Bruno Vasari, la memoria dei salvati
Nel ’45 pubblicò «Mauthausen, bivacco della morte»
Bruno Quaranta
TORINO
Si è spento venerdì nella casa torinese di via dei Mille, tra i quadri caldi di Carlo Levi, lontano eppure sempre nitido amico, Bruno Vasari, il primo testimone della Shoah. La sua «cronaca» del lager, Mauthausen, bivacco della morte, ora nel catalogo Giuntina, apparve nel 1945, appena terminata la guerra. Solo nel 1947 uscirà, editore Franco Antonicelli, Se questo è un uomo di Primo Levi.
In dicembre, Bruno Vasari, una figura possente, un borghese al massimo grado, la consapevolezza che la forma è inseparabile dalla sostanza, avrebbe compiuto 96 anni. Quasi un secolo ha attraversato, mai in ozio, né in ozio, crocianamente, lo ha colto la morte. «Il riposo non è affar nostro» era la sua divisa (e così intitolò un’autobiografia in forma di intervista, un libro fra gli altri, non poche le raccolte poetiche, «serie filastrocche» di ascendenza alfieriana).
Vasari era nato a Trieste nel 1911, quando la capitale giuliana ancora indossava l’uniforme absburgica. Lì, vedendo passare la Storia (l’incendio del Piccolo, in odore di irredentismo, l’hotel Balkan bruciato dai fascisti, il Re in via Carducci) compì gli studi, riconoscendo quale «maggiore» un docente liceale su tutti: Giani Stuparich, figura di risorgimentale lignaggio, un’inossidabile lezione di coscienza e libertà, di bellezza e giustizia classicamente coincidenti.
Laureatosi in Giurisprudenza, Vasari lavorerà nell’Eiar prima, nella Rai poi (Eiar e Rai lo condurranno a Torino), giungendo a ricoprire la carica di direttore centrale amministrativo e, quindi, di vicedirettore generale. Dalla giansenistica tensione di Arturo Carlo Jemolo alla stagione democristiana di Bernabei. Ma il grand commis che Bruno Vasari è stato non dimenticherà di onorare, insieme con la professione, la memoria, fedele, fedelissima, nei versi di Coleridge cari a Primo Levi: «A un’ora incerta questa agonia ritorna» (e Levi gli dedicherà la lirica che si nutre di tale agonia, pubblicata per la prima volta sulla Stampa nel 1984).
«Da Levi - ricordava - talvolta dissentivo. Per esempio, quando sosteneva che solo i migliori non avevano fatto ritorno. Mi darà ragione». Tra pochi giorni, Vasari avrebbe raggiunto - consuetudinaria villeggiatura - il Poveromo, la località versiliese che subito riconduce a un’ulteriore figura dell’Italia civile, Piero Calamandrei. Ancorché lasciare Torino non lo appassionasse, prossima alla meta l’opera cui supremamente teneva (Tranfaglia e Mantelli i curatori): La storia della deportazione dall’Italia.
Vasari a Mauthausen finì non perché figlio di Sara e di Abramo, non perché ebreo. I nazifascisti lo catturarono a Milano mentre portava a compimento un’azione cospirativa. Gliela aveva affidata il segretario di Ferruccio Parri: il battesimo di resistente. Nel campo di concentramento costituì l’Aned, l’Associazione nazionale ex deportati, che lo avrà a lungo come presidente effettivo e da ultimo quale presidente onorario. Azionista di spicco sotto la mole, aspettando che gli venisse conferita la cittadinanza onoraria, Bruno Vasari. L’eguale militanza, tra politica e cultura, dei confrères Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone: sodalizi tenaci, fieri, a documentarli i fitti carteggi custoditi nell’Istituto storico della Resistenza. Una parabola di stampo gobettiano che si è conclusa, avendo a cuore, salvando, la dignità prima che la genialità, laicamente interpretando la lettura paolina: «Ho combattuto la mia battaglia, ho conservato la fede».
L’estremo saluto a Vasari, domani, al cimitero generale, dopo la benedizione religiosa (perché non possiamo non dirci cristiani) e la sosta di fronte all’Istituto storico della Resistenza. Seguirà la cremazione. Condividendo, idealmente, il destino dei «sommersi». Nel segno di un poeta francese: «Le ceneri non sono mai sterili».
Fonte: La Stampa
Il superstite
Primo Levi
A B.V.
Since then, at an uncertain hour,
Dopo di allora, ad ora incerta,
Quella pena ritorna,
E se non trova chi lo ascolti
Gli brucia in petto il cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni
Lividi nella prima luce,
Grigi di polvere di cemento,
Indistinti per nebbia,
Tinti di morte nei sonni inquieti:
Sotto la mora greve dei sogni
Masticando una rapa che non c'è.
"Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è colpa mia se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni".

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