lunedì, 27 luglio 2009
Abbiamo incontrato a Carrara il 3 luglio u.s. in occasione della presentazione alla stampa di SPIRITUS FESTIVAL (www.spiritusfestival.it) un… “testimone della sua epoca”, parafrasando in questo modo il dictat espressivo e delucidante di S.S. Benedetto XVI; un personaggio sensibile alla superficialità imperante, un cantautore poetico che con il suo impegno sociale riesce, almeno in parte, a risvegliare quei valori etici, morali e civili assopiti dall’attuale stressante vita collettiva. Roberto Vecchioni sa infondere alle nuove generazioni, che incontra nelle aule universitarie, la poesia, quell’archetipo insito in una umanità ormai “distratta”. Oltre a partecipare a SPIRITUS FESTIVAL, come cantautore - sabato 25 luglio a Carrara, in Piazza Alberica alle ore 22,30 è nel suo concerto “IN CANTUS”, potpourri di opere liriche e non, interpretate in modo originale da questo multiforme e vario animale da palcoscenico – Roberto Vecchioni è per promuovere la sua ennesima opera letteraria edita dalla Einaudi: “Scacco a Dio”. E sempre a Carrara, sabato 25 ma alle ore 20,00 in Piazza del Teatro, presenta il suo libro, coordinato da Massimo Lucchesi insieme a Paolo Crepet. D'altronde è solo dal 1996 che alterna la sua scrittura creativa con quella per i racconti e per i romanzi. Roberto Vecchioni scrive anche poesie, o meglio, è la poesia che lo afferra e lo costringe a scrivere. L’ala della Poesia quando passa ti soggioga!
Da appena un mese è uscito il tuo ultimo romanzo “SCACCO A DIO”, cosa significa e qual è il messaggio subliminale che vuoi mandare; e a chi in particolare?
Non c’è messaggio subliminale, “Scacco a Dio” è chiaro come il sole: noi sfidiamo la vita di tutti i giorni e quella dei giorni rari concessi a pochi… Perché? Dio non ci ha voluti felici e con la pancia piena, sarebbe stata la nostra fine. Dio ha voluto che ci costruissimo tra il dolore ed il respiro per non addormentarci mai, per cercare sempre.
Secondo la tua opinione, ci sono dei limiti, dei confini, tra l’arte del musicare, del comporre, e l’arte dello scrivere?
I limiti sono tutti formali. Una canzone è l’intreccio di tre semantiche: parola, musica interpretazione. Scrivere (poesia – narrativa)è parolare (un limite e un vantaggio) e basta. Il punto cruciale e finale sta sempre nella sintesi lirica e questa si può raggiungere in vari modi, da qualunque parte si provenga.
Che rapporto c’è tra la fatalità, il destino e il libero arbitrio?
Io credo che all’Uomo sia dato di scegliere sempre in piena libertà. Quel che chiamiamo “destino” altro non è se non ciò che abbiamo già scelto, scegliamo o sceglieremo e di cui Dio tiene un archivio. L’archivio è ininfluente, siamo noi a scriverglielo. Il caso è la più grande prova della libertà degli eventi, tragico o fortunato che sia.
Credi nei simboli, nei messaggi, negli avvertimenti o consigli che una realtà a noi invisibile, impercettibile, sconosciuta ai nostri sensi ci fa arrivare alla nostra coscienza?
Credo ad un’immensa forza intuitiva, mediatica che ci percorre e ogni tanto si palesa.
Penso che il mondo, l’universo siano disseminati di simboli che ci sfidano a capire. Credo mediocre ed inattendibile un’esistenza basata su domande e risposte abituali, rituali. Credo che l’Arte, come “Inventio”, ci dia risposte uniche.
Cosa pensi della sfida continua che l’Uomo nei secoli e ripetutamente, muove a Dio attraverso le scoperte scientifiche o attraverso intenzioni opportunistiche dell’umanità in genere?
Penso che Dio abbia creato gli Uomini e il Mondo non aspettandosi niente di diverso da ciò. Non siamo una riserva di branzini, uno zoo di animali da collezione. Dio per primo voleva queste sfide continue.
Una riflessione sull’opera di Robert Louis Stevenson “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, 1886), non può anche questa sfida essere considerata uno “scacco a Dio” ante litteram?
Assolutamente sì.
Come definisci questa tua nuova opera “SCACCO A DIO” una raccolta di racconti, un romanzo dell’esistenza, o un diario delle sfide? Resta comunque assodata la tua capacità di scrittura chiara, precisa, sobria e limpida.
Questo è un romanzo di racconti; ma le sfide sono solo dei pretesti. In realtà quel che mi premeva era arrivare ad una fede, ad una certezza emozionale fuori dalla teologia e dalla filosofia.
Torniamo un attimo alla tua discografia. C’è un lavoro con il quale sei particolarmente in empatia totale e per quale motivo?
La mia ricerca è stata progressiva e non facile: ho eliminato (prolissità – supereghi politici del momento – amori strazianti) e ho aggiunto ( l’Uomo per sempre – i ricordi come salvezza – i valori per sempre) e ad ogni tappa ho amato e difeso quel che facevo. Se devo dire cosa è venuto fuori credo che di meglio non potevo; penso a “Il cielo capovolto”, a “Il lanciatore di coltelli”, a “Di rabbia e di stelle”.
( L'Unico - Giuseppe Lorin - 24 luglio 2009)
lunedì, 27 luglio 2009
Sono i componenti della più celebre famiglia del teatro italiano del Novecento.
Il racconto di un figlio d'arte della loro rottura e della riconciliazione finale.
Luigi racconta la De Filippo dinasty: "Che lite tra Eduardo e Peppino..."
Peppino ed Eduardo
Fu una bella lite, accesa, mio padre si ribellò in maniera non solo violenta, ma, se vogliamo, anche ironica. Stavano provando al teatro Diana di Napoli, era il 1944. L'atmosfera era già tesa da un po' di tempo, due galli in un pollaio non ci possono stare. Peppino voleva fare una cosa, Eduardo un'altra. Quella mattina Eduardo notò un atteggiamento svogliato da parte di mio padre alle prove e lo rimproverò davanti agli altri attori. Mio padre si risentì parecchio di quello che gli sembrò un gesto dittatoriale e si rivolse a Eduardo facendo il saluto romano e gridandogli in faccia: "Duce... duce... duce...". Gli astanti dovettero intervenire per separarli.
Anni e anni dopo, quando mio padre si ammalò, avvisai Eduardo. Un po' si fece pregare, ma poi riuscii ad accompagnarlo in clinica; li lasciai da soli. Avevano tante cose da dirsi e poco tempo. Devo ammettere che come famiglia siamo stati molto uniti in scena, ma una volta chiuso il sipario, ognuno faceva la sua vita.
Ho continuato a vedere Eduardo anche dopo il litigio. Andavo spesso nella villetta di via Nomentana a Roma e sono stato il primo ascoltatore di Filumena Marturano. Una mattina, a Napoli, mi fece sedere e cominciò a leggere, interpretando da solo tutti i personaggi. Quella commedia in origine aveva un altro titolo, Filumena Maisto, ma il cognome della protagonista corrispondeva a quello di una nota famiglia napoletana che si risentì moltissimo di vedersi rappresentata da una prostituta. Così Maisto diventò Marturano. Mia zia Titina ha interpretato moltissime volte quella parte e un giorno, nel camerino del teatro romano Eliseo, un gruppo di signore entrò per complimentarsi, ma soprattutto per chiederle di svelare il nome del padre dei tre ragazzi Marturano. Titina, come se confidasse un segreto, rispose: "Lo so ma non ve lo posso dire, mio fratello Eduardo farebbe una tragedia!".
La famiglia De Filippo si trasferì nella capitale nel '42, due anni prima della celebre rottura. A Roma c'erano i grandi palcoscenici, Cinecittà, la radio e, soprattutto, non c'erano i bombardamenti. I De Filippo erano accaniti antifascisti e non perdevano occasione per sfottere il regime. Mi viene in mente un episodio che riguarda La fortuna con la effe maiuscola. Durante una replica serale al Quirino, eravamo in pieno conflitto, Peppino cambiò il copione: "Finalmente ho trovato un lavoro. Mi sono iscritto all'Unpa", proferì, rivolto a Eduardo, con lui in scena.
Ora, l'Unpa era l'Unione nazionale protezione antiaerea: quando squillava la sirena intervenivano le forze per aiutare i cittadini ad andare al ricovero. Questa Unione era formata da gerarchetti fascisti, gente anziana che non poteva andare al fronte, mezzi rimbambiti. Eduardo capì al volo la battuta improvvisata e rilanciò: "Ma come? Tu sei cretino". "Appunto mi hanno preso all'Unpa". La cosa venne riferita al federale di Roma, che decise di mandare una squadraccia per dargli una lezione. Fu lo stesso Mussolini a salvarli decretando: "Lasciateli perdere, sono la mia valvola di sicurezza".
I De Filippo da una certa area politica non sono mai stati amati. Eduardo è stato molto vicino al Pci e rammento la sua commozione ai funerali di Berlinguer; mi ricordo anche che Togliatti portava la figlia al Teatro delle Arti a Roma e andavano a salutare mio padre, che allora lo gestiva. La Dc invece ha sempre osteggiato Eduardo, per esempio impedendogli di aprire la sua scuola di recitazione. Non hanno mai censurato le sue commedie in tv perché sarebbe stato come "tagliare" un monumento nazionale, ma queste sue simpatie di sinistra gli sono costate care.
Peppino De Filippo ha girato cento film, ha scritto una cinquantina di commedie, con lui ho conosciuto tantissima gente. Fellini, per esempio. Scherzava sempre e, come me, aveva il problema della perdita dei capelli. Un giorno sul set di Boccaccio '70 mi fermò per dirmi: "Luigi, ho trovato che cosa impedisce la caduta dei capelli... il pavimento".
La televisione è stato un mezzo di comunicazione che i due fratelli De Filippo, in maniera diversa, hanno saputo usare: ero a casa di Eduardo quando arrivò una telefonata della Rai. Mio zio, finita la conversazione, ce la raccontò: "Pronto, qui è la televisione...", "Piacere, adesso le passo subito il frigorifero". Peppino accettò di condurre Scala Reale negli anni Sessanta ma gli ascolti non erano soddisfacenti. Allora gli venne in mente il personaggio di un cuoco che si esprimeva per strafalcioni e che aveva usato in teatro. Pappagone diventò più di una maschera, la gente parlava come lui ("ecque qua...").
La Titanus gli offrì di fare una serie di film con Pappagone, ma lui rifiutò. Di B-movie, come si direbbe adesso, ne aveva girati tanti; ma insieme a Totò, era un'altra faccenda.
(testo raccolto da Alessandra Rota)
(Luigi De Filippo - testo raccolto da Alessandra Rota - Repubblica, 26 luglio 2009)
lunedì, 27 luglio 2009
La ALBUS edizioni bandisce la prima edizione del Concorso Letterario “faVOLANDO”, che ha come scopo la pubblicazione dell’opera vincitrice nella collana per ragazzi Stelle filanti.
Si può concorrere con Favole e/o Fiabe della lunghezza massima di 45 cartelle dattiloscritte, oppure con raccolte di Favole e/o Fiabe l’importante è di non superare le 45 cartelle.
Il tema è libero.
Le opere devono essere inedite.
Saranno premiati i primi cinque (5) classificati:
Al 1° classificato andrà una targa, un libro ALBUS, un attestato e un regolare contratto di edizione, senza nessun tipo di contributo economico da parte dell’autore. Il libro sarà stampato e distribuito nel circuito nazionale.
Al 2° e 3° Classificato andrà una targa, un libro ALBUS e un attestato.
Al 4° e 5° Classificato andrà una medaglia e un attestato.
L’Editore si riserva il diritto di proporre il contratto di edizione anche ad altri premiati, nel caso la giuria giudicasse le opere degne di pubblicazione.
Le opere vanno inviate in formato cartaceo in due (2) copie a: ALBUS edizioni, Via Donadio 7 – 80023 Caivano Napoli, entro e non oltre il 10 novembre 2009 (farà fede il timbro postale). Sulla prima pagina dell’opera specificare “Concorso Letterario Favolando”, il titolo dell’opera e i dati dell’autore: nome e cognome, indirizzo di residenza, numero di telefono e indirizzo e-mail.
Gli elaborati non saranno restituiti.
Per spese di segreteria è richiesto un contributo di euro 10,00. La quota va messa in busta assieme agli elaborati oppure versata sul conto postepay n. 4023 6004 4555 5370 intestato a Rita Esposito, allegare ai lavori la fotocopia della ricevuta del versamento.
Il giudizio della giuria è insindacabile e gli elaborati non saranno restituiti.
I vincitori e tutti i partecipanti saranno avvisati sull’esito del concorso dalla casa editrice.
I vincitori saranno annunciati tramite comunicati stampa a siti e riviste del settore e pubblicati nell’apposita sezione del sito ALBUS “I vincitori dei nostri concorsi”.
Info al 339.2740860 oppure info@albusedizioni.it oppure al fax 081.835372.
lunedì, 27 luglio 2009
26 luglio - 1 agosto
organizzato dall'ACCADEMIA VITTORIO ALFIERI E DALL'HOTEL IVANO (Rivabella di Rimini) con il patrocinio della ASSOCIAZIONE ALBERGATORI e la collaborazione dell'UNIVERSITA' PER LA TERZA ETA' di Rimini
Come ogni anno viene organizzata la vacanza-convegno a Rivabella di Rimini dei poeti dell'Accademia Alfieri, un appuntamento ormai consolidato nella movida Riminese che si ripete da oltre un decennio
Una settimana ricca di eventi per chi ama la poesia, varie saranno le occasioni poetiche previste per RIMINI 2009, le centrali sono:
RECITAL AL MUSEO CIVICO nel pomeriggio di mercoledì 29 luglio ore 16,00 con la partecipazione dei poeti riminesi nel suggestivo salone consigliare
LA FESTA DELL'ARRIVEDERCI sulla terrazza dell'HOTEL IVANO via Coletti 190 Rivabella, venerdì 31 luglio dalle ore 21 circa.
Per informazioni e prenotazioni rivolgesi a Dalmazio Masini presidente dell'ACCADEMIA VITTORIO ALFIERI - tel 3474464 278 - d.masini@inwind.it oppure tizianacur@hotmail.it
venerdì, 24 luglio 2009
Io non sapevo. Io, io non c'ero. No, non c'ero. Ti dico che non c'ero.
Mi ci hai messo tu, mi hai inventato tu. Io mica c'ero.
Non ho canzoni da regalarti, che dici? non ho tensioni da eccepire, non ho strumenti.
Tu menti. Io non c'ero. E questo pure se ieri sera m'hai risposto male chè poi fra l'altro m'è andata male tutta la serata, non per te, per tutto quindi un favore me lo devi e so già quale chiederti perchè è nella mia lista pure se natale è distante ancora. Io faccio che c'ero, ma tu me lo devi.
Una volta ti ho detto che ti avevo capita, mica era vero, solo che se no non saresti partita. Io ti volevo. Non mi chiedere come, non mi chiedere cose che non so, non cominciare, solo che ti volevo ti dico, neanche il perchè ti regalo. L'ho perso come il merlo coi suoi pezzi, che dorme, e non lo ri-cerco. Non ti preoccupare, un giorno poi ricompare mentre metto a posto la scrivania e ti dico che era nei sassi di quella spiaggia dove ti ho immaginata scrivere, perchè eri tu che parlavi di onde no?
Io i sassi li avevo raccolti mentre leggevo e li sbatacchiavo un po' sulla scrivania come fossero lanci di dadi, come fosse una di quelle situazioni lì di quando sei al telefono tipo e prendi qualcosa in mano e non sai cosa e non sai da dove, sai solo che ora ce l'hai ed è in effetti nel tuo pugno, ma non è che ti venga in mente di farci a cazzotti.
I sassi si lanciano come fanno i pensieri e il conto che viene è il prezzo che avrai. No, non del treno, lo sai che io lì in realtà non c'ero.
La ferrovia coi binari era tutta inventata da te, io leggevo. Sì, in camera mia, alla scrivania, ero lì, leggevo. Non chiedermi cose per cui non ricordo, leggevo, ti basti.
Ho le attenuanti, se vuoi mi trovo pure commenti compiacenti,... sono testimoni, ma che amanti?!
Anche la panchina di pietra era la tua mente, ci appoggi i pensieri, ma dei ricordi più niente. Quelli, i ricordi, sono preziosi, mica son sfizi che tieni e poi posi. Io con i dadi ci gioco per fare il punteggio. Son come i bottoni che ho messo al fumetto. L'ho chiuso, l'ho strappato, è giù sott'al letto.
Mi chiedi se ho sonno? son stanco, ma non perchè passo la notte, le notti, che vuoi che m'importi?
Tu mi chiedi "sopporti?", io non so più come porti il vassoio, che dirti, era solo un Martini e ci hai fatto su un film che nemmeno Moretti, ma ti prego... la smetti?
Un'altra volta ti ho chiesto una birra e me l'hai passata che eri finita nel triangolo tra la pietra e la strada e davanti il bancofrigo, sopra il gazebo che copriva e così il cielo s'affacciava dai lati e intorno noi, i burattini di una festa estiva. Giocavo solo con l'immaginazione, ma non c'ero. Anzi no, io sì, tu no.
Anzichè giudicare, mi son messo lì a bere. Hai la faccia che dice "ma allora...", la Moretti infatti mica è buona. Dì birra, perchè non è che tu sia poi stata un gusto diverso. Se ne trova sempre, marche varie, quale in offerta? certo che d'estate fa bene. Conviene per ubriacarsi in quelle notti che non sai cosa fare, mentre vivi. Te ridi, ma se c'ero o non c'ero neanche tu lo sai, certa, dopo che hai bevuto con me. Certo che m'accerto di te, era di menta il tuo the, ma non l'abbiamo bevuto mai insieme. E' così.
Sorridevi anche lì, mi ricordo, era tutto uno stand di complimenti prima, ma poi quando hai davanti qualcuno non è che passi la giornata a fargli i complimenti a meno che non sei innamorato poco. Se vivi, ridi, appunto, giochi e sogni, quelli rimangono sempre come i ricordi che posi o meglio li appoggi con punta di penna e ali di fata in una serenata che sembra cantata, ma invece è dentro a una campagna qualsiasi di un paese che prima... manco ci verresti.
Sapresti ritrovarmi? mi sono perso.
Fai che i ricordi che ti dicevo siano viti, ma piccole e diciamo pure che la penna è un giravite o cacciavite a seconda del posto dove sei. Il fatto è che la penna o come lo abbiamo chiamato è di quel tipo lì calamitati che attraggono le viti a sè e non le perdi e ti aiutano a girare e girare, come la giostra dai cavalli bianchi che sta sulla piazza grande di roma, quella dei divertimenti, rammenti? hai presente? sei presente? più niente, rimani zitta e non mi guardi che di storto, forse è di striscio la foto. La giro di là, non la prendo più tra le mani, magari se non altro metto la confusione in camera mia.
E' presto per rincorrerti, sarebbe presto pure se t'amassi, ti ho ricordato allora che non solo non t'amo, ma nemmeno mi sposo ai tuoi pretesti per raccontarmi. Solo che devo dire la verità, io poi in fondo c'ero, forse sullo sfondo o su un antiquato contrasto di luci forti e odori di pomodori, poi facciamo che ero scomparso, cambiato... cambiato d'animo o d'abito o d'ambito diciamo.
D'ambito va bene. Sono ambito come fossi il tuo preferito che le guardi tutte male se si avvicinano e a me piace e mi piacciono loro. Sì, facciamo che mi piacevano più loro che te e che tu facevi le classifiche e che io non guardavo nè i ritratti nè i racconti che mi porti e mi porgi e non capisco solo l'ostinazione che tu chiami amore, almeno di forma, ma soprattutto di sostanza e poi rimani nella mia stanza, ma sei testarda eh. E. Congiungi solo te.
Ti ricordi che stavamo, bene? forse giochi anche tu con le immagini come fossero sassi sulla scrivania di cui guardare i lati come fosse un pezzo di film e ogni lato una faccia e ogni faccia una parte di me e tu hai tanti sassi nei tuoi racconti dal porto e io ce li ho sulla scrivania perchè vivo nel mare, sono già lì, son marinaio, sei tu che mi vieni a trovare. Io sono lì dentro a un sacchetto di blu, nelle tue vernici a casa tua e tu, tu dove ti ho messa? nella scrivania coi sassi, ora lo so, ora sei tu. Ma io ci sono e tu c'eri.
Quella notte nel bacio però, comunque, sappi: non c'era la luna, ma eravamo veri.
http://www.youtube.com/watch?v=K9TWvYChavk&eurl=http%3A%2F%2Fsortr.com%2Fyoutube_play.php%3Fid%3DK9TWvYChavk%26v%3Drimmel&feature=player_embedded
martedì, 14 luglio 2009
Il professore cantautore s'interroga in Scacco a Dio. «Quanti dubbi dopo la malattia di mio figlio»
Se fai una domanda al cantante risponde il prof. e se ti rivolgi al prof. riecco il cantante. Prendiamo il suo libro Scacco a Dio, appena pubblicato da Einaudi e già sottotraccia di tanti suoi testi in musica. Per descriverlo, Roberto Vecchioni, non canta Le Rose blu, «Io ti darò tutti i giorni che ho alzato i pugni al cielo e ti ho pregato, Signore. Bestemmiandoti perché non ti vedevo», ma dottoreggia su un Onnipotente «permaloso, esibizionista, prolisso, per niente spiritoso». Solo la bestemmia rimane, pure lassù dove si può ciò che si vuole, quella delle canzoni: «L'atto assoluto del riconoscimento di Dio. Piena di passione, mentre nella preghiera mica sempre».
Lei è stato assistente di Storia delle Religioni dopo la laurea nel '68 in Lettere alla Cattolica di Milano. Nasce lì la sua ricerca teologica?
«Il mio Dio non è di quelle divinità create o ricercate dagli uomini per salvarsi la vita. Questo libro comicamente teologico è una ricerca personale sulle domande banali: Dio esiste? Cos'è la fede? C'è il libero arbitrio? Nel testo Dio risponde e dimostra di esistere tramite una sua distrazione, il caso, che permette agli uomini di dargli scacco liberamente».
Lei teorizza che Dio non merita solo l'anima ma la vita, che offrirgli la prima è da miserabili mentre dargli la seconda è tutta un'altra nobiltà.
«Tra i personaggi che nel libro incontrano Dio, da Oscar Wilde a Kennedy, c'è il grande attore ateo Alec Guinness, che diventa cristiano quando in una chiesa gli rivelano che il figlio morente è guarito. Così lui non offre in cambio a Dio la sua anima, che non vale una goccia del nostro sudore e lacrime, ma la sua vita. Lo farei anch'io se mio figlio guarisse».
Che cos'ha?
«Una malattia grave fin dai 13 anni. Ma tutto serve a porsi le grandi domande per cercare la fede con la ragione. Una prova dell'esistenza di Dio più grande».
L’uomo ha qualche motivo di ottimismo?
«L'unica fonte di ottimismo è l'amore: significa esternazione di noi per tutto: i libri come la vita».
E’ compreso anche l’amore per le parole?
«Sì, è l'espressione più alta dell'intelligenza e della spiritualità. Meglio scrivere un libro che una canzone, perché ogni parola è una scelta e dove ne stanno meno occorre più attenzione. Chi ci si vuole impegnare meglio lo faccia dignitosamente come secondo lavoro che rischiare di finire a X Factor, con canzoni costruite da altri per un breve successo di massa».
La salvezza sta nell'educazione del pubblico?
«Nell'eccezione dell'educazione. Nel portare a riconoscere la bellezza attraverso la scuola. Ma bisognerebbe motivare gli insegnanti. Poi per me, sinceramente, non vanno bene né tv, né libri, né musica, né cinema, ma solo gradualmente si arriva al cambiamento. Quello che mi offende nella comunicazione è la banalità. Che un ragazzo di 16 anni debba apprezzare qualcosa solo perché lo sa già».
E l’amore per quella «bolla di sapone» che è la donna?
«Come canto in Milady, in me torna sempre “interminabile il rimorso” di non essere come lei, dunque di non comprenderla fin in fondo. Da una parte idolatro e idealizzo la donna, anche quando in certi casi non lo merita, da un'altra la dimezzo per la rabbia di non assomigliarle».
E quando una donna la delude, che fa?
«Divento incapace di agire, mi allontano e, se c'è un legame, soffro. Il che porta a scrivere e, a volte, ad eccessi che non stiamo qui a specificare. In caso il rapporto non vada più avanti c'è la rottura. Altrimenti, se lei riesce a superare certe immaturità, si ricrea la relazione su di un'altra base».
Nella canzone Questi fantasmi accusa «quelle che far vedere il culo si possa definire un lavoro», ma nella sua ballata più bella, Il tuo culo e il tuo cuore, è col fondoschiena che lei ammette di fare la canzone.
«Beh, ma quello è un culo unico, è un culo giusto, è un culo con la vita dentro».
Un culo che «sgabbia». Che significa?
«E’ il termine che indica lo sculettare dei cavalli alle corse quando escono dalle gabbie».
Il suo ottimismo sull'amore comprende anche quello politico?
«Certo! Non sul Pd com'è adesso, ma credo si debba andare avanti nell'unificazione. Franceschini è mio amico, anche se il mio grande amore è D'Alema. Vorrei il suo ritorno».
E se lui appoggia Bersani segretario contro Franceschini?
«Non m'interessa: o D'Alema o niente. Altrimenti, meglio Franceschini».
Politica, futuro, dunque giovani. Nei concerti lei dedica ancora Sogna, ragazzo sogna ai ragazzi. Ma li accusa di «aver perso forza di volontà e di sacrificio. Senza sognare, diventano subito vecchi rincoglioniti». Pure dimostrano quella nostalgia del passato presente nelle sue canzoni. Che ne pensa?
«Ne conosco tanti per cui il ricordo è più bello della realtà. Dicono "quella ragazza", quasi l'avessero incontrata vent'anni fa. La conoscono da due mesi ed è già idealizzata, portata lassù, perfezionata. Succede ai giovani contemporanei, perché non c'é granché di bello nel presente. E qualche volta capita pure a me».
(Francesco Rigatelli - La Stampa
domenica, 12 luglio 2009
La/Il Nostra/o Piccolina/o
ha iniziato a farsi sentire
da Mamma&Papà
09/07/09 ---> mattina, nel letto:
primi colpetti quasi impercettibili 
10/07/09 ---> mattina, nel letto:
ancora colpetti quasi impercettibili
10/07/09 ---> sera/notte, nel letto:
Papà appoggia la mano sulla pancia e
Miriam/Matthew
gli da i colpetti
poi Papà toglie la mano e nulla...
Appena Papà rimette la mano... riecco i colpetti!! 
(Più forti del giorno prima... tanto che Papà
riesce a sentirli sulla mano da fuori)
11/07/09 ---> tutto il giorno:
Continua il giochino tra Bimba/o e Papà 
11/07/09 ---> sera/notte, mentre Mamma è al pc:
Miriam/Matthew continua a farsi sentire 

venerdì, 10 luglio 2009
Si definisce un uomo di cultura milanese, appartenente a una borghesia colta di sinistra, ma «dentro di me, intimamente, sono un conservatore. Amo star bene quando le cose non disturbano la mia esistenza», dice Roberto Vecchioni a «Gioia» in edicola oggi. Nemmeno la sua musica è mai stata politicizzata: «L’ho usata in senso esistenzialista. Dicevo: gli anni Settanta passeranno, le mie canzoni vorrei restassero».