sabato, 29 novembre 2008
Da bambino scrivevi la lettera a Babbo Natale o Gesù Bambino... qualcuno la leggeva e, come per incanto, la notte di Natale sotto l'albero trovavi ciò che desideravi.
In questi giorni, se giri per le vie del centro della città o nei grandi magazzini, ti imbatti in folle che vagano davanti alle vetrine in cerca del dono "giusto", non avendone la minima idea.
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venerdì, 28 novembre 2008
Ricorda i fine settimana della sua giovinezza, quando assieme agli amici, tutti stivati sull’automobile di quel fortunato che la possedeva ("dammi indietro la mia Seicento...”), partiva da Milano per raggiungere i paesi sulle sponde del Lario o del Verbano.
Altri tempi. Magari qualcuno aveva un piccolo posto dove stare, anche solo uno stanzino e lì trascorrevamo il tempo discutendo, suonando e anche facendo l’amore. Ho molti bei ricordi legati a quei luoghi. Il lago, poi ha un fascino tutto particolare, non è aperto come il mare, è più segreto.
Anche la sua gente è molto particolare come Davide Van De Sfroos. Mi piace molto perché prosegue la strada della ricerca e della valorizzazione della lingua popolare come avveniva nei primi anni Sessanta grazie a personaggi come Roberto Leydi, Italo Calvino e a tanti musicisti. Oggi quel legame si è mantenuto più forte al Sud.
Parola di Roberto Vecchioni, che sta per impegnarsi in una serie di concerti molto particolari che lo porteranno a cantare nelle basiliche della provincia di Milano, alla vigilia di una serata benefica al teatro Sociale di Como che lo vedrà dividere il palco con i suoi amici Nomadi il 4 dicembre nel primo di tre appuntamenti a favore dell’Aism.
L’ultima sera si esibiranno i Sonohra, idoli dei teen-ager che accettano di impegnarsi per chi soffre.
A loro va tutta la mia stima. Musicalmente sono figli di questo tempo, sono molto attenti ai giovani, riescono a comunicare con i ragazzi, a suscitare in loro le emozioni più segrete. Ne hanno tantissime, oggi, ma rischiano di essere fuorviate. Invece se arriva qualcuno che sa toccate la corda giusta...
È un’occasione a favore dell’Aism. Di recente lei ha pubblicato «Volevo, ed erano voli, una raccolta di poesie i cui ricavati andranno sempre in beneficenza...
Io sono convinto che il compito, la missione di un artista non sia solo cantare e andare via, ma mettere faccia, nervi, cuore per gli altri.
Arrivato alla mia età di cose che vorrei migliorare ne ho viste veramente tante.
È legato in modo particolare a questa associazione?
Ci sono moltissime ragioni per cui io sono in prima linea di fronte a questa battaglia: ci sono persone molto vicine a me che purtroppo soffrono di questa malattia, conosco tantissimi medici che lottano, davvero non potevo che essere felice di rispondere a questo invito che veniva dall’Aism.
E ha risposto a un’altra richiesta molto particolare, molto... natalizia?
Sì, un bel progetto. Canterò in sei basiliche, brani di Händel, di Pergolesi, Tchaikovskij, Rachmaninov e, perché no, anche qualche canzone di Natale come Jingle bells, O Tannenbaum, ma anche alcune canzoni mie, quelle che parlano di Dio.
Con l’anno nuovo arriveranno anche nuove canzoni?
No, poi mi fermerò e lavorerò a un nuovo romanzo che verrà pubblicato per Einaudi, voglio dedicargli tutto il tempo che sarà necessario.
Se entrerò in sala di registrazione sarà soltanto più avanti, in primavera.
Alessio Brunialti
martedì, 25 novembre 2008
E' un po' di tempo che sostengo tutto il contrario. No, non mento. Spesso in me vivono due anime, che parrebbero contraddirsi, ma in realtà si completano.
Alle 7.45 di stamane la radio dell'automobile trasmetteva questa canzone. Ed io ho pensato che oggi più che mai mi appartiene, oggi che conto le rughe allo specchio come gli anelli di un albero ed ogni albero appartiene ad un santo. Oggi che "ieri" inizia ad essere più pesante che "domani", oggi che raccolgo nella mia mente le voci scomparse per non perderle mai.
Così ora vi ripropongo questa canzone, su quest'altra radio, che a volte chiude i microfoni per lunghi periodi, ma non spegne mai le emozioni...
e permettetemi di dedicarla ad un'amica, che oggi compie gli anni... Buon Compleanno, Daniela!
Quando penso a quello che ho vissuto io,
alle cose che mi han dato, alle cose che mi han tolto,
posso dire già che torna il conto mio,
posso dire che perciò alla vita devo molto
Qualche graffio sopra il cuore me lo sono fatto anch'io,
camminando nei roveti dei tormenti miei
Meglio avere dei rimorsi o dei rimpianti è un dubbio mio,
ma ti dico che alla fine tutto quanto rifarei
Se la vita è solo un volo che passa e va,
so che l'ho vissuta almeno, so che l'ho vissuta in pieno
Poi non so se in fondo capita pure a te
che ti manchi ancor qualcosa anche se non sai cos'è
forse un sogno che è rimasto la dov'è
e comunque sia, altro cielo c'è
Quando penso a quello che ho vissuto io,
e a dove mi han portato, le mie scorrerie d'amore
imparando a riconoscere così,
un' insolita emozione da un normale batticuore
Ho raccolto fiori rotti dalla grandine però dopo quanti temporali non saprei,
ma li ho ripiantati tutti, non mi sono arresa,
no perché almeno uno rallegrasse i giorni miei
Se la vita è solo un volo che passa e va,
so che l'ho vissuta almeno, so che l'ho vissuta in pieno
poi non so se in fondo capita pure a te
che ti manchi ancor qualcosa, che ti manchi ancor qualcosa
come a me..
poi non so se in fondo capita pure a te
che ti manchi ancor qualcosa che ti manchi ancor qualcosa
forse un sogno che è rimasto la dov'è
e comunque sia, altro cielo c'è..
altro cielo c'è...
(Solo un volo - O. Vanoni, E. Ramazzotti)
sabato, 22 novembre 2008

- Mettiamoci qui, è un po' riparato.
- Ciao. E' troppo presto? Non si può ancora entrare?
- Credo di sì. Non so come funziona qui, ma non credo ci sia un'ora.
- Mi hanno detto che stanno provando.
Io e il mio compagno scendiamo la scala, famosa per tutte le foto appese che Franco Lucà era riuscito a rimettere insieme. Gli dico che il tizio di sopra con cui abbiamo parlato è lui, Max. E' molto dimagrito dall'ultima volta che l'ho visto. Ma è lui.
Max è così. Lo incontri davanti alla porta, sulle scale, anche nell'intervallo del suo concerto. E' simpatico, affabile, sempre pronto a trattarti come un amico. Non fa la star, si comporta da persona "normale" se si potesse davvero definire questa per normalità. Perché ho visto diversi "benemerito nessuno" che se sono saliti una volta su un palco se la "tirano" a più non posso. E lui, Max, uno dei maestri della canzone d'autore italiana, se lo saluti al termine del suo concerto (e lo incontri ancora davanti all'ingresso mentre chiacchiera con 4 amici), ti porge la mano.
FolkClub. Il locale è storico ma è un po' troppo piccolo per ospitare "grandi artisti". Le sedie sono un po' troppe per uno spazio relativamente ristretto e poi quei pali di metallo in mezzo alla sala spesso si ritrovano sulla traiettoria della visuale di qualche spettatore. Qualcuno si lamenta dell'acustica, la voce rimbomba. Max e i suoi musicisti devono riaccordare gli strumenti ad ogni canzone perché le luci troppo vicine e calde li scordano troppo velocemente. Ma un concerto di Max è una serata tra amici. Lui chiacchiera e scherza con il pubblico mentre il suo chitarrista gli accorda la chitarra.
Pianola, contrabbasso e chitarre. E una voce bellissima, calda, quella di Max che bisogna ascoltarla per capire... Il concerto inizia con "L'ora del dilettante": da non perdere assolutamente. Seguiranno diversi pezzi dell'ultimo album, definito da tutta la critica "un capolavoro", inframmezzati da canzoni più datate ma mai "fuori tempo". Una bellissima interpretazione della "Fiera della maddalena". Fenomenale "La ballata degli 8 topi": è incredibile i suoni che riescono a far uscire da quei strumenti. Per me sempre bellissima "Tra virtù e degrado": è fra le sue canzoni che preferisco. Termina con "Luna persa".
venerdì, 21 novembre 2008

l 17 giugno 2007 si spegneva, dopo un improvviso peggioramento delle sue condizioni di salute, Gianfranco Ferré, "l'architetto stilista" (si era laureato al Politecnico di Milano), il raffinato ideatore di stile che alla fine degli anni '70 aveva dato vita a un terzetto delle meraviglie con Giorgio Armani e Gianni Versace.
Dopo Essere Armani e Il mito Versace, Baldini Castoldi Dalai editore ha dato dunque alle stampe un doveroso omaggio biografico a Gianfranco Ferré, curato dalla giornalista Maria Vittoria Alfonsi. Nel libro (233 pagg., 25 euro, arricchito da un bell'apparato fotografico), ritroviamo l'essenza dello stilista e una miriade di notazioni personali, il suo carattere apparentemente spigoloso, la venerazione di cui godeva fra i suoi collaboratori, l'attaccamento alla famiglia e in particolare alla cugina, Rita Airaghi, oggi direttrice generale della Fondazione Ferré.
Accanto alle tappe fondamentali di una carriera che seppe innestare lo stile italiano persino nel cuore della moda francese (lo stilista fu chiamato da Bernard Arnault a occuparsi della maison Dior dall'89 al '96), troviamo il Ferré più intimo, quello che non sapeva dire di no ai dolci, quello legatissimo ai suoi natali legnanesi; e poi ancora l'esperto d'arte contemporanea, l'oculato collezionista, l'appassionato di musica leggera (nel libro troviamo anche un ricordo commosso di Roberto Vecchioni), l'orgoglioso presidente della prestigiosa Accademia di Brera. Un gigante schivo e rigoroso, che onorava l'arte del lavoro e il lavoro dell'arte
venerdì, 21 novembre 2008
Hélène Visconti è nata in Spagna, e vive oggi tra il Canada e l’Italia. Straniera è il suo primo romanzo.
All’inizio degli anni Trenta una famiglia lascia per sempre la Spagna. La situazione politica è instabile, il futuro ha troppo ombre, e spostarsi in Algeria vuol dire iniziare una nuova vita che si spera tranquilla, mentre l’Europa si incendia di violenza e follia.
Sulla costa del Mediterraneo, in un villaggio costruito sulle rovine di una città romana, cresce una bambina straordinaria, Hélène, una bambina diversa da qualsiasi altra. Fin da piccola deve sentirsi adulta, aiutare in casa, seguire i discorsi dei grandi, in lingue diverse e meticce che lei apprende col cuore e con l’istinto. Allo stesso tempo ha già un temperamento fiero e critico, indipendente e volitivo, ma è anche sognante e fantasiosa, capace di immaginare la libertà infinita delle nuvole e di perdersi e ritrovarsi nel blu profondo del mare, quel mare che per lei sarà sempre il segno e il simbolo di un destino comune a tanti uomini e donne.
Mentre accudisce i fratelli, sistema la casa o porta tra le famiglie come una staffetta l’unica copia del giornale che arriva nel villaggio, Hélène scopre la meraviglia e il mistero di una società al tempo stesso africana, araba, europea. Osserva ammaliata il panettiere, spia di nascosto il maniscalco che ferra i cavalli, guarda rapita il giovane operaio Khaled che lavora con il padre, trasportando a piedi nudi sabbia e ghiaia, capace di stendere e ricomporre il turbante con gesti perfetti. Sono gli anni in cui ogni giorno porta un’emozione, una promessa, in cui la povertà e la modestia del vivere quotidiano vengono riscattate dall’incanto della natura e dei rapporti umani.
Ma dall’altra parte del Mediterraneo le notizie infrangono ogni velo, e irrompe una differente realtà: la voce dell’unica radio annuncia l’avvento delle dittature in Germania, in Spagna, in Italia e in Russia, e poi la corsa verso la guerra, infine il baratro, i morti a migliaia, i massacri, le atrocità, la bomba atomica. Fin quando, anche in Algeria, un’epoca è al tramonto, e quello che sembrava un idillio giunge al termine. «La valigia o la bara» è il messaggio che arriva agli stranieri e agli ebrei dal nascente movimento di liberazione nazionale. Bisogna partire di nuovo, cercare una nuova patria.
La famiglia si sposta in Marocco, in un campo profughi. Hélène inizia a lavorare ma non vuole legarsi a questo nuovo paese, intuisce i segni che promettono una situazione analoga a quella vissuta in Algeria. Il padre e la madre non vedono ciò lei che vede, non avvertono l’impossibilità di un futuro, e Hélène non ha scelta. In Spagna non può tornare, rimane solo la Francia. Ha diciotto anni e ha deciso: andrà a Parigi.
Inizia nella capitale francese la nuova vita di una eterna Straniera, tra clandestinità, problemi di cittadinanza, la scoperta di un mondo frenetico, nuovo, il cinema, la moda, la cruda necessità di trovare i soldi per mangiare. E infine lo sconcertante ritorno in Spagna e la scoperta dell’Italia…
Una storia vera che attraversa i decenni per diventare uno straordinario racconto dell’oggi, dell’accanimento politico, identitario e religioso, del destino di quegli individui che si muovono tra le nazioni senza un passaporto, senza un lavoro, sempre in bilico. Una scoperta della vita nel confronto diretto e quotidiano con la sopravvivenza, con la consapevolezza, con la necessità di comprendere sempre cosa sta accadendo, anche quando nulla viene detto e spiegato. Perché nella comprensione e nel confronto nasce la libertà, quella fiera e assoluta di chi la Storia ha reso per sempre una straniera.
Titolo: Straniera
Autrice: Hélène Visconti
Editore: Neri Pozza
Prezzo: € 16,00
Data pubblicazione: 16 ottobre 2008
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giovedì, 20 novembre 2008
Il poeta della canzone italiana al concerto di Natale di Avezzano. Roberto Vecchioni riceverà in cattedrale il premio alla carriera
Avezzano. Per la nona edizione del Concerto di Natale, che si terrà nella Cattedrale dei Marsi il 19 dicembre alle 21, l'associazione Harmonia Novissima ha invitato uno dei più importanti cantautori italiani, Roberto Vecchioni, a cui verrà conferito il Premio alla carriera "Anna Luce", già assegnato nelle precedenti edizioni a Katia Ricciarelli, Amii Stewart, Dee Dee Bridgewater, Cecilia Gasdia, Antonella Ruggiero, Inès Salazar, Angelo Branduardi, Teresa De Sio.
Vecchioni, la cui cultura è vastissima, è il cantautore-poeta per eccellenza della canzone italiana, uno dei più attenti alla simbiosi e alle corrispondenze interiori tra suoni e poesia.
Il Concerto di Natale - Premio alla Carriera "Anna Luce", ideato dal maestro Massimo Coccia e da nove anni organizzato in collaborazione con l'Amministrazione Comunale di Avezzano e con il sostegno di Provincia, Regione, Marsica 1 e sponsor privati del territorio, anche quest'anno destinerà parte dei proventi a scopi di solidarietà sociale. Info: 329.9283147 - 392.7860554
giovedì, 20 novembre 2008

“La speranza appartiene ai figli. Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso.”
Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all'aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l'amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi, giovani sprovveduti, invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d'amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una Guerra che mentre uccide procrea. In questo grande affresco di tenebra e luce, in questo romanzo intimo e sociale, le voci di quei ragazzi si accordano e si frantumano nel continuo rimando tra il ventre di Gemma e il ventre della città dilaniata. Ma l'avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché Margaret Mazzantini ha scritto un coraggioso romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l'aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L'assedio di Sarajevo diventa l'assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dal calcio della Storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Il cammino intimo di un uomo e di una donna verso un figlio, il loro viaggio di iniziazione alla paternità e alla maternità diventa un travaglio epico, una favola dura come l'ingiustizia, luminosa come un miracolo. Dopo "Non ti muovere", con una scrittura che è cifra inconfondibile di identità letteraria, Margaret Mazzantini ci regala un romanzo-mondo, opera trascinante e di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematica come una parabola. Una catarsi che dimostra come attraverso tutto il male della Storia possa erompere lo stupore smagato, sereno, di un nuovo principio. Una specie di avvento che ha il volto mobile, le membra lunghe e ancora sgraziate, l'ombrosità e gli slanci di un figlio di oggi chiamato Pietro.
Titolo: Venuto al mondo
Autrice: Margaret Mazzantini
Editore: Mondadori
Data pubblicazione: 21 novembre 2008
Prezzo: € 20,00
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