C'è qualcosa che nessuno potrà rubarti mai!
Uscirà il 26 settembre il nuovo album di Max Manfredi, “Luna persa“, pubblicato da Ala Bianca Group, con distribuzione Warner: una grande produzione di poesia della musica e musicalità della parola da parte di colui che lo stesso Roberto Vecchioni ha definito “un capostipite” del cantautorato italiano. Un disco affascinante, ricco, inusuale nel panorama italiano, un disco che riserva molte sorprese.
Baustelle, Eugenio Finardi - Sentieri Selvaggi - Carlo Boccadoro, Davide Van De Sfroos e Le Luci della Centrale Elettrica sono i vincitori delle Targhe Tenco 2008, assegnate come sempre dal Club Tenco in base al voto di una folta giuria, fortemente rappresentativa del giornalismo musicale italiano più attento alla musica di qualità. I giornalisti che hanno espresso il loro voto sono stati oltre il centinaio.
Una serata calda di fine estate, a pochi passi da quel mare di Genova che amo da sempre, quel mare davanti al quale, non so perchè, mi sento un po' "a casa". Così semplice il palco e lo spazio per il pubblico, così semplici gli artisti quando salgono sul palco. Nessuno applaude, non so nemmeno se la gente che mi è intorno si accorge che saranno loro gli artisti di stasera; probabilmente li scambiano per tecnici. Gianni Martini si accorda la chitarra. Una semplice chitarra (la seconda la abbraccia GianPiero) e un amplificatore semplicissimo. Questi gli unici strumenti. Ma da quella chitarra Martini farà uscire note che ci riporteranno ad emozioni antiche, ci riporterà un po' di Giorgio. Alloisio è bravo, senz'altro l'unico fra tutti gli interpreti che ho sentito rivisitare Gaber che riesca a riportare lo spirito, l'animo che usciva dagli spettacoli di Gaber. La sua bravura sta proprio in questo: nel non tradire il messaggio che ci inviava Gaber dal suo palco. Alcuni pezzi li interpreta meglio, altri un po' meno, certamente non riesce propriamente a raggiungere la stessa ironia, la stessa teatralità, la stessa rabbia, la stessa melanconia propria di Giorgio. Ma lui era unico, nessuno potrà farlo. Martini... beh Martini era già lui, certamente con una sola chitarra e un'amplificazione così scarsa non può riprodurre in una piazzetta esattamente ciò che era un'orchestra in un teatro, però ce ne riporta una bozza semplificata molto fedele e pura.
"Il dilemma" di un uomo e una donna davanti a quella cosa grandiosa che chiamiamo "amore". L'impossibilità di amare, l'impossibilità di fermare l'inevitabile processo della morte dell'amore, della consapevolezza di tutto quanto manca ad un amore. Eppure questo perenne bisogno di cercare, di credere in un amore "vero".
E rifiutarono decisamente
le nostre idee di libertà in amore
a questa scelta non si seppero adattare...
Il loro amore moriva
come quello di tutti
non per una cosa astratta
come la famiglia
loro scelsero la morte
per una cosa vera
come la famiglia.
Ecco io credo che il nucleo fondamentale sia tutto racchiuso in questi pochi versi.
Molte persone spesso leggono in me una sfiducia completa nell'amore, che mi porta a non crederci più. Nulla di più sbagliato. In me c'è una enorme fiducia nell'amore, nell'amore vero e non astratto. Una fiducia talmente grande e forte che nemmeno ogni forma di delusione riesce a farla crollare. Sì, è vero, la maggior parte delle coppie che vedo passeggiare per mano mi mette tristezza, per loro non per me. Sì, la maggior parte dei rapporti li vedo come qualcosa di ignobile. Sì, è vero, tante e troppe volte mi ripeto che la mia famiglia sono principalmente i miei figli, sono mia madre (che mi ha lasciato) e mio padre (quel grande uomo che a 75 anni è riuscito a scoprire che sua figlia, sulle pagine di un blog, scrive, scrive tanto, e ha iniziato a leggere migliaia di parole scritte da una figlia che oggi non è un'adolescente da controllare, ma una donna di 45 anni che scrive di sè. trovatemene un altro capace di questo!); la mia famiglia è ogni uomo che ho amato e ho perso per strada. Ma se giriamo la ruota al contrario, se guardo attorno il vuoto e il silenzio, ecco che la mia famiglia sono "io", sono solo io che instancabilmente continua a non credere in quel qualcosa di "astratto" che è la famiglia o l'amore, ma in quel qualcosa di "vero" e utopico che è l'amore e la famiglia.
E, nel crederci, sempre e ancora ti ritrovi sola.
Ancora qui, dopo tanto tempo, a riguardare la notte da questa finestra. Ho l'impressione che sia un appuntamento che cadenza la mia vita. Fino a qualche giorno fa mi era rimasto un cane, eravamo rimasti io e lui, m'era rimasto lui con cui condividere queste serate, queste notti, lui con cui sincronizzare il respiro, per entrambi molto veloce.
Non mi è rimasto neppure un "cane" col quale ammazzare le notti, far girare le lancette dell'orologio, far tornare il mattino. Un libro... ma un libro è un oggetto, un libro è ancora solitudine, un libro è ancora silenzio.
Ora mi sono rimaste solo foto e ricordi con cui stringerci la mano, con cui farci l'amore. E questa casa, che muta con i miei stati d'umore e rimane sempre uguale, come le cose in cui credo. Questi mobili con soprammobili che a tratti vorresti scaraventare nell'immondizia per lasciare spazi vuoti, per cancellarvi tutti, e a tratti accarezzi.
"Dimentica una cosa al giorno" cantava quell'uomo ed è una tecnica di difesa, di sopravvivenza che adotto da tempo, ma ci sono sempre ancora troppi momenti che ricordi, nuovi momenti che si sono aggiunti a tutto l'archivio che occupava già troppo spazio.
Ogni tanto ti svegli, mi guardi e mi chiedi ancora di aiutarti, di aspettarti. Nemmeno tu hai capito che ero io ad aver bisogno di aiuto, di qualcuno che mi aspettasse, di qualcuno che provasse a capire. Ora torna pure a dormire, non svegliarti, perchè tanto non potresti essermi di alcun aiuto nemmeno stanotte. Si può fare ciò che si vuole con tutti se stessi.
Guardo tutte le notti la foto che ho appeso in entrata e ripeto: portami via da qui, prima che venga un nuovo mattino. Portami via da qui... perchè da sola io non saprò mai partire, resterò qui a chiudere la porta di notte e riaprirla al mattino come ripeto da più anni di quanti ne ho vissuti.
Quando le ore sono più lunghe di 60 minuti mi ritrovo a fare 4 conti e chiedermi che cosa avrò da portare quando busserò alla tua porta. Non avrò nulla di buono o sufficientemente luminoso da presentare e così credo che resterò ancora fuori dalla porta ad ascoltare le voci che si fanno sempre più distanti.
Afghanistan, 1974. Mariam è una harami, una bastarda. Figlia illegittima di un ricco uomo d'affari di Herat e di una sua donna di servizio, vive con la madre Nana in un piccola capanna in campagna. Il padre Jalil va a trovare le due donne ogni giovedì, provvede - con parsimonia - alle loro necessità e imbottisce la testa della piccola Mariam di sogni, speranze, desideri. Invano Nana, la madre, tenta di tenere a freno l'amore che Mariam prova per il padre, ricordandole che è stato proprio lui a scacciarle dalla sua grande casa e a confinarle fuori dalle mura della città, lontane dallo sguardo accusatorio delle tre mogli legittime e dei loro dieci figli. Stimolata anche dagli insegnamenti dell'anziano e affettuoso mullah Faizullah, che la sprona a studiare e ad affrancarsi dalla povertà e dal degrado, Mariam decide di andare ad Herat per convincere Jalil a riprenderla con sé. Il viaggio non ha l'esito atteso, anzi è l'inizio di una serie di tragedie che cambieranno la vita di Mariam per sempre...