sabato, 31 gennaio 2009
Sfogliavo petali di rosa rossa seduta sul bordo del letto.
"Con chi passerai il resto dei tuoi giorni?"
"Con te se ci sarai"
"Non so se saprò ritrovare la strada"
Avevo le mani insaguinate dai petali mentre dalla porta lo salutavo.
mercoledì, 28 gennaio 2009

Non sarò soltanto un’ombra.
Stenderò le tue lacrime su una rosa che diventerà la più bella.
Vivo del tuo fascino: esisto.
La tua grazia mi fa sentire vero e rinascere ogni poco.
Non sarò soltanto un’ombra.
Mi hai dato i giorni miei più belli e rivelato con purezza emozioni, sogni, pensieri e segreti.
Dormi serena nessuno dovrà volerti male quando sarò con te.
Non sarò soltanto un’ombra.
Frugherò tra le rovine dei miei sogni.
Non voglio celarmi in un oscuro labirinto da cui non potrò uscire mai.
Riuscirò a darti l’anima e a non dubitare che tutto sia più facile, anche l’impossibile.
Non sarò soltanto un’ombra.
domenica, 25 gennaio 2009
Da un anno vado spesso a trovare mia madre in quel parco dove riposano le persone che ci hanno lasciato.
E così è inevitabile pensare.
Quando muoio voglio essere seppellita nella terra: è il modo più naturale.
Non voglio fiori: non ne ho avuti da viva, cosa me ne faccio da morta?
Sulla mia lapide voglio scritto: “L’ipocrisia uccide gli uomini, la lealtà li rende grandi”.
Al mio funerale o ogni volta che qualcuno verrà sulla mia tomba gli chiedo un minuto di silenzio: 60 secondi in cui guardarsi dentro e chiedersi se è sincero e giusto con le persone che dice di amare.
Lascio quelle quattro cose che ho costruito nella mia vita ai miei 3 figli: è poca cosa, lo so. Ma gli lascio insieme tutto l’amore che ci ho messo per ottenerle: e questo è molto.
Ai miei nipoti lascio tutti i libri di favole che ho conservato. Ed una croce di corda che una notte un uomo “grande” mi costruì con le sue mani. A loro la scelta se credere in un Dio o no. Gli lascio la mia fantasia, i sogni. Gli lascio il cielo e il mare perchè sono azzurri e infiniti come gli sguardi dei bambini.
Ad ogni uomo che ho amato lascio ogni lacrima che ho versato. Lascio ogni momento in cui il mio cuore si è fermato o ha accelerato per una delusione. Lascio la mia solitudine. Ogni sguardo tradito. Ogni notte in cui non ho dormito.
Lascio al vento tutto quello che ho nel cuore e nella mente.
venerdì, 23 gennaio 2009
Tu.
Tu mi fai battere il cuore.
Tu mi concedi il posto, il tempo, la rivincita.
Tue sono le mani che vengono da lontano, il passato infinito, la prova del mondo. Tuo il batter di ciglio, il presente, l'attimo di quel tuo volto così bello da guardare.
Tuo il miracolo di farmi restare insieme a quella che ero e che sarò, camminare spiagge e non deserti e chiedermi sempre che mare vedrò.
Questo foglio d'attesa lasciato lì, non voltato per non leggere subito e consumare: questa penna tra i denti a pensarti fra un college e l'altro, fra una ricerca e un panino: questa voglia, quest'orgasmo solo attutito e silenzioso nel resto del giorno, nel giorno che non ti vedo e non conta. Tuo è il ritorno a far grande una stanza di fiori comprati o rabbie o sussurri: tua la linea di fumo che spegni e riaccendi e mi indica dove: l'invariabile odore degli anni che sommano agli anni l'amore impossibile a dirsi in un giorno.
Ho imparato alfabeti che nemmeno pensavo e ho riempito le ansie con quella lentezza di vivere che ci siamo scambiati.
Non sapevo e credevo di conoscerlo, il sentimento, ma ne tenevo un capo, un'ombra, un limite: ora lo so e mi è intero negli occhi, nelle vene.
E tu mi fai battere il cuore.
Almeno una volta c'eri tu... a riempire la mia solitudine.
La solitudine è un qualcosa che alcune persone si portano addosso dalla nascita, forse prima. E' un qualcosa che ti appartiene da sempre, come il colore degli occhi, come la forma della bocca.
Spasmodica ricerca di un rapporto, un rapporto che ti faccia scrivere le parole riportate qui sopra. Attesa, rincorsa, illusioni, invezione. Per ritrovarti sempre e ancora "sola", a scrivere al vento, al cielo, al nulla.
Almeno c'eri tu.
Tu, un cane, soltanto un cane. Ma da te ho avuto un rapporto leale, vero che non ho trovato in molti uomini, in molte persone.
Poi un giorno ti giri intorno e vedi solo più morte. Non ritrovi nient'altro. E se semini una pianta, quando ti giri indietro trovi solo sterpaglia.
venerdì, 23 gennaio 2009
Passeggio per le strade di Roma
con il cuore sulla corda
Buon Dio, ti prego aiutami
Sono davvero così stanco
di fare la cosa giusta
Buon Dio, ti prego aiutami
Ci sono barilotti di esplosivo
in mezzo alle mie gambe
Buon Dio, ti prego aiutami
Continuerai a comprendermi
comprendermi più di adesso,
mi rintraccerai
e cercherai di vincermi?
Poi lui mi fa un cenno
con la mano sul mio ginocchio
Buon Dio, una cosa come questa ti è mai successa?
Adesso allargo le tue gambe
con le mie nel mezzo
Buon Dio, se io potessi ti aiuterei
Ed ora passeggio per Roma
e non c'è spazio per muoversi
ma il cuore si sente libero
Il cuore vola libero
Il cuore vola libero
Ma il cuore... vola libero
Il cuore vola libero
Il cuore vola libero
Morrissey - Dear God Please Help Me (Wembley 06)
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Dammi castità e continenza, ma aspetta un momento.» - Sant'Agostino
«Posso resistere a tutto, tranne che alle tentazioni.» - Oscar Wilde, Il Ventaglio di Lady Windermere, 1892, Atto I
In "Dear God Please Help Me", Morrissey dice di essere stato ispirato mentre camminava in una via nei pressi del Vaticano. "Non si può essere a Roma ed ignorare la presenza della religione. E' davvero imponente. Ma ho avvertito che camminavo per le strade, il mio cuore era sulle corde ed ero pronto ad amare tutti e tutto. Questa è la canzone. Ho avuto la sensazione di liberarmi di tutte le restrizioni auto-imposte."
Gli archi sono stati scritti e arrangiati da Ennio Morricone. Produzione aggiunta sugli archi di Marco Patrignani.
Album: Ringleader Of The Tormentors
Anno di pubblicazione: 2006
Musica: Alain Whyte
venerdì, 23 gennaio 2009
"La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo"
Valerio Magrelli
mercoledì, 21 gennaio 2009
Regia di:
Ruggero Cara e Vincenzo Todesco
Uno dei monologhi più drammatici sull’esperienza della Shoah, un lungo kaddish, preghiera ebraica per i morti, dedicata ai milioni di persone che vissero l’esperienza dei campi di concentramento e vi perdettero la vita.
Estratto dal discorso di Imre Kertesz in occasione del premio nobel il 10 settembre 2002 a Stoccolma.
“Mentre preparavo questo discorso, mi è capitata una cosa strana che, in un certo senso, mi ha restituito serenità. Un giorno, ho ricevuto per posta un grande pacco. Mi era stato spedito dal direttore del memorial di Buchenwald…Aveva accluso insieme alle sue cordiali congratulazioni un altro pacchetto, più piccolo di cui precisava il contenuto, nel caso in cui non avessi avuto la forza di affrontarlo. All’interno, c’era una copia del registro giornaliero dei detenuti del 18 febbraio 1945. Nella colonna “Abgange”, cioè perdite, ho appreso la notizia della morte del detenuto numero 64921, Imre Kertesz, nato nel 1927, ebreo, operaio. I due dati falsi, cioè la mia data di nascita e la professione, si spiegano col fatto che al momento della registrazione da parte dell’amministrazione del campo di concentramento di Buchenwald, mi ero invecchiato di due anni per non essere messo tra i bambini e avevo finto di essere un operaio invece che un liceale per sembrare più utile.
Sono dunque morto una volta per poter continuare a vivere – e forse sta proprio li la mia vera storia. Stando così le cose, dedico la mia opera nata dalla morte di quel bambino ai milioni di morti e a tutti coloro i quali si ricordano ancora di quei morti. Ma siccome in fondo si tratta di letteratura, di una letteratura che è anche, secondo le motivazioni della vostra Accademia, un atto di testimonianza, sarà forse utile per l’avvenire…..Perchè ho l’impressione, pensando all’effetto traumatico di Auschwitz, di toccare le questioni della vitalità e della creatività umane; e pensando ancora ad Auschwitz, in modo forse paradossale, penso più all’avvenire che al passato.”
Teatro Petrella - Longiano
23 gennaio - ore 21
Intero palchi e platea € 14; Loggione e ridotto € 10
lunedì, 19 gennaio 2009
Ho capito cos'è l'arte - pensò - é Dio che ha nostalgia degli uomini