Non avevo più di 13 anni quando mio padre mi allungò un saggio di sociologia. Chi l’avrebbe detto che sarebbe poi stato solo il primo di una lunga serie? Chi l’avrebbe indovinato che la materia, solo “esternamente” così ostica e difficile, mi avrebbe invece interessato e stimolato al punto da rileggere quel testo tante altre volte nella mia vita fino a farne una sorta di mia personalissima “coperta di Linus” che non mi ha più abbandonato? Al punto, dopo tanto tempo, da essere qui a parlarne ancora. Eppoi molti altri saggi della medesima foggia si sono alternati sotto i miei occhi e sui miei scaffali. Si trattava di “Sociologia” dell’inglese Anthony Giddens e ne fu editata la prima versione italiana nei primi anni Novanta con la traduzione affidata a Massimo Baldini e Gaspare Nevola (le traduzioni delle integrazioni per l’edizione del 2000 sono di Marco Santoro).
“Sociologia” fu, a suo tempo, ma anche successivamente (in ordine alle seconde e terze letture), una serie di grandi scoperte per me. Tante che sarebbe impossibile, in un unico post, poterle anche solo elencare tutte. Dunque, mi concentrerò su quella che forse più mi colpì la prima volta: il paragrafo - lo ricordo bene - s’intitolava “Il ragazzo selvaggio di Aveyron” ed era contenuto nel sotto-capitolo “I bambini non socializzati” del più ampio “La socializzazione”. Si trattava della seconda sezione, dopo poche decine di pagine, insomma proprio al principio del libro.
Ma, prima di andare avanti, è mio dovere raccontare come io fossi sempre stato un bambino piuttosto timido. Timido abbastanza da far preoccupare, talora, le mie maestre elementari, che non si davano pace di questo loro alunno così lontano dai modi tipici dei suoi coetanei. Capitò pure, in svariate occasioni, che convocarono i miei genitori per questo motivo spiegando loro come io fossi “asociale” e domandandone, a loro volta, spiegazioni.
E fu così che, malgrado le sue perplessità nel merito, anche per questo mio padre mi propose una lettura tanto inusuale per un bambino di quell’età. Per capire insieme cosa era davvero questa “socializzazione” e come sarebbe stato un bambino “non socializzato” veramente.
La storia de “Il ragazzo selvaggio di Aveyron”, una storia assolutamente vera, narra le vicissitudini di un ragazzo cresciuto nella giungla insieme ad animali, anziché esseri umani. Cioè tecnicamente “non socializzato”. Ma ve la voglio raccontare con le parole (tradotte) di Giddens:
“Il 9 gennaio 1800 una strana creatura uscì dai boschi vicino al villaggio di Saint-Serin, nel sud della Francia. Nonostante l’andatura eretta, aveva l’aspetto più di un animale che di un essere umano, anche se venne presto identificato come un ragazzo di circa 11 o 12 anni. Si esprimeva soltanto con grida acute e dalle strane tonalità. Non aveva evidentemente alcun senso dell’igiene personale e dava corso ai propri bisogni fisiologici dove e quando meglio credeva. Fu affidato alla polizia locale e, quindi, portato in un vicino orfanotrofio. In un primo momento, cercò costantemente di fuggire. Per essere poi ricatturato con qualche difficoltà. E si rifiutava di portare vestiti, stracciandoli non appena glieli mettevano addosso. Nessuno rivendicò la sua paternità.
Il ragazzo fu sottoposto ad un accurato esame medico, che non rivelò alcuna particolare anomalia. Posto di fronte ad uno specchio, diede mostra di vedere la propria immagine, ma senza riconoscersi.
In seguito, il ragazzo fu trasferito a Parigi e sottoposto ad un tentativo sistematico di trasformarlo “da animale in essere umano”. L’impresa riuscì solo parzialmente. Acquistò il controllo dei bisogni fisiologici, accettò di portare dei vestiti ed imparò ad indossarli. Ma rimase indifferente ai giochi ed ai giocattoli e non fu mai in grado di pronunciare più di qualche parola. Per quello che possiamo giudicare in base alle dettagliate descrizioni del suo comportamento e delle sue reazioni, ciò non era da imputarsi al fatto di essere mentalmente ritardato. Fece qualche ulteriore progresso e morì nel 1828 all’età di circa 40 anni.
È necessario, naturalmente, essere cauti nell’interpretare casi del genere. È possibile che una qualche anormalità mentale sia sfuggita alla diagnosi. Può anche darsi che le esperienze fatte da questo ragazzo gli abbiano provocato danni psicologici tali da impedirgli di padroneggiare quelle competenze che la maggior parte dei bambini acquisisce ad un’età molto precedente. Tuttavia, tra questo ed altri casi di cui c’è la documentazione, esistono analogie sufficienti ad indicare quanto sarebbero limitate le nostre capacità in assenza di un lungo periodo di socializzazione precoce."
Poi, nel paragrafo successivo, Giddens passa ad esaminare le prime fasi dello sviluppo infantile. Ma voglio chiudere questo mio lunghissimo intervento (chiedo venia ai miei soliti venticinque...) con un articolo apparso su “Il venerdì di Repubblica” del 16 maggio ultimo scorso. Si tratta di un breve trafiletto. L’autore è Carlo Ciavoni.
I “ragazzi selvaggi” che i docenti non capiscono
Nelle famiglie italiane serpeggia un “virus” che gli studiosi dei fenomeni giovanili chiamano del “ragazzo selvaggio”. È un modo di dire che allude alla difficile condivisione di valori con gli adolescenti di oggi e che ricorda la vicenda di Victor, il “ragazzo selvaggio” trovato nei boschi dell’Aveyron, in Francia, nell’800. Victor era cresciuto senza avere contatti con altri esseri umani. Tutt’altra cosa dagli adolescenti “selvaggi” di oggi, quella Net Generation che è tutt’uno con console, I-pod, mp3 e comunica molto via internet, ma poco vis à vis. Rapidi con gli sms, lenti con le biro; catturati dalla tv satellitare che li porta nel mondo. Insomma, si è detto durante un incontro internazionale su questo tema, organizzato dal Coordinamento genitori democratici, siamo dunque di fronte a giovani isolati, come il “ragazzo selvaggio” che non sapeva rapportarsi agli altri? Molti (troppi) adulti non capiscono. E allora come si supera il gap? Come si insegna ai docenti ad insegnare meglio? Come farà la scuola a sedurre gli alunni, prima che fuggano dalle aule o, peggio, manifestino patologie? Nel convegno s’è parlato a lungo di linguaggi “altri”, di come i docenti insegnano, di valorizzazione dei ragazzi e del ruolo della condivisione di emozioni, visioni e speranze tra generazioni.
www.rifornimentoinvolo.it

t ' w '