino dei divi: faremmo volentieri a meno anche di quelle con il solo pensiero che far vedere il culo lo si possa definire un lavoro... questi cialtroni, questi fantasmi che mi camminano intorno, questi topi di fogna e bordello... questi animali parlanti, questi trapani col Rolex”. Più chiaro di così...
Cosa devo aggiungere, basta guardarsi intorno...
Mond lader è in dialetto milanese. La tua prima volta in meneghino?
Sì, non mi era mai capitato prima. E non saprei dire nemmeno perché. È un’altra canzone vera: il risultato di un discorso fatto con un mio amico operaio dell’Alfa Romeo. Si è sfogato con me: mi parlava della situazione in fabbrica, del figlio che non parla mai a lui e sempre al telefonino, della figlia che va in giro tatuata, del vuoto della politica. Così è venuta fuori Mond lader.
Siamo partiti da Modugno. Facciamo un salto temporale impegnativo. C’è in giro qualcuno in cui ritrovi lo stesso stile, la stesso atteggiamento?
Sono paragoni impossibili. I nuovi non vanno mai confrontati con i nomi storici: dietro c’è un’altra storia, un altro mondo, altre esperienze. Non c’è più neanche la stessa industria musicale che sorregge un artista nuovo, un talento in cui credere. La discografia così com’è è destinata a morire. Non so cosa ci sarà dopo, ma così non può continuare di sicuro. Una cosa comunque è certa: la canzone d’autore ha ormai piena dignità letteraria. Anche se c’è qualcuno che fa ancora l’errore di confrontare i versi di una canzone con la poesia – sono linguaggi diversi, inconfrontabili -, mi sembra si stia facendo strada l’idea che la canzone, la bella canzone, possa avere anche un ruolo didattico. Recentemente ho partecipato ad un convegno, il titolo era: ‘Le canzoni devono entrare nei libri di scuola?’
A proposito di libri. “Di rabbia e di stelle” esce quasi in contemporanea con una raccolta di poesie, ‘Di sogni e d’amore’.
Sono settanta mie poesie scritte dal 1960 al 1964. Dai diciassette ai ventuno anni. Poesie quasi tutte d’amore, e tutte dedicate ad una sola ragazza.
Poi conquistata?
No, mai.
(per acquistare il numero 41 - ed ogni altro numero - de "L'isola che non c'era" - l'unica rivista dedicata unicamente alla canzone italiana, e che da oggi ha un occhio particolare per la canzone d'autore - scrivi a: alberti.biblioteca@gmail.com)