sabato, 29 settembre 2007

Una grande festa per una nuova legge sulla musica. Un’intera giornata di concerti, incontri, confronti ed eventi che animeranno l’Auditorium di Roma per promuovere un’adeguata normativa. Una legge nazionale sulla musica manca nel nostro Paese da oltre 40 anni determinando un vuoto ormai da più parti sentito come intollerabile. Per contribuire al disegno e all’approvazione della nuova legge il Coordinamento Diritto alla Musica – formato da operatori, artisti e personalità del settore, che hanno trovato riferimento nella Commissione Consiliare Cultura del Comune di Roma - ha elaborato un Manifesto in nove punti, nel quale si ripercorrono le aspettative del settore in materia di promozione, formazione scolastica e professionale, diffusione della cultura musicale in tutti i suoi aspetti, nonché dell’adeguato rispetto di quanti vi operano. Per il sostegno di queste esigenze, condivise da cittadini di ogni età e condizione, è nata la prima, gioiosa Festa Nazionale del Diritto alla Musica, ospitata proprio nel luogo che in questi anni ne è diventato l’icona più popolare.


Domenica 
07/10/2007
Auditorium Parco della Musica, ore 10.30

Diritto alla Musica, Comune di Roma, Provincia di Roma, Regione Lazio, Fondazione Musica per Roma
In collaborazione con Presidenza Commissione Cultura della Camera dei Deputati, Agis, Casa del Jazz di Roma 
Festa Nazionale del Diritto alla Musica
Una nuova Legge, per tutte le Musiche, per tutti

ore 10,30 - 12,30 *
Matinée delle Scuole di musica
Sale varie
laboratori dedicati ai bambini e ai ragazzi e dimostrazioni di musicoterapia
Cavea
concerti corali e bandistici
Area del Parco
artisti di strada, giocolieri, clown

ore 15,30 - 18 *
Sale varie
Workshop e dibattiti sui temi del Manifesto Diritto alla Musica, con artisti, operatori, esperti.

ore 18 - 20 *
Sala Ospiti
Tavola rotonda con autorità locali e nazionali

* Ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili

ore 20,30 **
Sala Sinopoli

Gran Concerto Finale
Presentano:
Simona Marchini, Ernesto Bassignano, David Riondino.
Saluto degli assessori alla cultura Silvio di Francia, Vincenzo Vita, Giulia Rodano.

Partecipano tra gli altri: Simone Cristicchi, Cristiana Pegoraro, Lucia Aliberti, Peppe Servillo con Avion Travel, Roberto Vecchioni, Ambrogio Sparagna, Rita Marcotulli, Giovanna Marini, Lucilla Galeazzi, Enrico Pieranunzi, Maurizio Giammarco, Nando Citarella, Teresa De Sio, Ada Montellanico, Orchestra di Roma e del Lazio, Mimmo Locasciulli, Enrico Capuano, Lorenzo Hengheller, Peppe Voltarelli, Grazia Di Michele.

postato da: Daniela52 alle ore 14:00 | Permalink | commenti (1)
categoria: segnalazione eventi
martedì, 25 settembre 2007

banner2

Lavori in corso per il sito "ilcielocapovolto": a breve, grafica completamente rinnovata e nuovi aggiornamenti.

postato da: maria963 alle ore 19:55 | Permalink | commenti
categoria: canzone d autore, segnalazione eventi
sabato, 22 settembre 2007

"Pensieri in agrodolce"

la nuova raccolta di poesie di Matteo Sabbatani, in libreria, per BACCHILEGA EDITORE, da ottobre Distributore per le librerie L'Editoriale, via dei Fornaciai 25, 40129, Bologna (tel. 051/326604).

copertina2

(In copertina, un acrilico su cartoncino dipinto ad oc da G. Simonetta Damante)Presentazione libro

Sono diversi giorni che penso a cosa scriverò del libro di Matteo…ahimè ancor non so cosa dirò!
Non perché non avrei da dire, ma semplicemente perché ho un groviglio di emozioni che lottano con la ragione che vorrebbe imporre un self control al mio cuore.
C’è la ragione che mi chiede:
“Analizzando la poesia di Matteo ci troviamo di fronte a versi parisillabi o imparisillabi ? E il ritmo come è? Èun ritmo lento o un veloce martellante? Ci sono figure di vocale o figure di accento? E licenze poetiche ce ne sono?”
E intanto il cuore se la ride e non mi fa domande, ma ha preso a recitare una poesia di Giuseppe Ungaretti:

Sono un poeta
Un grido unanime
Sono un grumo di sogni
Sono un frutto
D’innumerevoli contrasti d’innesti
Maturato in una serra

Messa a nanna la ragione lascio il mio cuore a festeggiar l’evento!
La poesia di Matteo piano, piano cammina e raggiunge il cuore in men che non si dica e come un aforisma di Mario Luzi, la poesia di Matteo

aggiunge vita alla vita

Dalla poesia di Matteo fuoriesce la musica dell’anima, quell’anima in cerca di acqua che plachi l’arsura di un viaggio arido che è l’apparenza.
I versi sembrano, ad occhi distratti, che parlino piano e invece gridano forte scrollando l’anima dall’apatia e dalla morte, mentre tintinnii lucenti illuminano la stanza senza porte e senza finestre e…si respira una aria fresca e pulita… un paradosso mi direte…

Si… il paradosso della vita!

Daniela Santini 
(per gli amici … Dan)

per gli amici più cari, riporto  ora "due righe" scritte ad oc per questo blog dal mio splendido amico MATTEO SABBATANI !

VAI MATTEOOOOOOOOOO ....IL BLOG ÈTUTTO TUO !

"Succede a tutti, credo, ma solo i poeti se ne accorgono o, forse, solo i poeti non possono fare a meno di provare a porvi – in qualche modo – rimedio.
Di che cosa sto parlando?
Dei sanguinamenti dell’anima, emorragie improvvise e silenziose alle quali, sovente, nessuno di noi, o meglio, nessuno di voi dà ascolto: a mio parere, infatti, ascoltare l’anima – se non addirittura parlarci, dialogare con lei – in quest’epoca, un po’ fa paura e, un po’, è considerato qualcosa di inutile, di superfluo, di anomalo e anormale, qualcosa di molto simile ad una perdita di tempo.
Già, ci siete voi – che preferite non soffermarvi a ragionare sul senso delle cose – e poi ci siamo noi e quelli come noi, perché – in vero – non è nemmeno necessario scrivere per essere poeti: è una condizione esistenziale – se così la si può definire – in virtù della quale non si può fare a meno di tener sempre presente che l’uomo è tale se – e solo se – vive tra gli altri e con gli altri; è una condizione esistenziale – se così la si può definire – per cui, a volte, basta un alito di vento a farti cambiare umore.
E poi, c’è la vita – l’esistenza, appunto – e ci sono, stante quanto sopra, almeno due diversi modi di affrontarla; e poi c’è la vita – l’esistenza, appunto – e c’è chi la vive considerando dirimente l’avere un conto in banca che cresce in modo esponenziale, l’avere – socialmente parlando – un ruolo importante e riconosciuto, una posizione; e poi c’è la vita – l’esistenza, appunto – e c’è chi la vive come se la sola cosa che conta – in quest’epoca – fosse, insomma, l’apparenza o, se preferite, la parvenza: ecco, eccolo qui il paradosso, ovvero il tema centrale, il filo conduttore di questa mia seconda raccolta di poesie.
L’uomo post-moderno, l’uomo contemporaneo è – ad un tempo – spavaldo e meschino: è spavaldo con gli altri, perché – credendo di dominarlo e di esserne, anzi, l’artefice ed il motore – accetta supinamente e stupidamente quel ruolo di banale ingranaggio, di mero veicolo funzionale di relazioni umane che sembrano avere nel denaro – contemporaneamente – il solo fine ultimo e la sola ragione fondante; in altri termini, cioè, l’uomo d’oggi è spavaldo perché non si rende conto, non sa di rappresentare perfettamente quell’individuo blasé di Simmeliana concezione che si lascia portare dal tempo e dalle mode.
Ma, a ben guardare, l’uomo d’oggi – sempre pronto a sparare su tutto e su tutti, a parlare di tutto e di tutti – tranne che di se stesso – ed incline a confondere facilmente il potere con la potenza – per usare una distinzione di marca weberiana – è anche meschino, e non poco: meschino è, infatti, chiunque – temendo se stesso, temendo di scoprirsi fragile e perciò diverso da come lo vuole e lo accetta la massa – sceglie di fingere.
Ecco il perché – o forse sarebbe meglio dire i perché – di questi «Pensieri in agrodolce», una raccolta nata in poco più di un mese per esigenze che non sono né economiche, né meramente pubblicistiche, ma personali e private.
A chi mi domandasse:
«Cosa ti spinge a portare in pubblico il tuo privato?», risponderei che la motivazione, la molla che ha scatenato in me il bisogno di scrivere è di ordine privato e personale, ma – poiché si dice che io sia un poeta – allora m’arrogo il diritto di ritenere che le cose che dico, i temi che tratto possano interessare tutti.
Se così non è, pazienza…!

Matteo Sabbatani

Un bacio a tutti.

Dan 

postato da: Daniela52 alle ore 10:37 | Permalink | commenti (7)
categoria: opere d inchiostro
giovedì, 13 settembre 2007
Ci sono cose che si fanno non per coraggio o forza, ma per poter guardare i tuoi figli serenamente negli occhi.
postato da: maria963 alle ore 20:32 | Permalink | commenti (2)
categoria: oltre ogni confine
lunedì, 10 settembre 2007

«Il disco è la riproduzione musicale del concerto “Luci a San Siro… di questa sera” Tour 2005, regia e direzione artistica di Velia Mantegazza, direzione di produzione Sandro Franchin. Le registrazioni live di Damiano Fischi eccetto “Le stagioni nel sole” registrato e mixato presso lo studio Curved Light. Produzione musicale ed arrangiamenti: Patrizio Fariselli. Voce e chitarra: Roberto Vecchioni. Pianoforte: Patrizio Fariselli. Contrabbasso: Paolino Dalla Porta. Contrabbasso in “Blumùn”: Gian Ludovico Carmenati. Chitarra in “Le stagioni nel sole” Roberto Cecchetto».

Così recitano le note del libretto interno, sede in cui è possibile anche leggere gli splendidi testi delle 16 canzoni presenti, firmate Roberto Vecchioni, un professore nell’arte del cantautorato italiano (in tutti i sensi), e arrangiate grazie alla perizia tecnico-espressiva di due “reduci” della formazione prog-rock anni ’70 degli Area: Patrizio Fariselli ne fu proprio uno dei fondatori, mentre Paolino Dalla Porta si aggregò in sostituzione di Ares Tavolazzi nella seconda stagione degli Area, dopo la dipartita del grande Demetrio Stratos, quando, negli anni ’80, presero il nome di Area 2.

In quegli anni, quando il rock incontrava il jazz, in Italia soprattutto, dava spesso origine a soluzioni di progressive rock. In quest’album, però, il clima è diverso: il jazz, in questo caso, incontra la canzone d’autore e le atmosfere si tingono di incanto e suggestioni uniche. Senza troppe sperimentazioni elettroniche, nel pieno rispetto di un jazz acustico di stampo melodico-francese.

Le canzoni – presentate senza interruzioni favolistiche, a differenza di come accadeva nel live – sono in parte le stesse del concerto dal vivo. 16 successi presi in prestito dal vasto repertorio cantautorale di Vecchioni ed arrangiate con gusto, eleganza e stile. Si parte con Stagioni nel Sole, testo e musica di Jacques Brel, adattamento italiano di Vecchioni. L’unico inedito. Una canzone sulle stagioni della vita e del cuore che finiscono «proprio quando ti accorgi di amarle più che mai» e occorre lasciarle a chi ci segue, «ma tu vivile sempre e vivile per me, le stagioni nel sole continuano con te».

Vincent è una lettera immaginaria scritta da Paul Gauguin a Vincent Van Gogh. Un incantevole racconto in note rorido di citazioni colte, come costume del professore-cantautore. Anche qui la parte strumentale di Fariselli e Dalla Porta è elegante. Canto Notturno (di un pastore errante dell’aria) ha un mood profondo ed onirico. Penetrante l’eloquio del pianista. Mostra come un “semplice” pianoforte, se suonato ad arte, può compensare un’orchestrazione più complessa. Il paragone con l’originale presente in “El Bandolero Stanco” lo dimostra appieno.

Parabola è una parabola appunto che narra di un vecchio, una sorta di Creatore, che ha avuto due figli, uno illegittimo, l’altro legittimo, e li ha chiamati Poeta e Ragioniere. Poeta s’innamora di una donna, Margherita, e intende amarla, sebbene il padre sia contrario. Lo sfida e il padre lo punisce, facendo innamorare e poi sposare Margherita a Ragioniere e costringendo Poeta ad avere sempre vent’anni, ma a poter amare in eterno solo Margherita. Una favola in note amara e cattiva arricchita da uno swing frastagliato e concitato.

E invece non finisce mai è un brano sull’amore che non finisce mai, che non ha limite, né confine, né fine, che strazia il cuore, scoppia all’improvviso, cresce repentinamente e fa impazzire. Un brano molto intenso, dove la parte musicale è ridotta all’osso. Quasi parlato, recitato, più che interpretato e cantato. Sottile il tappeto sonoro. Blumùn ha una veste bebop-blues scoppiettante e azzeccata. Si sente che pianoforte e contrabbasso in contesti così jazzistici si divertono. Un trio ben affiatato. Vecchioni sfrutta a meraviglia il frastagliato modo di accompagnare di Fariselli, confidando molto sulla precisione e la dinamicità di Dalla Porta.

Lo stesso Paolino apre poi con il suo strumento archettato Ritratto di signora in raso rosa, canzone d’amore e sacrificio di sé per la donna che quotidianamente si ama e per la quale si diventa uomini, o meglio “una signora vestita in raso rosa”. Suggestivo e avvolgente l’apporto dei due strumentisti. La Bellezza, scritta da Vecchioni con Mauro Pagani, è un’altra composizione deliziosa, arrangiata con saggezza e stile. Il sound è coeso e fasciante. Fluttuante e arioso il pianoforte.

Canzone per Sergio ha una musica arrembante ed un sound ritmato. La voce di Vecchioni si appoggia sul contrabbasso preciso e dinamico di Dalla Porta, mentre colorati contrappunti di accordi dissonanti provengono dal pianoforte di Fariselli. Il tanguero Celia De La Cerna è un dialogo intenso fra una madre amorevolmente preoccupata dalle sorti del figlio e un figlio rivoluzionario, ormai uomo, alle prese con la cruda realtà del mondo. Una canzone ricca di pathos. Un sound caldo e penetrante.

Alighieri gode di un tappeto jazz del piano articolato, in controtempo e in contrappunto con la voce. Un altro racconto in note “colto”. Stavolta il protagonista è il nostro Dante, anche lui colpito dal tempo che passa e cambia le persone e gli equilibri del cuore e della vita. Sul finale, il parlato narra dei “tre canti di Cacciaguida”, di Firenze, del discorso che parte da Firenze e «diventa universale, in un crescendo di malinconia e passione che definirei come, che definirei quasi… che definirei come…», Vecchioni conclude il sospeso con un liberatorio, dissacrante e caustico «ma vaffanculo a tutto…».

La viola d’inverno parla dell’arrivo improvviso e inaspettato della morte e di come sia importante vivere fino in fondo il sentimento verso la vita e le persone care che ti stanno intorno. Un’interpretazione delicata e soave. Samarcanda è interpretata proprio come farebbe un jazz combo. Prezioso il contributo tamburellante del contrabbasso. Frastagliato il pianoforte. Una versione corale e suggestiva. La Stazione di Žima, arrangiato come un brano jazz francese ovattato e cool, è un dialogo toccante fra uomo e Dio. Un’interpretazione commovente resa sia dal piano sia dal contrabbasso con estrema sensibilità sonoro-espressiva. Gran controllo delle dinamiche.

Le lettere d’amore (Chevalier de pas) è uno straordinario omaggio del Professore al poeta Fernando Pessoa. L’atmosfera è metafisica, spaziale, empatica. Il piano procede instabile e liquido in contrappunto alla voce. Un altro splendido esempio del ruolo orchestrale di un “semplice” piano. Lo dimostra, ancora una volta, il paragone con l’originale, presente su “Il cielo capovolto”. Luci a San Siro, aperta da un’introduzione parlata, conclude questo disco. L’interpretazione del trio è sentita ed empatica. Da brivido. Una delle più belle ed emozionanti.

(Marco Maimeri - 9 settembre 2007)

postato da: maria963 alle ore 13:07 | Permalink | commenti
categoria: occhio ai critici
lunedì, 10 settembre 2007

Mi sono svegliata la notte scorsa, ti ho guardato dormire accanto a me e ho pensato: "Cosa sogni la notte?"

Te l'ho domandato stamattina e mi hai risposto: "Nulla, non ho sognato nulla. Non sogno da molto tempo".

"Da quanto tempo?" - "Non lo so".

No, non ci credo. Ti ho guardato mentre dormivi e ne sono certa: tu sognavi.

I nostri sogni a volte li dimentichiamo subito, dimentichiamo anche di aver sognato. Li lasciamo a quel mondo che riappare solo la notte, quando chiudendo gli occhi il nostro corpo e le nostre emozioni volano oltre. A volte li rinneghiamo i nostri sogni, al risveglio non vogliamo riconoscerli, o ne siamo gelosi, come se raccontandoli li perdessimo un po' e poi comunque nessuno potrebbe davvvero capirli.

Cosa sogni la notte?

Sogni il tuo passato, un attimo preciso del tuo passato che avresti voluto fermare o forse deviarne il percorso futuro? Sogni il futuro, il futuro come lo avevi visto in passato, quell'attimo eterno sempre atteso e mai arrivato? Sogni le persone che non ci sono più, le fai rivivere nel tuo presente, la proiezione del passato in un futuro mai stato che oggi è presente diverso?

Cosa sogni la notte?

Sogni le tue paure? I tuoi incubi che ti seguono da sempre?

Sogni ciò che hai fatto ieri o ciò che farai domani?

Sogni qualcuno? Io ho sognato per anni un uomo sdraiato in una piccola stanza d'una fattoria che mi guardava fisso negli occhi e mi carezzava dolcemente il volto. L'ho sognato per anni, credo da quando ero bambina: a volte somigliava a qualcuno, altre volte non aveva nemmeno un nome; aveva sempre un'espressione dolce e sicura; mani nodose, grandi e calde.

Ora te lo chiedo ancora: "Cosa sogni la notte? Cosa hai sognato la notte scorsa? Vuoi condividere questo segreto così intimo con me? Supera la barriera che divide il sogno dal risveglio e raccontami il tuo sogno".

p.s. È un invito a chi vuole raccontare i suoi sogni: il più ricorrente o quello che ha amato di più, quello da cui ci si è risvegliati senza respiro e con il cuore in gola, quello che...

postato da: maria963 alle ore 00:02 | Permalink | commenti (7)
categoria: parliamone, opere d inchiostro
domenica, 09 settembre 2007

Io? Mi sono sentito solo dal momento in cui sono venuto al mondo. Da quando riesco a ricordare, fin dall'infanzia. A volte trovarsi in mezzo alla gente peggiora la situazione.
Da giovani ci si illude di risolvere il problema con l'amore. Ma non succede mai. Essere vicino, il più vicino possibile, a un'altra persona serve solo a sottolineare la distanza invalicabile che ci separa dagli altri.

L'amore è lo scopo della nostra specie. Non il sesso. Il sesso lo si può fare in qualsiasi momento. Ma l'amore non è altrettanto facile da trovare.

Non lo so. Se innamorarsi rende la nostra solitudine ancora più profonda, perchè tutti lo desideriamo tanto?

Per via delle illusioni che suscita in noi. L'amore è inebriante e per un breve periodo ci induce a credere che siamo davvero una cosa sola con il nostro partner. La fusione delle anime e così via. Siamo convinti che non ci sentiremo mai più soli. Però non dura e presto ci rendiamo conto di poterci avvicinare a un'altra persona solo fino ad un certo punto e non oltre: finiamo vittime di un brutale disinganno e ci ritroviamo più soli che mai, perché i sogni e le speranze cui ci eravamo aggrappati per tanti anni si sono infranti miseramente.

Ma la caratteristica incredibile degli esseri umani è la loro capacità di dimenticare. Passa il tempo e, in un modo o nell'altro, la speranza torna a insinuarsi in noi; presto o tardi incontriamo un'altra persona e pensiamo: questa è la volta buona. E ricominciamo tutto da capo. Attraversiamo la vita così, ci accontentiamo di rapporti inadeguati - non sarà il massimo della comprensione, ma funziona bene lo stesso - oppure continuiamo a cercare l'unione ideale, in un perpetuo alternarsi di tentativi e fallimenti, lasciandoci alle spalle una scia di cuori spezzati, tra cui il nostro. Alla fine moriamo non meno soli di quando siamo venuti al mondo: nonostante i nostri sforzi di capire gli altri e di farci capire, abbiamo fallito in ciò che un tempo ritenevamo possibile.

(Nicole Krauss)

Forse non lo sai ma pure questo è amore (R. Vecchioni)

postato da: maria963 alle ore 23:14 | Permalink | commenti
categoria: parliamone, scrittori
lunedì, 03 settembre 2007

cigni

Rieccoci... rieccomi... sono appena rientrata, ho ancora la valigia in auto. Rientrare è sempre dura: lasci il sole, lasci il mare e riprendi i pensieri, la quotidianeità. È incredibile come appena rientri nella tua città le vacanze siano già un ricordo: le hai lasciate solo da poche ore eppure fanno già parte dei ricordi, sono già racchiuse nelle fotografie, nelle cartoline, nell'eco di una musica... e ti ritrovi immediamente immersa nei soliti impegni, nei soliti pensieri, nella solita vita scandita da orari. Sarà perchè i clienti iniziano a telefonarti mentre sei ancora sulla strada del ritorno, sarà perchè ritrovi le solite vie, le solite facce, i soliti fogli e la solita scrivania. È dura. Ti prende un po' di melanconia per i giorni appena lasciati e ti sembra che d'improvviso sia già autunno. Ma in fondo va bene così: le vacanze sono belle proprio perchè hanno un inizio ed una fine, proprio perchè sono una pausa breve nel solito spartito che suoni tutti i giorni.

Quest'anno ho fatto un bel giro: Napoli, Sorrento, Capri, Procida, Pozzuoli e limitrofi, per poi terminare con un weekend a San Marino e Gradara (la cittadina dell'amore di Paolo e Francesca), San Leo. Ieri sera gratuitamente ho visto un concerto di Edoardo Bennato a Cattolica. Tutto ciò inframezzato dalle gite al Lago d'Orta, al Lago Maggiore e a Chiavari.

Ma delle vacanze parlerò ancora più dettagliatamente nei prossimi giorni, nei ritagli di tempo dal lavoro urgente che mi ha atteso sulla soglia. Ma anche questo è "ripresa" e quindi va bene così.

Le vacanze servono per lasciare a casa un po' di stress, per darti tempo di guardarti intorno, di sorridere per cose semplici, di sdraiarti in mezzo al mare a guardare il cielo e pensare un po' a te, alla tua strada, un occhio al passato e ai ricordi e un altro ai progetti e al futuro, assaporando il presente. Le vacanze servono per fare la pace con il mondo e con te stessa.

Le preoccupazioni invece ti seguono ovunque, ti raggiungono anche in vacanza. Ma da un po' di tempo mi sono convinta che con tanta buona volontà, ostinazione e tenacia, tutto si risolve e si supera, a tutto c'è un rimedio, dopo ogni notte viene sempre mattino. Forse l'ho sempre saputo, forse non l'ho mai completamente dimenticato. Ci sono stati giorni e ce ne saranno in cui non hai più alcuna voglia di continuare, in cui non vedi alcun sentiero dopo l'ennesimo baratro. Ma dentro di me so e ho sempre saputo che arrendersi è sciocco, non serve a nulla e in fondo è anche vigliacco, soprattutto verso quelle persone per cui hai delle responsabilità. E hai delle responsabilità, le hai, è inutile rinnegarle.

Le preoccupazioni ti raggiungono ovunque, come le notizie tristi. Mia zia si sta avviando velocemente alla fine della sua vita. L'ho vista un mese fa a Varese ma mi dicono che sia ancora peggiorata parecchio. È triste vedere come una donna energica, piena di risorse, di interessi, che ha trascorso la sua vita a studiare, una forte personalità e un grande orgoglio di se stessa, possa in pochi anni trasformarsi in poco più di una forma vegetale. Come possa la sua mente abbandonarla, come possa perdere persino il pudore del proprio corpo. Come possa la paura della morte angosciarla fino all'ultimo respiro pur senza avere più alcuna voglia di vivere, di guardare anche solo da una finestra se il cielo è sereno o nuvoloso.

Mia zia, però, ha 83 anni e per quanto sia sempre triste vedere una persona a te cara, qualcuno che ha fatto parte della tua vita, lasciarti... comunque vedi in lei l'evoluzione della vita, qualcosa che in fondo è molto naturale. La vita è come una vacanza: è bella perchè ha un inizio ed una fine. Senza questo non avrebbe senso.

Non c'è rassegnazione invece quando muore un  bambino di soli 8 anni, un mio cuginetto, di tumore al cervello. Non c'è spiegazione quando un bambino che ha saputo del suo male e poi ha avuto la speranza di averlo sconfitto, di avercela fatta, capisce ad un tratto che la sua vita è finita nel giro di pochi giorni e come desiderio nella sua vita rimane quello di poter anche lui fare la prima comunione e la cresima, come hanno fatto e faranno i suoi piccoli compagni di scuola a cui rimane più tempo. Non ci può essere pace quando un bambino ti dice che è felice di morire perchè così non avrà più male.

Sono questi momenti che ti fanno pensare al significato del nostro vivere, del nostro passaggio in questa infinità che è la vita. Sono questi momenti che ti ricordano che l'unico significato del nostro "esserci" è quello di volare nel cielo come gabbiani e generare altri gabbiani che a loro volta ne genereranno ancora e ancora... Nulla ha senso se questo ruolo viene a mancare, se questa ruota si ferma, si spezza. Tanti anni fa purtroppo è toccata anche a me l'angoscia e la disperazione, il terrore di perdere un figlio. Poi la sua vita ha vinto sulla morte. Ma so che la morte di un figlio è qualcosa che umanamente non puoi accettare perchè è contro natura. Tu generi un figlio, col pensiero e col sangue, lo cresci. I figli ti danno gioie e dolori, affanni e incazzature, orgoglio e delusioni... puoi accettare tutto questo, puoi accettare che prendano strade che vanno in posti totalmente diversi da quelli che tu avevi progettato per loro. Ma sono l'unico senso del nostro "vivere", del nostro "esserci". Se viene a mancare, se si spezza, se si perde questo ingranaggio, allora la nostra "storia" si perde, non ha più un senso logico, non ha più un "perchè": la nostra mente, il nostro cuore, il nostro corpo non può contemplare la "perdita", la "morte" di un proprio figlio.

Ciao Denis.

p.s. Buon rientro a tutti!

postato da: maria963 alle ore 14:31 | Permalink | commenti (1)
categoria: oltre ogni confine, ricordi