mercoledì, 31 ottobre 2007

Ve la voglio dire tutta, ma proprio tutta... Beh, quasi.

Era una mattina freddina, piovosa e di scuola... decisamente autunnale...
La lezione di matematica era d'una semplicità sconcertante (chi l'avrebbe mai detto che un giorno mi sarei trovato a scrivere "facile" di una lezione di matematica?!): una lezione di ripasso. In fondo, la scuola era iniziata da pochissimi giorni. La prof assegnava un esercizio, eppoi ci dava un tot per svolgerlo. E, poi, di nuovo... un altro esercizio, e un altro po' di tempo ché l'intera classe fosse pronta per quello successivo.
Quella mattina mi trovavo a finire il mio esercizio sempre per primo e, quindi, a dover poi aspettare che terminassero anche gli altri. Nell'attesa (essì, lo ammetto!) mi giravo spesso ad osservare una mia compagna di classe, impegnata anche lei nello svolgimento dell'esercizio: era bellissima!
Facevo in modo che non mi vedesse, ma non fu difficile, giacché non alzò la testa dal suo quaderno nemmeno per un attimo.
Poi mi saltava l'occhio sui muri dell'aula nella quale facevamo lezione, la numero 41 al quarto piano: erano luridissimi. Soprattutto pieni di tutte quelle scritte che spesso infestano anche le facciate dei palazzi delle nostre città e che, chiunque abbia frequentato una scuola pubblica, può ben immaginare. Alcune di queste erano curiose... Era curioso, più che altro, il fatto che stessero là, sul muro di quell’aula, senza motivo apparente e senza un contesto. Ne ricordo un paio: una recitava “non può piovere per sempre”, che naturalmente quella mattina trovavo particolarmente azzeccata. Eppoi, un’altra, “ho pregato Dio perché mi uccida ed è per questo che non morirò mai”. Ovvio che non capivo cosa significasse, ma mi piacque.
L’attrazione per quella ragazza a pochi metri da me, quelle scritte assurde che imbrattavano i muri dell’aula, la pioggia fuori e quel po’ di tempo che ero costretto ad aspettare tra un esercizio e l’altro, mi riportarono sul mio quaderno di matematica, al fondo, e fu così che...

MATEMATICA IN AULA 41

No, certo, non può piovere per sempre
e non sto, poi, male in mezzo a ‘sta gente
però è sempre difficile seguire le lezioni,

è complicato far fronte a certe distrazioni.
Ho pregato Dio perché mi uccida, sai?
e per questo, per questo, non muoio mai.

La mia funzione è la tua, ma col “segno meno”
così sbatto sul muro ché ho finito per primo.
Nella vita non prendertela, fattela dare,

ma non pioverà per sempre, potrà grandinare,
così non penso a cosa è stato né a cosa sarà:
non si sta, poi, male in “quarta grafici A”.

Però non è facile, per le formule di matematica,
star qui, sul foglio che sta pensando a te, amica.
Non è facile seguire le lezioni, dammi una mano.

Dammi la mano, prendila la mano, in aula 41.


24 settembre 2003



The Walrus


t ' w '

postato da: theWalrus82 alle ore 14:44 | Permalink | commenti
categoria: opere d inchiostro
mercoledì, 31 ottobre 2007

Amico mio,
c'è la nebbia oggi su Milano
e vedessi com'è bello fuori,
proprio come quando giocavamo,
soltanto ieri.
Amico mio,
io ti tiro giù da questo letto
e ce ne andiamo in giro a far gli scemi,
come quando toccavamo a tutte
il culo e i seni

Uscirai con me da questa stanza,
perchè il tempo non ci frega mai,
e gli diremo forte alla speranza
che non serve,che può anche andarsene,sai :
e la faremo vedere a chi sta in cielo
chi siamo noi.

Amico mio,
vorrei scriverti una ninna nanna,
una lettera che sia per sempre.
o la favola che torna a casa
la tua donna;
amico mio,
non sei tu che non ci sei riuscito,
sono gli altri che non han capito,
sono gli altri che hanno abbandonato:
tu sei il migliore.

Ti terrò la mano questa sera
senza chiederti se è presto o tardi,
parlerai di noi la notte intera
a rincoglionirmi di ricordi,
e sarai lo stesso amico sempre
finchè mi parli.

Amico mio,
siamo qui accecati in un abbaglio,
ogni tanto si apre uno spiraglio
e in un canto di miseria grande
ci batte il cuore;
amico mio,
tu mi hai lasciato quasi niente e tanto,
di avere riso insieme e avere pianto
e altre sciocchezze che facciamo noi uomini
ogni tanto

E non c'è stata mai una donna al mondo
che io abbia amato quanto ho amato te,
come non c'è nessuna cosa al mondo
che non farei perchè restassi con me,
ma sta sicuro che dovunque tu vada
io scoprirò dov'è.

Amico mio,
tu volerai sopra una nave a vela,
ti accenderai come una stella a sera
e sarai sempre tu, il tuo viso
e la tua voce;
e di lassù m'indicherai col dito,
dicendo a tutti :"Quello è il mio amico",
e quando tutti mi vedranno, allora,
sarai felice.

Ed è ancora Roberto ad anticiparci un altro suo brano del nuovo disco "Di rabbia e di stelle" in uscita il 9 novembre p.v. - data "0" del nuovo tour il 26 gennaio p.v. al Teatro del Popolo di Concordia (MO).

Non avevo visto male quando scrivevo che dai titoli del nuovo album, questo "amico mio" mi suggeriva fosse l'autore stesso. Che dire? Quando leggo alcuni testi di Vecchioni mi nasce l'invidia di non saper scrivere così. Sarà perché tante emozioni/esperienze le condivido, fanno o hanno fatto parte anche di me e mi viene da pensare: "come mi sarebbe piaciuto saperlo esprimere così!"

Un paio di anni or sono, mi ero improvvisata nello scrivere alcuni versi (ribadisco ancora che il termine versi nel mio caso lo uso sempre come sinonimo di urlo di animale - non certo con la pretesa di poesia - definizione in cui mi ritrovo molto e sento mia) che erano indirizzati a me stessa, a quella parte di me che mi rendevo conto che potevo sempre ritrovare lì, intatta, nonostante tutto. Come se dopo tanto dolore e delusione non ti rimanesse altro che te stesso come unico interlocutore. C'è un primo momento in questa fase in cui pensi: "certamente ho fallito io, se tutto è andato così da qualche parte ho fallito certamente". C'è poi, dopo un'analisi più attenta, un momento in cui ti rispondi: "non sono io ad aver fallito, io non ho abbandonato e se qualcun altro lo ha fatto non è colpa mia. Certamente ho sbagliato, da qualche parte avrò sbagliato, ma tutto ciò che ho fatto, l'ho fatto per amore e con la coscienza pulita. Quindi non ho fallito". In questa presa di coscienza non c'è la voglia né l'interesse di incolpare nessuno, solo il bisogno di ritrovare se stessi e riconoscersi. Ritrovarsi anche in piccoli posti, gesti, stupidaggini che hanno fatto parte di te. Quello che scrissi nacque vagabondando una notte e finendo per ritrovarmi in un piccolo posto della mia infanzia, davanti ad un lago, un posto che mi aveva vista bambina e mi aveva visto poi anni dopo con quell'amore che in quel momento, invece, stava morendo. Quella notte fu come se io mi fossi incrociata, dopo tanto tempo, e mi rendessi conto che anche dopo tutto quanto comunque potevo riconoscermi.

Tornando alla canzone di Roberto, negli ultimi versi c'è: e quando tutti mi vedranno, allora, sarai felice. In questo finale io ritrovo (e non ho la presunzione di essere un buon critico) il bisogno, comunque, alla fine di credere che ci sarà un giorno (che sia al di quà o al di là del cielo) in cui gli altri capiranno chi sei/sei stato tu. Questo bisogno umano, comunque fondamentale anche nei momenti più bui, di essere riconosciuti anche da chi ti sta intorno, non importa se giudicato "grande" o "piccolo", quel che conta è essere riconosciuti per quel che sei/sei stato davvero.

Ed è con molta vergogna, e a testa bassa per il confronto con chi ritengo un "maestro", che ora ripropongo qui (forse a suo tempo lo avevo già fatto), quel mio scritto che mi viene naturale affiancare come stato d'animo a quanto mi suggerisce questa canzone di Roberto. Scritto, tra l'altro, che ai tempi non fu per nulla capito dove lo proposi. Così come, forse, io oggi posso aver equivocato il messaggio trasmesso nella canzone qui sopra e, per questo, me ne scuso con l'autore fin d'ora.

Ritrovarti persa in quel bosco di ieri
in sentieri tracciati fra stelle e rovi
abbracciati a sogni che sembravano veri
segnali di giochi antichi e sempre nuovi.
Ritrovarti a cercare un po’ di calore
e amore frenato da incosciente pudore
d’un cuore stanco di gestire dolore
che cerca nel buio un nuovo colore.
Perderti come l’ultima occasione
ultimo treno... o ultima stazione
persa fra le note vive d’una canzone
notte al ritmo di un’altra stagione.
Cercarti fra le parole della vita
nelle pagine d’un libro a tinta unita
che ti parla d’una parabola infinita
del sogno di una Maria mai capita.
Amarti come un vecchio bambino
attende il tramonto già dal mattino
il riflesso allo specchio della tua vita
amarti da sola come unica uscita.

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categoria: le canzoni d autore, occhio ai critici
martedì, 30 ottobre 2007

corel

In occasione dell'uscita del nuovo album "Di rabbia e di stelle" di Roberto Vecchioni e del suo nuovo libro "Di sogni e d'amore", il sito il cielo capovolto cambia abito e si rinnova. Invitiamo all'inaugurazione virtuale tutti gli utenti che fin qui ci hanno seguito e, ospite d'onore, Roberto, ringraziandolo per la disponibilità e attenzione che mi ha sempre dimostrato fin dalla nascita (e parliamo del 2003) del sito stesso.

Ricordiamo che il cielo capovolto è nato e continua a vivere unicamente sulla grande ammirazione e stima che la sottoscritta nutre nei confronti dell'opera di Roberto sia come artista che come professore e, ancor prima, per i suoi alti principi morali. Cerco di tenerlo aggiornato per quanto mi è possibile, lavoro e impegni vari permettendo. La nuova versione non è ancora completata e sto provvedendo ad ultimarla, ma non volevo perdere questo duplice appuntamento sia musicale che editoriale. Sarò grata, come sempre, a chi vorrà contribuire con suggerimenti, nuovi interventi, fotografie, ecc... alla crescita di questo spazio.

Grazie a tutti!      http://www.ilcielocapovolto.it

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categoria: canzone d autore, segnalazione eventi
martedì, 30 ottobre 2007

stanotte ho dormito poco nulla. qualcosa mi girava nello stomaco e nella testa e non mi dava pace. forse è solo la mia ernia che si fa sentire, stanca di tutto quanto ha dovuto e deve deglutire. ci sono pasti indigesti, troppo pesanti, bocconi che nemmeno gli acidi gastrici riescono a sciogliere e tornano sempre. bisognerebbe masticare meglio, sminuzzare i bocconi in piccolissime particelle, bisognerebbe evitare ciò che è indigesto. ma come si fa? nella vita i menu non sono sempre chiari: a volte t'imbatti in un cibo all'apparenza gradevole, quel tocco di saporito e piccante per evitare un piatto scialbo. gli ingredienti non sono sempre elencati con chiarezza e tanto meno gli effetti postumi. da giovane digerisci tutto: una bella dormita, qualche momento di dieta e si dimentica qualsiasi indigestione. ma gli anni passano e, se ne hai buttate giù troppe, il tuo stomaco non regge più.

così pensavo... perchè, quando hai qualcosa che pesa sullo stomaco, anche la testa va un po' per i fatti suoi. di notte si fanno pensieri strani: riavvolgi un po' la tua vita come una pizza cinematografica, tiri le somme e i calcoli non tornano mai. i calcoli si sono impiantati nel tuo stomaco e degenerano sempre più. quando la luce dell'alba inizia ad infiltrarsi dalla tua finestra, ti viene un gran sonno. ti alzi svogliata e nella nebbia mattutina tenti di mettere a fuoco quei pochi punti fermi che ti sono chiari, cercando l'ottimismo nella banalità dell'oggi è un altro giorno e si vedrà.

sono stanca, stanca delle vostre partenze e dei vostri ritorni, stanca di non conoscere nemmeno gli itinerari, ammesso che ce ne siano. stanca di viaggi senza punti d'arrivo, come se si potesse sempre viaggiare senza tendere ad alcuna meta. sono stanca di questi girotondi dove si gira intorno ad ogni cosa per poi tornare sempre al punto di partenza. sono stanca delle attese, dei rinvii, dei ritardi. stanca delle mezze tinte per evitare di prendersi la responsabilità di scelte precise e nette. stanca di chi cerca sempre la strada più facile giustificando con l'esigenza di tranquillità. stanca di chi trucca le carte e distribuisce i picche e i jolly in modo scorretto. stanca di chi fa finta di non capire, di non sapere, e vomita su di te la propria incapacità di coerenza e fermezza. stanca di chi si pulisce la coscienza pensando che c'è sempre qualcun altro che ci pensa, che rimedia, che regge i fili. sono stanca di chi pensa che tutto sia immutabile, che IO sia immutabile, come se fossi una roccia solo levigata dal tempo. ma io sono acqua e continuo a scorrere, più calda o più fredda, ma sempre viva e in mutazione; cambio orizzonti, abbandono sentieri e ne improvviso di nuovi, defluisco in laghi, mi incrocio con altri defluenti e ritorno un fiotto solingo.

la notte pensi a quanto sia lungo, impegnativo e difficile costruire un rapporto. a quanto i rapporti umani abbiano sempre un'equilibrio instabile, incerto. a quanto poco ci voglia per distruggerli, spazzarli via, come sabbia dispersa dal vento.

poi viene mattino...

postato da: maria963 alle ore 14:28 | Permalink | commenti
categoria: oltre ogni confine
lunedì, 29 ottobre 2007

antenneattive.org/node/616

non so se mi spiego!

postato da: stelly alle ore 16:52 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, 25 ottobre 2007

L'ho sentita... potrei dire che ce l'ho già nel cuore. Per qualche aspetto mi ricorda "Momentaneamente lontano", quella canzone che avrei dato qualsiasi cosa per sentirla dal vivo. Bei suoni: puliti, profondi, una chitarra che regge tutto il pezzo e una voce che è di più di uno strumento, perchè non c'è strumento che ti dia le stesse vibrazioni. Roberto, a mio avviso, è uno dei pochi cantanti che col passare dell'età ci ha guadagnato molto con la voce. Mentre per molti più passano gli anni e più la voce si indebolisce, perde di estensione e di profondità, con Roberto credo sia successo tutto il contrario. Negli anni la sua voce ha acquisito una profondità ben maggiore, una estensione più ampia, una interpretazione più calda e forte. Insomma, diciamo la verità: oltre a bravura ci vuole anche culo (perdonatemi il termine) per avere a 64 anni quella voce!

Roberto... certo noi non ti lasceremo andare via, non lasceremo che tu ti allontani da te stesso, questo disco, come molte delle tue canzoni passate ti terrà fra di noi. Non lasciarti andare via!

postato da: maria963 alle ore 19:43 | Permalink | commenti (10)
categoria: le canzoni d autore
giovedì, 25 ottobre 2007

Sul numero 43 (novembre) di Vanity Fair, un'intervista a Ombretta Colli riguardo la rassegna di spettacoli, incontri e letture "Milano per Giorgio Gaber" che si svolge a Milano dal 29 ottobre al 19 novembre. Il 29 ottobre lo spettacolo: "Il Dio bambino".

Nei giorni scorsi è uscito il libro: "Gaber. La vita, le canzoni e il teatro" di Sandro Neri - edizione: Giunti - € 19,50 - considerato la prima vera biografia di Giorgio. per comprarlo clicca qui - per ordini entro fine novembre 10% di sconto.

postato da: maria963 alle ore 18:25 | Permalink | commenti
categoria: segnalazione eventi
giovedì, 25 ottobre 2007

Il falso
e l'incerto sorriso
nelle mattine
fredde
alluvionali
quando t'alzavi
e bevevi caffé bollente
prima
della nebbia
quando c'incontravamo
nei pressi d'un miraggio:
un palazzo alto
come il risveglio
chiaro
immenso risveglio
a sfilare
sottile
fra i tuoi denti
di bimba
e la fronte
pallida
l'ingenua, semplice
frangia
dei tuoi capelli
a tratti,
nella gente d'ufficio,
tremanti
per un breve ritardo
e la paura,
di un'insegnante torva
bieca
svegliatasi male
per un reumatismo alla spalla:
questo
vorrei portarmi dietro
di te
ora che si fa buio
(...)

(Roberto Vecchioni)

Una delle poesie tratte dal libro "Di sogni e d'amore" in uscita a giorni: raccolta di poesie della gioventù, conservate con cura e amore dalla madre dell'autore. Una poesia - ci dice Vecchioni - per una ragazza di cui fu innamorato per due anni, ma alla quale non si dichiarò mai, né mai sbocciò in un bacio. Quella stessa ragazza che diventerà il germoglio di "Luci a San Siro", quella stessa ragazza che gli farà scoprire il mistero che la donna ha dentro.

Vecchioni ha continuato a scrivere, oltreché canzoni, poesie, anche in età più matura, poesie che forse in un futuro non lontano vedremo pubblicate. Noi ce lo auguriamo.

postato da: maria963 alle ore 13:20 | Permalink | commenti
categoria: i poeti