lunedì, 28 settembre 2009
Le parole di Roberto Vecchioni incantano come la sua musica

Il parco di Villa Giacosa ha ospitato sabato pomeriggio la cerimonia di consegna della sesta edizione del premio “Parole per la musica”, intitolato al celebre librettista canavesano. Una scelta azzardata, visti i capricci meteorologici della giornata, ma vincente: il sole ha baciato la cerimonia in una cornice che è riduttivo definire suggestiva.
La consegna della targa è stata effettuata da Luigi Ricca, canavesano, Assessore Regionale e da Ugo Perone, filosofo e membro della Giunta Provinciale.
In un contesto particolare, dunque, un premiato ecezionale: Roberto Vecchioni è un consumato “animale da palcoscenico”, capace di attirare l’attenzione e di affascinare il pubblico anche quando, invece di cantare, parla. Intervistato da Giacomo Bottino, direttore artistico dell’associazione “La Terza Isola”, che organizza il premio, il professor Vecchioni ha offerto ai presenti una lezione di filosofia e di vita.
Parole su di sé, sulla sua storia e sulle sue canzoni,ma anche sulla musica in generale e, soprattutto, “parole sulle parole”: «La cosa che più io adoro - ha detto – è la parola, che è un miracolo. La parola è nata perché all’uomo non bastavano più sguardi, graffi, baci e strofinamenti. Occorreva qualcosa per spiegare il perché e il percome di quei gesti. Se uno sguardo può dire “Ti amo”, la parola può aggiungere che ti amo “teneramente” o “tenacemente”, “così così” o “fino a domani”».
Una parola che, secondo Vecchioni, oggi rischia di scomparire: «La nuova comunicazione è sempre più “speed”, troppo speed, e così rischiamo di tornare ai grugniti».
Ma questo non è successo sabato pomeriggio, un momento nel quale le parole hanno riempito il parco giacosiamo: quelle dette da Vecchioni e quelle lette dall’attrice Elisa Lepore, che ha proposto alcuni brani dell’ultimo libro di Vecchioni “Scacco a Dio” e testi delle sue canzoni.
“Scacco a Dio” presentato nella casa dell’autore di “Una partita a scacchi”: una di quelle combinazioni che tanto piacciono a Vecchioni: «Amo l’imprevisto e l’imprevedibile, quando scrivo, sia che si tratti di una canzone o di un libro, mi piace seguire vie non tracciate, destare stupore, far si che chi legge o ascolta si chieda “Ma cosa sta dicendo?”, Ecco allora che i dieci racconti di questo ultimo libro hanno tutti un finale sconvolgente, ma razionale. “Quasi impossibile”, ma non del tutto da escludere».
Il caso, questa passione di Vecchioni, secondo il cantautore è un qualcosa di amato anche da Dio: «Perché è la dimostrazione della sua esistenza, alla quale io credo. Senza caso sarebbe noia, meccanica e ripetitiva. La mia esperienza degli ultimi anni, umana prima che professionale, dimostra che non sempre il caso è piacevole, che le sorprese sono belle. Ma le prove della vita ti fanno sentire davvero vivo. E’ quando devi lottare che dai un senso a tutto: senza un nemico, un avversario, senza “qualcosa contro”, tutto perde senso e significato». E, assieme al caso, l’attesa: «Il più bel dono che Dio ha fatto agli uomini è la possibilità di vivere un eterno sabato. Se arriva la domenica, tutto finisce, ma lui sa tenerci sempre lì, sospesi alle 23.59».
Terminata la “lezione”, Vecchioni si è prestato al consueto rito degli autografi e delle strette di mano, regalando un pizzico di magia a quanti sono abituati a conoscerlo solo per le sue canzoni. Firme sui libri, sui dischi, persino su una chitarra. E tante strette di mano a questo cantautore-professore-scrittore che ha una faccia da marinaio, solcata dai segni della vita, addobbata con l’immancabile sigaro e illuminata dal sorriso di chi è consapevole che anche oggi è sabato, che la domenica deve ancora arrivare.

(Federico Bona)

Le immagini su Fotoimpressioni

postato da: maria963 alle ore 20:22 | Permalink | commenti
categoria: scrittori
lunedì, 28 settembre 2009
nascimbeniRaccolta di pensieri dal blog


Non-poesie di un non-poeta dal web al cartaceo. Il non-poeta in questione è il veronese Enrico Nascimbeni, cantautore, scrittore e giornalista professionista. E il suo libro “Non poesie. L’amore ai tempi di Myspace”, edito da Paradisi di Carta, ha già venduto oltre 900 copie a un mese dalla sua uscita.
Come scrittore ha già pubblicato due libri, “Il tropico del ricordo” e “Le mani pulite”, scritto a quattro mani con Andrea Pamparana, vicedirettore del Tg5. Ma questo libro è la prima raccolta di versi, pensieri e opinioni che Enrico ha pubblicato prima in rete, di volta in volta sul suo blog, e poi raccolto in un volume cartaceo. Una Poesia Altra, che nasce dai pensieri, dalle sfaccettature e dai sentimenti profondi di un uomo.


Ti definiscono il “santone del minimalismo italiano”. Come mai?
Ho chiamato i miei scritti non-poesie per un atto di umiltà. Sono pensieri notturni che ho raccolto in un libro. Tra raccontare qualcosa di un bel tramonto o della poltrona di casa, preferisco scrivere della mia poltrona. È lì. La vedo tutti giorni e so che è comoda. I miei scritti si confrontano con i temi della solitudine, del distacco, dell’amore e della vita, dell’importanza della semplicità nei gesti quotidiani. Mi piace scrivere in modo diretta di cose non idiote. Seguo il consiglio che mi ha dato Eugenio Montale “scrivi in modo semplice e vedrai che esprimerai al meglio il concetto”.
Sta di fatto che Enrico, con le sue canzoni senza tempo e lo stile da cantautore di vecchia guardia, è la dimostrazione di come basta poco a creare una strategia comunicativa al passo con i tempi.

La Rete ha finito spesso con il dividere gli artisti. Alcuni parlano di pirateria, altri richiedono la libera circolazione della cultura. Che posizione hai sulla questione?
Non posso che essere grato al web. Grazie alle potenzialità di internet ho vinto il Disco d’Oro e di Platino con il mio settimo album “Uomini sbagliati”. Il mio Myspace conta un milione di presenze. Quasi il 90% dei miei dischi sono venduti tramite il web. Questo libro si trova anche in libreria, ma la maggior parte delle copie finora sono state comprate on-line. Adesso è in lavorazione il mio ottavo album. Spero in un altro successo.

Che racconto hai con i tuoi utenti?
Devo dire che ho un grande successo. Anzi, sta per uscire una versione in inglese e una in spagnolo di questo ultimo libro, proprio perché sono stati gli utenti a chiedermelo. Devo dire grazie a loro. Io ho solo aperto il mio cassetto personale. Loro mi hanno portato in testa alle classifiche dei libri di poesia venduti.

Non hai mai smesso di scrivere di musica. Da Paola Turci a Francesco Baccini e Roberto Vecchioni, che apre il tuo libro.
Ho l’onore di avere la prefazione di Roberto Vecchioni, con cui ho sia un rapporto di amicizia che di collaborazione. È stato il mio professore al liceo classico Beccarla di Milano, città nella quale sono cresciuto ma da cui sono scappato. Adesso sono veronese.

E l'artista, l'uomo, il non-poeta Enrico Nascimbeni riesce a dare il meglio di sé come sottolinea, nella prefazione del libro, il suo maestro e amico di sempre Roberto Vecchioni ..lui e’ un fortunato: la natura gli ha concesso un “link” cosi’ diretto tra cuore e penna da sconsolarlo e consolarlo in frazioni ripetute di attimi e stagioni, che non ha nemmeno il tempo di capire, che ripete un’identica inafferrabile “saudade” da sempre, col chiaro intento di non volerne venire mai a capo perché sarebbe la fine.
postato da: maria963 alle ore 11:16 | Permalink | commenti
categoria:
venerdì, 18 settembre 2009
I tempi in cui scoprire un nuovo disco era bellissimo – i tempi in cui le emozioni erano definite e pensavi definitive - i tempi in cui si entrava in un negozio di dischi con l’emozione addosso - e prima ancora, a prendere il treno il sabato pomeriggio, non ancora patentati – partire con un mezzo sole tornare col buio - nel capoluogo a girare negozi di dischi, ché ce n’erano di più - e poi scambiarsi i dischi - gli ultimi 33 – le cassette vergini della Standa, ché costavano meno.
Senza soldi per comprarne tanti, di originali - e allora si scambiava, e insieme si cambiava – e allora comprare con soppesante attenzione - leggere i crediti dei dischi per scoprire un nome nuovo, come si chiamava quel sassofonista - oppure un nome captato nell’intervista di un musicista che ti piaceva - arrivare a Randy Newman attraverso Fossati - e rimanere un po’ lì a scoprire che scriveva You Can Leave Your Hat On.
Perché l’adolescenza vuole le cose impegnate e quelle commerciali, e niente vasi comunicanti. Vuole che uno, solo perché è un grande, faccia per forza solo capolavori, e se compravi un disco di un grande e non ti piaceva ti sentivi tu inadeguato, eri tu che sbagliavi. E il sospetto tremendo, indicibile, osceno: se non mi piace questa cosa non sarà che mi piace la musica commerciale? Tutto era bianco o nero. Ma poi pensavi non capisco ma capirò, non mi piace ma mi piacerà. E allora sentire, come un compito a casa, quel disco, per fartelo piacere a forza. A volte succedeva. E sentirsi crescere (umanamente, sentimentalmente, culturalmente, esistenzialmente) quando capivi che ti stava entrando dentro. A volte succedeva. A volte no. Uno poi ne capisce di cose, impara che anche i grandi fanno ciofeche. Ma chissà se era meglio allora quando tutto era assoluto. Assolato.
E i tanti, tanti dischi che ti entravano invece subito, che toccavano corde tue, che ti facevano venir nostalgia di cose non ancora vissute, dolcezza, voglia per un amore non ancora fatto, indignazione per una politica non ancora capita. E be’, certo, anche immedesimazione. Da grande voglio fare il cantautore. Magari avvocato e cantautore, come Conte.

Non so… 1982. Quindic’anni, “Titanic”, “Intorno ai trent’anni”. Un’estate così con quelle cassette – originali – e altre, a sentire, risentire, ad ascoltarle al buio, al silenzio. Canzoni su canzoni, a memoria, dieci, cento, mille. E le poche occasioni di vedere in tv quelli che ti piacevano, come il giorno della festa del paese, e la trepidanza, il registratore giallo pronto, le batterie provate e riprovate. E poi le interviste rilette o risentite fino a sapere a memoria pure quelle. E scoprire il ‘68 (“e le fughe vigliacche davanti al cancello”) con i cantautori, la Resistenza, la guerra raccontata di rimando, l’opposizione. E la fregola di sapere i posti, i luoghi, i giornali, le radio, le trasmissioni che te li facevano scoprire. Un programma sulla neonata Raitre, al mezzogiorno di domenica, da un teatro di Roma. Il Premio Tenco in tv alle due di notte, per Vecchioni e Guccini che facevano insieme Gli amici, ma anche per gli sconosciuti: Lucio Quarantotto, Vinicio Capossela… e via a comprarsi il disco, se non c’era farselo arrivare, e il tempo vivo, calamitante, prima che arrivasse. Se è andato al Tenco non può essere scarso. Qualcuno invece lo era, va be’. E, più tardi, le canne ascoltando Capossela, un coetaneo oltretutto. La nebbia che si sentiva nelle sue canzoni, la stessa del Piemonte, e le notti tardi pure, le birrerie, le sigarette, le sbronze, l’amore per Waits e Conte.
I tempi in cui i nuovi dischi erano sempre bellissimi.

****
Una sera dell’ultimo autunno, a San Siro alla presentazione del nuovo disco di Vecchioni. Mentre – pensa tu - mi emozionavo ancora a sentirlo cantare Luci a San Siro pensavo a quel che ha rappresentato per me adolescente di provincia e di anni fa, ai binari che lui ed altri mi hanno dato e che ho scelto da solo di percorrere. Scartando sempre più spesso con gli anni, con le disillusioni e con i sogni nuovi - strappati con i denti, se necessario. Ché certe volte è necessario.
E poi ho pensato a Pasolini. L’ho scoperto dopo Vecchioni, oltrepassata l'adolescenza manichea degli schemi, degli incasellamenti, degli appigli continuamente cercati, dei modelli, del “da solo non ce la faccio anche se non me lo dico”.
Oggi mi accodo a tutti quelli che dicono che Pasolini manca. A me perché è il primo che mi ha fatto capire che si può anche scartare dai binari (anche dai suoi). E probabilmente per questo mi manca più di altri: per la libertà, il concetto vero della libertà, il cuore della libertà, il prato da correrci della libertà. La figa spalancata della libertà.
Tutto qui.

(Enrico Deregibus da L'Isola che non c'era - febbraio 2006)

postato da: maria963 alle ore 12:40 | Permalink | commenti
categoria: parliamone, scrittori, ricordi
giovedì, 17 settembre 2009
Quando tutto va storto e aspetto
il carro attrezzi
in mezzo all'autostrada, col cofano che fuma
quando è caldo e non ho nemmeno voglia
voglia di pensare
e tu sei qui e mi dici cose che non mi interessano
datemi della musica.
Quando pensi che forse questo
potrebbe essere il tuo ultimo tramonto
e che in fondo non è poi tanto importante avere più soldi
che i muscoli del tuo corpo scattano ancora bene
e i tuoi occhi vedono lontano
oltre la pazzia della gente
datemi della musica.
E la sera se non basterà bere per non vedere più facce di avvoltoi
e la notte quando tutte le paure mi prenderanno come una ventata gelida
e al mattino dopo che il mondo avrà sbadigliato le sue brutture
datemi della musica.
E quando mi caleranno quattro amici con gli occhi rossi
e un pugno di terra cadrà sul mio vestito di legno
quando perso nell'universo
come un atomo impazzito rientrerò nel circuito misterioso della vita
datemi della musica
datemi della musica


Buon ascolto a chi è sveglio e testimone di questa notte!
Datemi della musica che mi prenda per mano e mi porti lontano. Datemi della musica che zittisca i rumori e riempia i silenzi. Che copra questa notte e riscaldi il mio cuore. L'ultima emozione sincera.

Camminai fino a non pensare più
Che a portarmi fino a qui eri stata tu
Nascosta nei miei sogni come ieri
Sola dentro di me, nei miei pensieri
E così è oggi, così era ieri
Sopra un treno ad una sola direzione
L’Impossibile la mia destinazione
Sopra un carro trascinato da un leone
Viaggio verso di te senza più ore
Un tempo nuovo che ho nel cuore
Prima o poi tu saprai la verità
Non é una, ma qualcosa che si muove
Da infinite possibilità d’errore
Nacque un giorno così tra noi l’amore
Apri la porta se lo sentirai bussare.

postato da: maria963 alle ore 13:57 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 15 settembre 2009
Un tipo plasmabile su tutto (non dice, si fa dire e alla fine 'diventa' ciò che dicono? lo specchio riflette solo se qualcuno ci passa davanti. se per assurdo nessuno passasse di lì cosa ne sarebbe di lui? sarebbe inutile come lo è pensare di non voler soffrire. volenti o nolenti se si vive e non si vegeta prima o poi si soffre. protagonismo. investe la sua vita nella molteplicità delle esperienze che questa ti offre), in grado di spaziare, ma che non perde mai la sua vera identità (così prima o dopo torna di moda).
ha potenziale, talento, stile, creatività, curiosità.
trasuda vita, magari non in tutti gli aspetti, ma estremamente per quelli in cui è vitale.

parla in codice, ma è la persona che si esprime meglio che conosci. la lingua è un codice, la scrittura è un codice,... l'importante è il contenuto, sostanza, istinto puro, non si sa dove si và a parare, urgenza che prescinde dalla tecnica, la passione arriva. comunicazione di verità. empatia.
parla meglio con gli occhi che con la bocca.
non è uno che ride quando è contento e piange quando è triste. potrebbe benissimo fare tutto e il contrario di tutto e fartelo credere. insensibile e sensibile, dolce e amaro, affettuoso, tenero e disinteressato.

vive le persone come bottoni da schiacciare quando gli và nel suo pianoforte e le conseguenze non sono affar suo perchè non promette niente e se la gente 'sopravvaluta' non se ne sente responsabile
Gli altri sono bottoni su un calendario appeso in camera sua, li preme quando ritiene perchè le persone "si fanno leggere quando è il loro turno". Persone come libri, storie da guardare esternamente se esterno si può dire uno che entra in ciò che legge trasformandolo nella sua vita e sapendosene tirare fuori quando è 'tempo'. una specie di 'babele' dei libri e delle facce/sfaccettature del suo personaggio, che magari è una delle poche persone 'vere' e ha bisogno di nutrirsi di tante facce per costruirsi.
sembra che nessuno abbia la possibilità di conoscerlo a pieno.
onestà di fondo.

stare al mondo significa relazionarsi con gli altri (e dopo un po' si torna ad aver bisogno di questo, di gente che 'c'è') e dunque prendersi cura delle conseguenze?
egoisticamente il suo è un gran bel modo di gestire le situazioni (è un tipo altruista, generoso verso il prossimo)/ si corre soli....si corre come cani senza padroni...

Interessante e 'pericoloso'. Sfugge specie appena lo hai colto: "vado".
Sono difese le sue? come si scardinano? con l'istinto e basta? se no 'non è cosa'?
la difesa scatta quando cominci a volere più di quello che ti ha dato, mai prima.
se non si ferma, se và avanti, è perchè sa che non può darti di più=correttezza.
(sicurezza o insicurezza di sè e delle proprie potenzialità?consapevolezza)

Viverlo è l'unico modo per trovare il suo vero significato.
Per tenerlo vicino bisogna lasciarlo andare.

Barriere verso ciò che può provare non dice di averne, ma ritiene di non potersi innamorare perchè l'amore non è una cosa superficiale e dopo aver vissuto certe emozioni e situazioni seppur poi abbiano portato ad una fine si fa improbabile riprovarle. (indagine altri motivi? com'è cresciuto? famiglia di matti, affezionato alla sua infanzia, cresciuto tra nonni e mattoni)
a volte le corazze si possono attraversare, ma solo ed esclusivamente se chi la indossa ha voglia di provare a far entrare qualcuno nel proprio mondo. lui non ne ha voglia?
per lui alla parola amore non segue mai la parola quindi.
non ci crede più? non ha stimoli giusti
Ma 'cerca'? e cosa? non ne ha più energie e fiducia (:), è prosciugato umanamente e arrabbiato e non ha più nulla da dare, nè trova stimolo nel cercare. è stanco, ha problemi materiali e interiori, ha voglia di riposare il cuore, ma non trova pace. reduce.

come a dire 'la vita è stronza e bisogna esserlo di più', vive un'incapacità di esserlo davvero. Umanamente attraente ed apprezzato in un contesto in cui ogni fattore è una variabile.
Rischia di perdere cose intense della vita, ma vive quasi tutto, pur non andandoci incontro. Accoglie. Curiosa alchimia di vita mista tra impulso ed intima razionalità.
Ci sono cose per cui vale la pena rischiare? il rischio vero è il suo?

si espone poco, ma dà tutto (non è egoista) anche con due parole e a chiunque ritiene interessante sulla sua strada (buoni osservatori, uomini e cose semplici, melograni per casa), ma ti mette le chiavi in mano e la serratura te la trovi tu. non si consegna a te. si lascia amare, ascoltare, leggere. talvolta appare freddo, ma fa parte dei rari che sanno cosa sia la passione. si butta anima e corpo in ciò che fa. si dice da solo che è tutta una finzione di essere se stessi.
è uno stile di vita imparato a memoria nei gesti e nei modi e fatto proprio?
è davvero in grado di mettersi in discussione? ha paura di mettersi in gioco? e con chi dovrebbe farlo? con chi fa la meteora fulgida nella sua vita per un po' intuendo un varco nella sua anima per poi fermarsi alle sue blindature?
pensa di essere impenetrabile? chiunque può incontrarlo. attratto e stupito dalla schiettezza di chi vince le sue barriere. torna mai indietro? come se ne esce? folle monotonia che può essere rotta solo dall'unico sentimento che riesce a catapultarti in altrettanti giorni tutti uguali ma da cui non vorresti uscire mai...l'amore. l'unica altra possibilità di inceppare la mostruosa videocassetta programmata a ripetersi in eterno sono gli eventi eccezionali. dai contrasti forti nasce l'emozione e le barriere sono a zero.

uno di quegli uomini 'di passaggio' che sono belli se presi per ciò che sono e nel momento in cui si prendono anche perchè a dosi più massiccie si rischierebbe di veder diluito il principio attivo che sembrava piacerci. 'passaggio' che non si schioda facilmente dalle menti dei personaggi che lo incontrano. trappola. spirale ciclica attraverso bacio (gioco 'ce l'hai') - pupari.
vive di viaggi di pochi giorni, tenta di vedere piu cose possibili e si imbatte in paesaggi stupendi che tolgono il fiato,per un attimo pensa a quanto sarebbe bello abitare in quel posto, ma poi la strada chiama per riabilitare corpo e spirito e quel senso di libertà non imbrigliata gli impone di andare, per non perdere un briciolo delle infinite possibilità che la vita offre chè la sfera del possibile ha sempre il suo fascino.
nichilista=vivere la vita a pieno.
precisa scelta quella di non soddisfarle per mantenere lo status quo.
la conoscenza del posto rimane superficiale, magari per mancanza di tempo ci si perde il meglio che stava in un quartiere inesplorato, magari avrebbe potuto amare di piu, fermarsi in un luogo anzichè viaggiare. alla fine ci si può stancare di girare e scegliere un porto sicuro a caso. sempre che durante il viaggio non accada l'imprevisto. quello capace di farti fermare con naturalezza e fanculo la libertà. o puoi trovarla lì la libertà e costruirtela e capirne il senso. pensare che ne valga la pena.

immaturo? poco costruito?
fasullo di cui è pieno il mondo? un debole con una maschera enorme a carnevale, maschere sociali, intime, profonde,...
nasconde il vuoto dentro a un'apparenza affascinante per chi si fa abbindolare dalla superficie piacevole?
siamo tutti finzione e lui ne ha consapevolezza dunque è più vero? è presunzione perchè non tutti sono così?
è un bluff? è una partita persa in partenza?
potrebbe far cadere in trappola qualcuno che invece ha provato a rischiare? da subito questo personaggio dà idea di poter disporre delle vite altrui, troppo potere in mano ad uno solo
l'unico secondo fine nei rapporti con gli altri sembra sia quello di non soffrire, non si permette mai di correre il rischio di star male (sta bene:) e forse la sua debolezza è proprio l'adottare questa strategia senza lasciarsi andare ad emozioni che ti mettono in gioco e rischiano di scottarti. debolezza in quanto rinuncia troppo grande (:).
oppure si sente talmente figo da non considerare la paura di soffrire la sua scelta di vita. da cos'altro può essere dettata? il senso di libertà che diventa limite

si vorrebbe essere cosi o no?
fa paura, tristezza?

è felice? conosco un solo modo per sentircisi...sentirsi in mano la propria vita, scegliere il proprio destino, protagonismo responsabile / sembra allegro, ma di fondo è triste? tristezza/malinconia
fasi di vuoti emotivi lo portano a guardare al passato con nostalgia e non pensare ad altro, l'aria nostalgica non gli passa neanche nei momenti di giubilo

uno di quegli uomini che sulla carta nessuno vorrebbe ma che in realtà qualunque donna vorrebbe far suo o uno che apparentemente tutti vorrebbero ma nessuno va avanti veramente a cercare? cosa comunque impossibile, non sarà mai neanche di se stesso e lui lo sa.
i personaggi 'difficili' (è semplice/banale), particolari, vitali, prendono e riempiono e mettono in moto aspetti degli altri. sono importanti nel creare sensazioni, stimolare, farsi porre domande, spingere a capire. effetto adrenalina.
paco è un palo, è così com'è e lo lascerei cosi. nessuna rivoluzione che porterebbe al solito finale scontato e quasi mai vero "ed insieme vissero felici e contenti tutta la vita". i personaggi che hanno a che fare con lui cambiano, si trasformano, capiscono qualcosa di se stessi proprio per averlo incontrato.
Provocatore di idee.
pugnometro= il tizio di turno misura la sua forza su di te, alla fine scegli chi ti mena meno.
dopo un po' se ne va dai pensieri perchè la poca intelleggibilità stanca e si può scoprire come dietro ci sia poco o altro rispetto a ciò che si credeva? è difficile prenderlo e perderlo.
perdita di tempo ed energie? bisogna lasciare che si trovi da solo se si sta cercando e che si perda da solo se non sta cercando nulla (troppi problemi). poco affidabile.

resterà nella sua bolla multicolore come se nella sua vita niente fosse successo?

paco chi è?
manager, organizzatore che orchestra la disposizione lavorativa cercando di trarne il massimo profitto?
collezionista di bottoni
pubblicitario
equilibrista squilibrato

solitario.
animale notturno.
mancino.
capatosta.
gli si chiede di sorridere.
fotocamera in mano.
anticlericale con sua 'fede'

detto: la necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero (epicuro)
postato da: stelly alle ore 10:41 | Permalink | commenti (2)
categoria:
sabato, 12 settembre 2009
Sai mamma? Da pochi giorni è morto Mike Bongiorno. Pochi giorni prima se ne era andata Teresa Sarti, la moglie di Gino Strada. Non so se tu conoscevi lei, ma apprezzavi il marito. Il mese scorso ci ha lasciato Fernanda Pivano, lei certamente sapevi chi era. Pochi mesi fa abbiamo dovuto salutare Ivan Della Mea e qualche mese prima Beppe Quirici: loro penso che non li conoscevi, ma in qualche modo hanno fatto parte della mia vita. Alla fine dell’anno scorso è morto Don Viotti: lui lo conoscevi bene da tanti anni e lo avevi rivisto anche di recente.

Un anno e mezzo, mamma, quasi 19 mesi ormai. Non ci sono state solo morti, tutt’altro. Io sono diventata nonna, tu hai appena fatto in tempo a saperlo, ma nel frattempo sono già nate due mie nipotine e presto vedrà la luce il terzo. Presto sarò anche nonna acquisita: anche il figlio del mio compagno aspetta un bimbo. Sì, il mio compagno; lo hai conosciuto ma è solo dopo che tu sei partita che abbiamo deciso per la convivenza definitiva. Ne parlavamo da tempo, ma sei stata proprio tu in qualche modo a renderlo effettivo; quella mattina lui mi ha detto: non ti lascerò mai più da sola, se tu vuoi. Ed io ho risposto sì. Oggi sei bisnonna di quattro bimbe (anche Roberto è diventato nonno per la seconda volta) e fra poco lo sarai per la quinta volta, questa volta di un maschietto. A volte mi chiedo cosa avresti detto vedendo i miei figli genitori, in fondo sono cambiati molto.

Sono già cambiate tante cose mamma. A casa mia abbiamo poi effettivamente fatto quei lavori in cucina e in entrata. Poi in cucina ho cambiato anche i mobili, credo che ti sarebbero piaciuti. Abbiamo poi fatto dei lavori in salotto e presto li faremo nelle due stanze che i figli mi hanno lasciato libere e sto dedicando ad altro uso. Ti ricordi quando eravamo noi figli ad andar via da casa tua e tu cambiavi la disposizione delle stanze? Ora è il mio turno.

La prossima settimana andremo con babbo ad Assisi. Penso che sarebbe piaciuto anche a te, anche se eri così restia a viaggiare; ultimamente credo che ti sentivi molto debole fisicamente, ma da sempre avevi così tanti timori, anche se quei pochi posti dove sei stata ti sono piaciuti così tanto da ricordarli per sempre. L’ultima estate ti avevo portata sul Lago Maggiore e sul Lago d’Orta e ti era piaciuto; ricordo che restavi estasiata a guardare le nuvole bianche correre nel cielo azzurro, e avevi uno sguardo così sereno. Uno sguardo intrappolato in una fotografia che mai avrei immaginato sarebbe diventata “il tuo ricordo” per sempre. A volte penso a quanto poco hai viaggiato e vorrei che il tempo tornasse indietro per portarti in tanti posti nuovi.

Nella tua cucina ultimamente abbiamo individuato una perdita d’acqua che proviene dal bagno e babbo dovrà provvedere a farla riparare.

Si parla sempre più spesso della seconda linea della metro qui a Torino. Ricordo che quando babbo te lo aveva accennato tu avevi risposto: tanto noi non ci saremo a vederla. Noi non lo sapevamo, ma oggi sembra che tu lo sapevi, forse inconsciamente, che certe cose non facevano parte del tuo tempo. Vivevamo lo stesso tempo, mamma, ma è come se tu ti stessi già allontanando da tutto ciò, stessi già andando oltre.

Sono cambiate già tante di quelle cose, mamma! A volte tutto ciò mi fa paura, perché allontana il tempo che è stato con te, rende il tutto sempre più “ricordo”, ti allontana sempre più da questa mia realtà.

Dicono che quando dormiamo si sogna sempre, solo che spesso i sogni si dimenticano al risveglio. Da qualche anno, invece, io me li ricordo quasi sempre alla mattina. Nelle mie notti tu sei sempre ancora con noi, condividiamo ancora il tempo. Torno spesso a chiedermi se è più vero il sogno o la realtà: sono tanti di quegl’anni che non so rispondermi.

Oggi è il mio onomastico, mamma. Babbo mi ha scritto gli auguri anche da parte tua. Grazie!

postato da: maria963 alle ore 20:52 | Permalink | commenti (14)
categoria: ricordi , dopo la mezzanotte
giovedì, 10 settembre 2009
postato da: maria963 alle ore 09:58 | Permalink | commenti
categoria: poesia
mercoledì, 09 settembre 2009
lerri
Di Lerri Baldo ne abbiamo già parlato su queste pagine, in occasione dell'uscita del suo primo libro di poesie Se tu fossi più bella ancora.

Nel luglio scorso è uscita la sua seconda silloge, edita per la "Fermenti": Taci come il mare.
Qui Lerri si sdoppia per partecipare ad un ciclo naturale fatto di coinvolgimenti e denunce. Le sue contestazioni nascono da contatti umani, da situazioni presenti o recenti che generano indignazione dinanzi all'obnubilamento edonista delle coscienze. I suoi limpidi strali non sono sfoghi, ma sottolineature di una società che predica una vita indifferente, tramite illusioni dei media, nostro pane quotidiano.
Taci come il mare è suddiviso in tre raccolte: Acquamarina, Taci come il mare e Onde.

Mi hai insegnato la durezza,
ho amato di te i tuoi capelli
come l'ambra di un campo a settembre,
le tue labbra dolci,
appena segnate contro il rosa del viso,
che schiudono il senso d'una vita
trascorsa a cercarti.
Ho amato di te la tua ritrosia,
il pensar mio quel tuo orgoglio di donna,
il tuo splendore, il piglio tenero della tua voce,
ho amato quando ti volti e sorridi,
quando il bianco dei denti, degli occhi,
dà alla tua figura un languore, un tono
che tutte le altre non hanno.
Ho amato la tua sensualità naturale,
la posa consapevole della tua avvenenza,
quando maliarda piegavi un tuo polso,
e camminavi,
sapendo di abbracciare anche l'aria.
Ho amato d'estate
l'ombra bianca della tua nudità,
la femminilità in ogni tua mossa,
la passione di quel tuo corpo,
da film italiano, da dopoguerra,
da grandi registi.
Ho amato di te il tuo imbarazzo,
la forma della tua bellezza che scava le pietre,
ho amato di te quello che sei, che non sei,
quello che sei di più ancora.
Ho amato tutto,
ho amato il tuo nome.
Perdonarti non esiste Anthalya,
perdonarti è improbabile,
perdonarti
non posso più.


(Mi hai insegnato la durezza
postato da: maria963 alle ore 13:33 | Permalink | commenti
categoria: opere d inchiostro