mercoledì, 27 febbraio 2008

mamma4

Oggi ho sentito parlare di reincarnazione, di un Dio che farebbe restare per un tempo indefinibile un'anima nell'angoscia e nel rimorso se il suo titolare si è suicidato. E pensavo: ma che razza di Dio ci sarebbe nel cielo se fosse vero? Le religioni si confondono, si intersecano, a tratti si somigliano e a tratti si contraddicono. Dicono tutto e il contrario. Io non so che nome porta il mio Dio, non so nemmeno se posso definirlo Dio. Non so di che forma di vita oggi viva mia madre, sotto quale forma di vita posso sentirla vicino. Non so se parlando con lei devo alzare gli occhi al cielo o abbassarli su tutto quanto mi circonda e ha circondato lei. Ho chiesto l'autorizzazione (e me l'hanno concessa) per piantare un ramoscello sulla terra dove è sepolta mia mamma: l'idea che una forma di vita possa crescere dai resti del corpo di lei me la fa sentire ancora viva in qualche modo. Lo so che sono tutti palliativi per noi, per tentare una consolazione laddove consolazione non c'è. Curo i suoi fiori, la sua casa, sistemo i centrini sui mobili come ha sempre fatto lei. Mi muovo nella sua nuova cucina che ha fatto solo in tempo a progettare e vedere finita e compio i gesti che sarebbero stati i suoi. Lavo i suoi ultimi vestiti e li ripongo nel suo armadio con la stessa cura che avrebbe avuto lei e intanto mi chiedo: a che serve? non li userà mai più. Eppure ho il bisogno di rimettere tutto a posto, tutto come lo avrebbe fatto lei e non come lo farei io a casa mia.

Non so se c'è una religione più vera delle altre, non so se Dio abbia un nome, non so se mia madre sia angelo, stella, aria, energia o semplicemente un'idea, un ricordo. Ma so che non può essere finita così.

postato da: maria963 alle ore 20:20 | Permalink | commenti (6)
categoria: oltre ogni confine
mercoledì, 27 febbraio 2008

Basta... basta, Mario, ma non capisci?
è in questa vita che mangi, bevi e pisci
Io son già oltre: non mi occorre niente
neppure le vane cure d’ogni mio parente

Basta... ragazzi, basta... finiamola qui
non costringetemi, non ora, a dire “sì”
Voglio andar via, partirò domattina,
ed, in fondo, vi sarò ancor più vicina

Basta... bambini, non abbiate paura
nella vita, non è la morte la cosa più dura
Poi sarò luce, ci potremo guardare,
e ci sfioreremo nelle onde del mare

Mi vedrete riposare, ma senza morire,
poi certamente partire, non senza tornare,
e mi parlerete ancora tutti, da ogni dove,
e sarò sempre lì, e sempre un po’ altrove

Grazie, bambini, se resterete attorno al letto,
e per quella foto che non abbiamo poi fatto
Mi rimetto al Dio del cielo, ai comandi suoi,
però ricordate che siete miei figli anche voi

Grazie, ragazzi, perché impegnerete babbo,
ch’è sempre più retto, e sempre più gobbo
Non son stata la madre di cui avevate bisogno,
ma vi ho insegnato quanta realtà c’è nel sogno

E grazie, grazie soprattutto a te, amore mio,
con cui ho diviso la bontà e l’arroganza di Dio
Dio, poi, sei tu, che hai saputo tutto questo:
prenditela con calma, ma raggiungimi presto


(26 febbraio 2008)


The Walrus

t ' w '

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categoria: opere d inchiostro
lunedì, 25 febbraio 2008

Ora mi sveglierò. Tornerò a casa dei miei genitori, suonerò il campanello e mi apriranno senza nemmeno chiedere "chi è?". Quando entrerò in casa troverò mamma nel suo studio che cuce. Babbo dovrà ancora tornare dal lavoro e mamma si lamenterà perchè fa sempre tardi e si stanca troppo. Prenderò le mie cose che mamma mi ha preparato: le lenzuola che mi lava da sempre lei, quelle calze che le ho chiesto di comprarmi al mercato (mia mamma è una delle poche donne rimaste che scende a fare la spesa ogni giorno). Poi andrò a casa mia: da dietro la porta sentirò le voci dei miei figli e la tv accesa. Saranno tutti tre in camera loro a vedersi un video. I miei figli avranno ancora tutto il loro futuro davanti da inventare ed io farò ancora progetti per loro.

Mi sveglierò. Non può che essere un incubo. Devo aver dormito tanti giorni. Ero così stanca, forse ero ammalata e la febbre mi ha giocato brutti scherzi.

Oggi sono così stanca mamma, così stanca da non sapere se sono sveglia e vorrei dormire o se dormo e mi vorrei svegliare.

Vedi, ho già cominciato a parlarti di me come non ho mai fatto prima. Ti ho ascoltato tante volte, quando mi raccontavi di te bambina, di te ragazza. Ho ascoltato le tue paure di quando sentivi la sirena di un'ambulanza e ti ricordava le sirene della guerra. Ti ho ascoltato quando mi parlavi di mio padre, tu sempre così innamorata di quell'uomo che ti aveva preso dalle braccia di tuo padre per proteggerti per il resto della vita. Quell'uomo che hai voluto accanto fino a quando hai chiuso gli occhi e che ha avuto la forza di proteggerti fino all'ultimo respiro. Ho sognato per anni che l'unione di un uomo e di una donna potesse essere quella bellissima favola che mi raccontavi. Ti ho ascoltata quando mi dicevi che ti sarebbe bastato arrivare a festeggiare i 50 anni di matrimonio e poi potevi anche morire. Lo hai detto per tanti di quegli anni che qualcuno da lassù ti deve aver sentito e pochi giorni dopo le tue nozze d'oro ti ha portato via.

Ti ho ascoltata, ti ho ascoltata ma ti ho parlato così poco di me, di questa mia disillusione, di questo mio mondo così diverso dal tuo, di questo senso di solitudine che mi porto insieme da quando ero bambina. Ti ho scritto così poche lettere e quando ti capitava di leggere qualcosa di mio restavi estasiata e mi chiedevi timidamente: ma sono parole tue? A volte mi chiedo cosa tu conoscessi di me, ma una madre sa di sua figlia molto di più di quanto non si sia mai detto.

Ti ricordi mamma? Giovedì mi hai detto che ti sentivi molto meglio, che ti stavi riprendendo, anche se si era saputo che avevi una brutta polmonite. Hai cucinato per l'ultima volta il pranzo per tutti noi, in quella cucina nuova che avevi tanto voluto. Mi hai mostrato come avevi disposto le cose nei nuovi mobili e mi hai detto che adesso che guarivi dovevi ricominciare a mettere un po' in ordine. Poi da venerdì sei crollata invece in un baratro senza fine da cui non ti sei più ripresa. Sabato sera mi hai chiesto se ti preparavo le polpette che ne avevi tanta voglia. Ma domenica e lunedì non hai più mangiato. Alle 18 ti sei addormentata di quel sonno da cui non ti saresti più svegliata. Il tuo respiro era un rantolo ed è stata la notte più lunga della mia vita. Ti ho tenuto la tua mano fra le mie, ti ho accarezzato e baciato più di quanto non avessi mai fatto. Non so se hai potuto sentirmi, non so se a livello epidermico hai potuto avvertire le mie carezze. Ti ho detto tante di quelle cose che non ti avevo mai detto prima, ma non so se la mia voce superava la barriera del tuo sonno. Poi ad un tratto il tuo respiro si è placato e ho capito che era giunta l'ora. 3 respiri mamma, così tranquilli come non ti si sentivano da giorni, poi hai mosso le palpebre e infine un ultimo lieve respiro. L'ultimo. La tua mano fra le mie.

Sono così stanca stasera mamma. Ti sentivi così anche tu?

postato da: maria963 alle ore 22:31 | Permalink | commenti (2)
categoria: oltre ogni confine
venerdì, 22 febbraio 2008

Dimentica una cosa al giorno,
come i tratti di un disegno,
perché devi cancellarlo
prima che ti prenda il sonno,
quasi dopo tanto tanto amore, madre,
non avessi amato mai.
Dimentica una cosa al giorno,
l'albero che arrampicavi,
l'uomo che giocava il cielo, l'uomo che tu perdonavi,
la ferita dell'addio dai figli, madre,
una cosa al giorno, sai...
Per non scordarle tutte insieme,
tutte all'ultimo minuto,
quando il cuore non ce la fa più a reggerle,
tenerle tutte lì, e non potrai sorridere così.
Dimentica una cosa al giorno,
Napoli, la nostra casa,
l'uomo che ti uscì da un sogno,
che brillò nella tua ombra,
tutto quello che ci hai dato, madre
e non hai voluto indietro mai.
Dimentica una cosa al giorno, madre,
grande lago calmo, prima stella della sera,
foglia gialla dell'autunno,
vecchio cucciolo all'abbraccio che volevo darti
e non ti ho dato mai;
e se in quell'ultimo momento
si sciogliesse tutto il tempo,
e tu senza dolore andassi via,
io ti terrei la mano nella mia;
ma dopo aver dimenticato
tutto quello che è passato,
come un vento che non soffia più,
dimentica, per ultimo, anche me
o non potrei dimenticare te.

Te l'ho ricantata tante di quelle volte nel tuo ultimo viaggio, a te che avevi così paura di quel viaggio, di restare sola. Finchè abbiamo potuto ti abbiamo tenuto qui, fra le nostre braccia, abbiamo difeso quella tua umile riservatezza , proprio come ci hai chiesto da sempre. È stato così incredibile vedere come nel momento che ti sei accorta che stavi andando via, ti siano svanite tutte le paure che hai sempre avuto di quel momento e abbia solo sentito il bisogno di essere tu a proteggere noi da quanto non potevamo accettare. Ti sei addormentata così serena e nonostante il dolore che ti ha inseguito fino alla fine, in poche ore dall'ultimo respiro ti è scesa sul volto una serenità quasi inumana. Sei ringiovanita d'un colpo di 20 anni.

Per due giorni è stata una processione di persone che venivano a salutarti, dalle prime ore dell'alba fino a sera tarda. Ieri la chiesa era gremita. Fra le tante parole che mi hanno detto per dirmi come ti ricordavano, quella che più è ricorsa fra tutti è stata: è sempre stata un angelo.

Ho sempre avuto una percezione un po' strana degli angeli, così diversa da quella proposta dalla chiesa. Pensare di rapportarmi oggi a te come ad un angelo mi è così difficile, eppure è l'unico modo che mi rimane per averti ancora.

Sei andata via così in fretta e inaspettatamente che qui sono rimaste tutte le tue cose lasciate in sospeso: il cruciverba che stavi facendo, il segnalibro alla pagina 42 del libro che stavi leggendo, gli abiti da cucire lasciati lì iniziati, i tuoi conti e i tuoi scritti su quaderni lasciati aperti alla pagina del momento, le schede di quei bimbi che tu adottavi... Si resta qui, in attesa di sentire il campanello alla porta squillare perchè tu torni dalle prove del Coro in cui cantavi, per chiederti: mamma, dove lo trovo l'asciugamano? Si resta qui, in questa attesa di eterno.

Quando passo di notte
per vedere se siete ancora tutti lì...
e mi pare impossibile di potervi amare più di così...
quando ripasso a memoria uno per uno
i momenti che vi baciai...
e mi chiedo più di tutto questo amore
come posso amarvi mai...
perché ci sarà bene un benedetto segno
che più oltre di lì non si può andare,
quando il cielo è così pieno di luce
che un'altra luce lo farebbe scoppiare,
qualcosa che assomigli a un limite
perché l'amore avrà bene un confine,
qualcosa come una fine...
E invece non finisce mai,
si fa più piccolo che può
e ti sta dentro e cresce sai,
com'è possibile non so,
e più ne perdi e più ne hai
e più ne incontri e più ne dai
l'amore non finisce mai.
Quando guardo i tuoi occhi, mi sorprendo
che tu sia bella più di prima,
che mi facevi impazzire al solo ricordare la tua pelle
così talmente oscena.
Come potevo immaginare allora
che eri il mio scandalo, la mia bambina
che avrei potuto amarti sempre più
nei giorni che la bellezza trema?
Perché pensavo ci sarà pure una fine
quando non ci sarà più spazio per tenerlo dentro,
un momento che l'amore si ferma, si volta
si addormenta contento,
un momento che l'amore non potrà, non saprà,
non ce la farà più ad aumentare,
che non avrà più niente da dare...
E invece non finisce mai
si fa più piccolo che può
e ti sta dentro e cresce sai
com'è possibile non so,
ma più ne perdi e più ne hai
e più ne incontri e più ne dai...
l'amore non finisce mai
si fa più piccolo che può
e non ti lascia in pace mai,
toglie il respiro a dirgli "nò";
e più ne perdi e più ne hai,
e più ne incontri e più ne dai:
l'amore non finisce mai.

postato da: maria963 alle ore 10:42 | Permalink | commenti
categoria: oltre ogni confine
mercoledì, 20 febbraio 2008
rose
Mamma, ieri mattina tu sei salita in cielo e il cielo si è risvegliato sereno e il sole splendeva per accoglierti; tu sei divenuta il sole che ci illumina e risplende. Sono due giorni che c'è il sole.
Mamma, mi dicevi sempre: “sei andata a vivere così lontano!”; ora tu sei così lontano che è tanto difficile raggiungerti, eppure io so che tu sei qui fra di noi, ti sento, sei in ogni molecola dell’aria che io respiro, sei nei tuoi centrini, nei tuoi ricami, nei tuoi fiori, sei soprattutto dentro di noi, dentro babbo, dentro noi tuoi figli e in ogni tuo nipote. Perchè una donna è molto di più di un corpo. Mi mancherà la tua voce, mi mancherà di vederti in cucina o sul tuo divano. Mi mancherà di tornare a casa e trovarti sempre lì ad aspettarmi. Ma non ti lascerò andare via mai; tu sei e rimarrai sempre fra di noi.
Mamma, nelle ultime ore della tua vita, mentre ti stringevo la mano fra le mie, mi sono accorta che le mie mani sono uguali alle tue, le mie mani saranno le tue. Avrei voluto dirti tante di quelle cose che non ti ho detto mai e chissà se hai sentito che non eri sola.
Grazie mamma, per questa vita che mi hai dato. Grazie per essere sempre stata una guida per tutti noi. Grazie per le tue parole e grazie per i tuoi silenzi, per ogni tuo gesto.
Buonanotte mamma, dormi serena. Qui va tutto bene, vedrai...
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categoria: oltre ogni confine
venerdì, 15 febbraio 2008

officine h 4

Il 15 marzo p.v. si terrà il concerto di Roberto Vecchioni che presenterà il nuovo tour a Ivrea, nella ex-officina H della Olivetti (foto sopra), via Jervis: spazio gestito dal Teatro Giacosa di Ivrea, programmazione de Il Contato del Canavese.

Per informazioni sul concerto di Vecchioni: clicca qui

Per il calendario di tutta la programmazione del Teatro Giacosa, nonché per ogni informazione rispetto all'acquisto dei biglietti dei vari spettacoli, vai alla homepage del teatro: http://www.teatrogiacosa.it/homepage.shtm

postato da: maria963 alle ore 13:10 | Permalink | commenti
categoria: segnalazione eventi
lunedì, 11 febbraio 2008

Il tour di Roberto Vecchioni si appresta alla sua 4^ data che si svolgerà domani al Teatro Santa Chiara di Trento. Ho avuto il piacere di assistere alle 3 date precedenti: Concordia, Torino e Milano. Senz'altro quella di Torino la migliore in assoluto. Il 4 u.s. Roberto era in gran forma, sia vocalmente che umoralmente. A Concordia, ovviamente, c'è stata l'emozione del sentire e vedere per la prima volta questo nuovo lavoro portato in scena. A Milano c'è stata la grande partecipazione della Teresa De Sio che ha duettato con Roberto in modo passionale e giocoso: si è visto Roberto buttarsi in ginocchio ai piedi della De Sio nei panni del figlio; si sono visti Roberto e Teresa ballare insieme sulle note finali della canzone; potrei dire che Roberto stesso non ha mai interpretato (nelle precedenti date) così questo suo pezzo, in quanto sul palco si è creata quell'atmosfera popolare e passionale che ha di suo la canzone stessa. La De Sio ci ha poi presentato da sola (voce e chitarra) una canzone popolare, confermandosi una bravissima interprete, sia di voce che per la parte scenica.

Però... però... che dire? Sarà che io al Teatro Alfieri sono particolarmente affezionata, sarà perché Torino in fondo è la mia città, sarà perché per Roberto il 4 si è rivelato un giorno decisamente "si" sul palco... ma a Torino è stato un altro spettacolo. Fin dall'inizio del canto de L'ultimo spettacolo si è subito percepita la differenza.

Cetamente quella sera, in quella sala, davanti a quel palco... a tratti si sentiva forte la nostalgia per un altro grande artista che non c'è più, ma che in quel teatro ci ha presentato per anni i suoi spettacoli: Giorgio Gaber.

Nello spettacolo di Torino è stata aggiunta "La bellezza" rispetto alla data "0" di Concordia. A Milano nel primo tempo scompare "Vorrei essere tua madre", probabilmente per dare spazio alla De Sio, mentre lo spettacolo non finisce sulle noti di "Luci a San Siro", ma bensì prosegue, prima con "La bellezza", eseguita dopo, e infine chiude con "Il bandolero stanco".

Tre ore, tre ore di spettacolo, inframezzate da una pausa di 15 minuti. Tre ore in cui Roberto ancora una volta, forse più che mai, si mette a nudo e non lo fa solo scenicamente, buttando la giacca, ma lo fa fra canzoni e parole, emozionandosi fino al punto di confondere a tratti anche le strofe per poi riprendersi come se nulla fosse cambiando l'ordine dei versi, in quanto Roberto su quel palco non sta solo presentandoci una sua canzone, ma ci sta raccontando qualcosa di lui, di noi, di questo mondo, della rabbia per questo mondo e ciò che abbiamo intorno. Sta cercando di farci credere e credere anche lui che da qualche parte però le stelle esistono ancora, anche se poche, anche se sempre più confuse e nascoste dal diffondersi della meschinità, dell'irresponsabilità, della bruttezza, della mancanza di dignità e aridità dei sentimenti in favore del pressapochismo, dell'utilitarismo. E allora poco importa se le parole a tratti si mischiano, Roberto non sta solo presentandoci una delle sue migliori perfomance, ma ci sta parlando.

Quanta rabbia... e così poche stelle intorno a noi e in noi. Com'è difficile riuscire a continuare a crederci in queste stelle, riuscire a cercarle e trovarle, quando tutto ti scivola dalle mani ma non dipende da te fermarlo, non lasciarlo andare via, ma da chi e cosa ti sta intorno che non ti somiglia più, forse non ti è mai somigliato, va sempre più a scatafascio o forse è anche che non ne puoi più di assistere a questa continua degradazione che ti circonda, che ti sovrasta, che ti soffoca. (questi ultimi pensieri sono tratti solo dalla mia vita e non da un'interpretazione dello spettacolo)

postato da: maria963 alle ore 10:21 | Permalink | commenti
categoria: le canzoni d autore, i poeti, occhio ai critici
martedì, 05 febbraio 2008

Bizzarria della sorte, certo. Ma che diventa metafora, nell’intrecciarsi in una notte a Torino dei percorsi di due vite parallele, quelle di Roberto Vecchioni e Francesco De Gregori; ieri in concerto, il primo al Teatro Alfieri per il debutto del tour, il secondo al Regio, per la ripresa del tour. Il primo con un disco nuovo e bello, già uscito, che s’intitola Di rabbia e di stelle. Il secondo con un live in circolazione da un paio di mesi, Left&Right, e soprattutto con un album appena terminato, di cui ancora non si sa nulla, e di cui il Principe ovviamente non parla.

Il Principe, in verità, non parla di nulla, oggi. Forse teme che, al solito, tentino di trascinarlo in disquisizioni politiche; ma soprattutto preferisce ormai lasciar parlare la musica, le canzoni, e basta. «Questo sono io, questo mi rappresenta», è il suo schermirsi ultimo, dopo una vita passata a schermirsi.

Il Professore, invece, parla: per canzoni e libri e discorsi. «Fare un disco alla mia età ha ancora un senso se dai voce a quello che senti realmente, senza più pretendere di spiegare i massimi sistemi, senza più voler insegnare niente a nessuno. Semplicemente mettersi a nudo, con sincerità. Dire chi sei, come ti senti. Che cosa ti ha insegnato, alla fine, la vita».

Entrambi però, De Gregori e Vecchioni, raccontano una stessa storia. Parlano - nelle canzoni e nel loro stesso essere, nel loro porsi senza infingimenti giovanilistici - di vecchiaia. Ne parlano nel loro stesso proporsi, Francesco alla soglia dei 57 anni, Roberto già verso i 65; rifuggendo i ritocchi tristi che in certi mondi sembrano necessari, doverosi, e impongono maschere di cera e di bisturi e di trapianti, nella coazione a ripetere di una musica che si continua a definire «giovane», mentre tutti noi - noi che l’ascoltiamo, loro che la cantano - entriamo, siamo entrati, nell’autunno di un’esistenza che sarà pur stata formidabile e irripetibile, ma è comunque «stata». Francesco e Roberto non hanno quelle facce di cera: hanno rughe, e capelli radi, e canizie; portati con la naturalezza degli uomini, non con la dissimulazione dei pupazzi canterini. E sono allegri, più dei giovanotti da hit parade. Fanno i loro dischi, e chissenefrega se stentano e le radio li trascurano. E vanno in tournée, e riempiono i teatri, e si divertono come matti. De Gregori, potesse, non smetterebbe mai di suonare, di girare con la band. Vecchioni, tutt’al più, dopo il concerto è un po’ stanco, e preferisce non tirar tardi come una volta.

Ieri sera, ad ascoltarli, c’erano anche i ragazzi, sicuro: perché certe idee, certi sogni, non hanno tempo. Ma quelli con i capelli grigi... Beh, hanno capito davvero, perché hanno vissuto. Chi ha anzitempo decretato la «morte creativa» dei cantautori storici è, in realtà, sprovvisto degli strumenti anagrafici per giudicare: conosce - e nelle vecchie canzoni riconosce - i sentimenti della gioventù; ma non coglie, non avendola ancora incontrata, la melancolia crepuscolare del De Gregori di Gambadilegno a Parigi, e dunque non ne riconosce la grandezza. È difficile essere un cantautore anziano, se i critici sono giovani.

Vecchioni ha dimostrato, con Di rabbia e di stelle, quanta poesia porti in sé quest’età. È attorno ai sessant’anni che puoi scrivere - che puoi capire - una canzone come Tu quanto tempo hai. Vecchioni l’ha scritta adesso, prima non avrebbe potuto. Né avrebbe potuto cantarla ed essere credibile e struggente come ieri sera in quel teatro gremito, in quel silenzio assorto, dove ciascuno poteva fare, nel tempo breve di una canzone, il bilancio della vita. Tre ore, dura il concerto di Vecchioni: lui come sempre nerovestito, con le sue canzoni e le sue poesie. E il fascino di un autunno bellissimo. Fragili appaiono semmai certi capolavori di una giovinezza lontana; Luci a San Siro è l’elegia del rimpianto, e il rimpianto dura negli anni, ce lo portiamo dentro per sempre; ma davvero, oggi, ci graffia l’anima La viola d’inverno, perché è la domanda ultima e suprema, e il tempo che ci resta è comunque meno di quello già avuto; e abbiamo incontrato il dolore vero, quello che schianta, eppure siamo ancora in piedi e adesso capiamo il significato di Non lasciarmi andare via. E anche l’invettiva di Questi fantasmi e Mond lader ha la rabbia di chi sa, di chi s’indigna non perché scopre la protervia umana, ma perché l’umanità è sempre quella, proterva senza rimorsi.

(Gabriele Ferraris)

postato da: maria963 alle ore 16:47 | Permalink | commenti
categoria: occhio ai critici