giovedì, 29 maggio 2008
quasi_una_vita
Quella dei Vanni è una famiglia borghese: tre figli, i genitori, i nonni, gli zii, i cugini, una domestica rude e concreta, una bella casa. A Firenze. Negli anni sessanta. Attraverso gli occhi di Caterina e Marco entriamo in un piccolo grande mondo in cui si muovono compagni di scuola, amici del palazzo, portinai. Un mondo che rivive attraverso le vacanze in Versilia, il primo televisore, le canzoni del Festival di Sanremo, ma è capace anche di aprirsi a eventi più lontani o più immediatamente drammatici come la morte di Marilyn Monroe, l’alluvione del ’66, la contestazione studentesca. Dentro, e tutto intorno, il mondo ancor più vasto e complesso dei sentimenti, delle dinamiche familiari: bambini che osservano con curiosità – affascinati, perplessi, stupiti –, bambini che crescono – lievi e timorosi –, bambini che inconsapevolmente assorbono umori e stati d’animo di chi li circonda. E gli adulti che cercano di far quadrare i conti del vivere nonostante i dubbi, le contraddizioni e le inquietudini, continuando a desiderare e a sognare esattamente come fanno i bambini. Mentre le cose cambiano e gli equilibri si incrinano: i rumori di fondo, inizialmente quieti e rassicuranti, divengono sempre più sbalestranti e chiassosi. Non basta più chiudere finestre e porte e ritrovarsi uniti nei pranzi domenicali per sentirsi al sicuro.
Il ritratto di una piccola comunità famigliare si mescola alla sonorità di una lingua viva, accogliente, in un romanzo che è cronaca di costume ma al contempo un’avventura che incide speranze, pensieri, delusioni, gioie e patimenti su eventi quotidiani e storici. Per arrivare all’universale e meravigliosa fragilità dell’essere uomini e donne.
Titolo: Quasi una vita
Autore: Chiara Tozzi
Editore: Feltrinelli
Anno: marzo 2008
Prezzo: € 16,00
per acquistarlo alla Biblioteca Alberti Copyright - clicca qui (puoi acquistare il libro direttamente online)
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categoria: opere d inchiostro, scrittori
martedì, 27 maggio 2008

Tutti pronti ad indignarci per la camorra o la mafia. Ma nel nostro piccolo, noi, che prezzo abbiamo? Qual'è il prezzo per cui siamo pronti a vendere ogni nostro principio, la nostra correttezza, il pudore, gli affetti e gli amori, la nostra faccia? Un posto di lavoro? Per quale cifra al mese? Una scopata? Una sembianza di piccolo potere? La compagnia per qualche sera?

La nostra moralità è in vendita a prezzo di realizzo. Qualcuno ce l'ha data, noi la vendiamo per poco. Non indigniamoci per gli altri.

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categoria: parliamone, oltre ogni confine
venerdì, 23 maggio 2008

Dimmi madre qual'è stato il tuo ultimo sogno ed io lo vivrò.

Dimmi madre, cosa hai visto oltre il buio, oltre noi?

Dimmi madre, c'era una musica quando noi urlavamo il tuo nome e tu già non ci rispondevi?

Dimmi madre, eravamo noi ad allontanarci o ci hai portato con te?

Dimmi madre cosa c'è in una goccia di pioggia che riflette la tua immagine.

Dimmi madre se il cielo è azzuro o senza colore.

Dimmi madre, ci sarai tu dopo questa notte senza calore?

Sai madre? L'amore è morto in quell'alba con te.

Sai madre? Vorrei raggiungerti nella fede ma non ne conosco la strada.

Sai madre? Il mare non è più sogno, il cielo non ha più profondità, la terra non ha più odore da quando tu sei partita.

Vedi madre? Non ho visto altro amore oltre te e mio padre, dopo Eva ed Adamo.

Vedi madre? L'amore è un televisore, 400 messaggi e questo letto ad ore.

Vedi madre? Non ti ho mai avuto come questa notte eppure il tuo volto nemmeno ora squarcia la notte.

(ore 03,50)

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categoria: oltre ogni confine
mercoledì, 21 maggio 2008
GRAZIE! A chi sa che glielo devo... GRAZIE!
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categoria: oltre ogni confine
martedì, 20 maggio 2008

Torna il Principe della canzone italiana e lo fa con un album (in uscita il 23 p.v.) intitolato "Per brevità chiamato artista". Questo era scritto sul primo contratto discografico di Francesco De Gregori.

L'uscita dell'album è anticipata da un sito ufficiale dedicato all'album stesso, sul quale è possibile vedere il video di due canzoni dell'album: "Per brevità chiamato artista" e "Finestre rotte": http://www.francescodegregori.net.

Nell'album: "L'angelo di Lyon", l'unica canzone non scritta da Francesco, ma bensì da suo fratello Luigi Grechi.

Una delle 9 canzoni del nuovo album, "Celebrazioni", ha creato molte polemiche dopo che De Gregori l'aveva anticipata nel corso del suo ultimo tour teatrale. E' riferita alle infinite celebrazioni per i 40 anni dal '68.

Ecco il testo:

Ci sono posti dove sono stato
posti dove non tornare
isole di madre perla 
o tropici nel temporale 
o certe stanche stanze...
dove discutono di poesia
di architettura e di democrazia
Ascoltami...
parlare e lacrimare insieme
parlare e lacrimare insieme...

Ci sono posti dove sono stato
come una casa o una stazione
dove la vita ha fatto bingo
tra una ferita e una mutilazione
e dove portano quelle scale
Ma tu davvero lo vuoi vedere!?
Chi vuole scendere scenda pure
ma chi c'è stato non ne vuole più sapere...

Ci sono posti dove sono stato
dove il Piave mormorava 
e la sinistra era paralizzata
la destra lavorava
in certe stanche stanze
dove discutono di pischiatria
di terrorismo e di fotografia
Ascoltami...
parlare e razzolare insieme
parlare e razzolare insieme...

Ci sono posti dove sono stato
mi ci volevano inchiodare
ai loro anni ciechi e sordi
ai loro amori raccontati male 
a una canzone di quattro accordi
ad una stupida cantilena
Ma tu davvero non te lo ricordi
quando cantavi e sbadigliavi in scena...

(Celebrazione - Francesco De Gregori)

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categoria: le canzoni d autore, segnalazione eventi
lunedì, 19 maggio 2008

Non avevo più di 13 anni quando mio padre mi allungò un saggio di sociologia. Chi l’avrebbe detto che sarebbe poi stato solo il primo di una lunga serie? Chi l’avrebbe indovinato che la materia, solo “esternamente” così ostica e difficile, mi avrebbe invece interessato e stimolato al punto da rileggere quel testo tante altre volte nella mia vita fino a farne una sorta di mia personalissima “coperta di Linus” che non mi ha più abbandonato? Al punto, dopo tanto tempo, da essere qui a parlarne ancora. Eppoi molti altri saggi della medesima foggia si sono alternati sotto i miei occhi e sui miei scaffali. Si trattava di “Sociologia” dell’inglese Anthony Giddens e ne fu editata la prima versione italiana nei primi anni Novanta con la traduzione affidata a Massimo Baldini e Gaspare Nevola (le traduzioni delle integrazioni per l’edizione del 2000 sono di Marco Santoro).
Sociologia” fu, a suo tempo, ma anche successivamente (in ordine alle seconde e terze letture), una serie di grandi scoperte per me. Tante che sarebbe impossibile, in un unico post, poterle anche solo elencare tutte. Dunque, mi concentrerò su quella che forse più mi colpì la prima volta: il paragrafo - lo ricordo bene - s’intitolava “Il ragazzo selvaggio di Aveyron” ed era contenuto nel sotto-capitolo “I bambini non socializzati” del più ampio “La socializzazione”. Si trattava della seconda sezione, dopo poche decine di pagine, insomma proprio al principio del libro.
Ma, prima di andare avanti, è mio dovere raccontare come io fossi sempre stato un bambino piuttosto timido. Timido abbastanza da far preoccupare, talora, le mie maestre elementari, che non si davano pace di questo loro alunno così lontano dai modi tipici dei suoi coetanei. Capitò pure, in svariate occasioni, che convocarono i miei genitori per questo motivo spiegando loro come io fossi “asociale” e domandandone, a loro volta, spiegazioni.
E fu così che, malgrado le sue perplessità nel merito, anche per questo mio padre mi propose una lettura tanto inusuale per un bambino di quell’età. Per capire insieme cosa era davvero questa “socializzazione” e come sarebbe stato un bambino “non socializzato” veramente.
La storia de “Il ragazzo selvaggio di Aveyron”, una storia assolutamente vera, narra le vicissitudini di un ragazzo cresciuto nella giungla insieme ad animali, anziché esseri umani. Cioè tecnicamente “non socializzato”. Ma ve la voglio raccontare con le parole (tradotte) di Giddens:

“Il 9 gennaio 1800 una strana creatura uscì dai boschi vicino al villaggio di Saint-Serin, nel sud della Francia. Nonostante l’andatura eretta, aveva l’aspetto più di un animale che di un essere umano, anche se venne presto identificato come un ragazzo di circa 11 o 12 anni. Si esprimeva soltanto con grida acute e dalle strane tonalità. Non aveva evidentemente alcun senso dell’igiene personale e dava corso ai propri bisogni fisiologici dove e quando meglio credeva. Fu affidato alla polizia locale e, quindi, portato in un vicino orfanotrofio. In un primo momento, cercò costantemente di fuggire. Per essere poi ricatturato con qualche difficoltà. E si rifiutava di portare vestiti, stracciandoli non appena glieli mettevano addosso. Nessuno rivendicò la sua paternità.
Il ragazzo fu sottoposto ad un accurato esame medico, che non rivelò alcuna particolare anomalia. Posto di fronte ad uno specchio, diede mostra di vedere la propria immagine, ma senza riconoscersi.
In seguito, il ragazzo fu trasferito a Parigi e sottoposto ad un tentativo sistematico di trasformarlo “da animale in essere umano”. L’impresa riuscì solo parzialmente. Acquistò il controllo dei bisogni fisiologici, accettò di portare dei vestiti ed imparò ad indossarli. Ma rimase indifferente ai giochi ed ai giocattoli e non fu mai in grado di pronunciare più di qualche parola. Per quello che possiamo giudicare in base alle dettagliate descrizioni del suo comportamento e delle sue reazioni, ciò non era da imputarsi al fatto di essere mentalmente ritardato. Fece qualche ulteriore progresso e morì nel 1828 all’età di circa 40 anni.
È necessario, naturalmente, essere cauti nell’interpretare casi del genere. È possibile che una qualche anormalità mentale sia sfuggita alla diagnosi. Può anche darsi che le esperienze fatte da questo ragazzo gli abbiano provocato danni psicologici tali da impedirgli di padroneggiare quelle competenze che la maggior parte dei bambini acquisisce ad un’età molto precedente. Tuttavia, tra questo ed altri casi di cui c’è la documentazione, esistono analogie sufficienti ad indicare quanto sarebbero limitate le nostre capacità in assenza di un lungo periodo di socializzazione precoce."


Poi, nel paragrafo successivo, Giddens passa ad esaminare le prime fasi dello sviluppo infantile. Ma voglio chiudere questo mio lunghissimo intervento (chiedo venia ai miei soliti venticinque...) con un articolo apparso su “Il venerdì di Repubblica” del 16 maggio ultimo scorso. Si tratta di un breve trafiletto. L’autore è Carlo Ciavoni.

I “ragazzi selvaggi” che i docenti non capiscono
Nelle famiglie italiane serpeggia un “virus” che gli studiosi dei fenomeni giovanili chiamano del “ragazzo selvaggio”. È un modo di dire che allude alla difficile condivisione di valori con gli adolescenti di oggi e che ricorda la vicenda di Victor, il “ragazzo selvaggio” trovato nei boschi dell’Aveyron, in Francia, nell’800. Victor era cresciuto senza avere contatti con altri esseri umani. Tutt’altra cosa dagli adolescenti “selvaggi” di oggi, quella Net Generation che è tutt’uno con console, I-pod, mp3 e comunica molto via internet, ma poco vis à vis. Rapidi con gli sms, lenti con le biro; catturati dalla tv satellitare che li porta nel mondo. Insomma, si è detto durante un incontro internazionale su questo tema, organizzato dal Coordinamento genitori democratici, siamo dunque di fronte a giovani isolati, come il “ragazzo selvaggio” che non sapeva rapportarsi agli altri? Molti (troppi) adulti non capiscono. E allora come si supera il gap? Come si insegna ai docenti ad insegnare meglio? Come farà la scuola a sedurre gli alunni, prima che fuggano dalle aule o, peggio, manifestino patologie? Nel convegno s’è parlato a lungo di linguaggi “altri”, di come i docenti insegnano, di valorizzazione dei ragazzi e del ruolo della condivisione di emozioni, visioni e speranze tra generazioni.
www.rifornimentoinvolo.it
 

The Walrus

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categoria: parliamone
lunedì, 19 maggio 2008

Non sono cattolica, come chi mi conosce su queste pagine avrà ben capito. Ciò nonostante apprezzo e stimo alcune opere, iniziative e valori di alcune persone profondamente cristiane e attive nella Chiesa. Per questo le segnalo.

Mercoledì 9 maggio, ha avuto inizio la Visita Pastorale del nostro Arcivescovo all’Unità Pastorale, di cui facciamo parte con altre tre Parrocchie: Santa Rosa, Gesù Adolescente e San Pellegrino. La presenza del Vescovo, successore degli Apostoli, in mezzo a noi ci ha fatto vivere un momento di profonda comunione con tutta la chiesa e, principalmente con la chiesa che vive in Torino.
Abbiamo riservato un’accoglienza calda e partecipata al Cardinal Poletto che ha presieduto, nella Chiesa di Santa Rosa, in apertura della Visita, una solenne Liturgia della Parola, incentrata sull’apparizione del Cristo Risorto ai discepoli di Emmaus. Il Vescovo ha posto in risalto la delusione di quei discepoli per la morte del Maestro, in cui avevano sperato come liberatore politico dall’oppressione romana e il loro conseguente abbandono dalla comunità. La spiegazione delle Scritture, fatta da Gesù lungo via, e la ripetizione del gesto del Giovedì Santo avevano fatto rinascere in loro la speranza, una nuova speranza fondata sul Regno di Dio e li avevano indotti a tornare nella comunità.
Dall’atteggiamento di quei discepoli, il Vescovo ha tratto lo spunto per stimolarci a diffondere la Parola di Dio in mezzo a coloro che hanno abbandonato le nostre comunità e spento la speranza in un mondo migliore basato sull’amore e la giustizia, per riscaldare i loro cuori e indurli a ritornare a frequentare le nostre celebrazioni.
Domenica 11 maggio, festività della Pentecoste, l’Arcivescovo ha presieduto la solenne celebrazione delle 11,30 nella nostra Chiesa, ci ha rivolto un caloroso saluto e rivolto particolare attenzione ai numerosi bimbi presenti, imitando il Maestro “Lasciate che i bimbi vengano a me”.
Nell’omelia, è stato richiamato il significato dei segni che accompagnarono la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli: il rombo, il vento, le lingue di fuoco. Abbiamo invocato con il Vescovo lo Spirito affinché scendesse su di noi con il fuoco che ci riscalda, con il soffio che ci indica le vie da seguire, con un grande rombo che ci scuota dal torpore spirituale.
Il Vescovo ha rilevato, con San Paolo, la presenza in ognuno di noi e in ogni chiesa la diversità di carismi presenti e l’esigenza che tutti siano posti al servizio della chiesa.
Nell’incontro di martedì 13 maggio agli operatori pastorali, il Vescovo ci ha richiamati a sentirci non solo collaboratori con i presbiteri ma corresponsabili, con loro, della fede e dell’azione missionaria nel territorio.
Oggi, venerdì 16 maggio, si chiude la Visita con una celebrazione eucaristica alla Chiesa Gesù Adolescente, nell’attesa del Pellegrinaggio a Roma dal Papa, a fine mese, al termine della Redditio Fidei.

(Mario Alberti)

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categoria: occhio ai critici, segnalazione eventi
lunedì, 19 maggio 2008

Continuano gli incontri di "Strade diverse", organizzati e promossi da F.A.R.I.

Mercoledì 13 maggio, si è concluso il primo ciclo di riflessioni organizzato dal gruppo F.A.R.I. Tema dell’ultima serata “Gesù nella storia. Gesù nella fede”. Relatore: Don Ermis Segatti.
Alla prima domanda “Origine delle fonti che ci parlano di Gesù: Vangeli canonici o Vangeli apocrifi, come molte correnti di pensiero moderne propongono?”, il relatore ha fornito un’ampio quadro di riferimento.
La cultura cristiana protestante ha, fin dalle origini, fondato la propria fede su un rapporto diretto del credente con Dio, basato unicamente sulla Scrittura e sull’interpretazione personale della stessa, senza mediazione della Chiesa, con rifiuto della Tradizione orale. Sempre, in ambito protestante specie negli Stati Uniti, si sono create, nel tempo, correnti di pensiero che valorizzano i Vangeli apocrifi, in opposizione a quelli canonici, ritenuti espressione della Chiesa cattolica.
I Vangeli apocrifi si possono suddividere in due categorie: Vangeli dell’Infanzia e Vangeli gnostici. Nei primi, si afferma in Gesù solo la presenza divina, escludendo quella umana: vengono raccontaati episodi fantasiosi e immaginari, con abbondanza di miracoli . Nei secondi, si considera Gesù, solo dopo la Risurrezione, ignorando la passione, la morte, la crocifisione.
I Vangeli apocrifi risalgono al secondo secolo dopo Cristo, allorchè tutti i testimoni diretti (i discepoli) erano morti, mentre quelli canonici (ossia ricevuti dalla tradizione) furono scritti 30/50 anni dopo la morte di Gesù, dagli stessi Apostoli o da loro discepoli.
I Vangeli canonici (ossia ricevuti dalla tradizione) furono considerati tali, in quanto accettati da tutte le chiese cristiane del primo secolo (da Roma ad Alessandria ad Antiochia a Efeso...), che li ritennero pienamente conformi all’insegnamento orale degli Apostoli.
L’affidabilità dei Vangeli canonici è assicurata da numerose testimonianze, anche non cristiane, che ravvisarono in essi l’insegnamento di quel predicatore, di nome Gesù, nonchè da frammenti di papiri e di cocci (su cui erano scritte diverse parti dei Vangeli) in diverse parti del mondo di allora.
A coloro, agnostici o non credenti, che ritengono i Vangeli canonici scuola di inutile buonismo, o fastidiosi in quanto in contrasto con usi e scelte di vita ricorrenti nel mondo di oggi, o apprezzabili come ricchi di insegnamenti umani, il relatore ha evidenziato alcune pagine dei Vangeli, da cui emerge negli stessi un profondo rovesciamento dei valori ed una profonda scuola di vita.
Circa la continuità tra Gesù e la Chiesa, è stato sottlineato come Gesù chiese ai suoi di costruire una vera scuola di umanità (da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se vi vorrete bene)
La mentalità di oggi è spesso ispirata al sospetto o, peggio, all’indifferenza: vengono considerate valide tutte le scelte: questo non è pluralismo, che sarebbe un arrricchimento reciproco, ma un modo di vivere “fai da te”.

(Mario Alberti)

postato da: maria963 alle ore 11:46 | Permalink | commenti (1)
categoria: segnalazione eventi