venerdì, 24 novembre 2006
#5

Ci sono pezzi a cui, già mentre li scrivi, sai che rimarrai legato in eterno. E non ti sbagli mai. Non è detto che trattasi di capolavori. Talora, magari, non ti piacciono neppure. O, almeno, non più di tante altre cose che hai scritto prima o che scriverai in seguito. Perché, allora, ti leghi proprio a quei pezzi e non già ad altri? Cosa interviene? Capita a tutti o è una mia prerogativa?

A me è successo diverse volte, da quando ho cominciato a scrivere: non mi riesce di dimenticare È il momento per dirsi “ti amo”, Milady, Gentile inafferrabile, Offesa sottile, Ti chiamerò, Il vento e le foglie, Destini incrociati, #3, Comunque a capo, Posso?, Giorno dopo giorno e pochissime altre. Talora ti capita di legarti a pezzi per i quali ricevi meno riscontro di quanto ti saresti immaginato, di quanto avresti considerato giusto: è il caso di #5, come fu il caso di 18 righe di solitudine, Batter d’ali, Momenti, Illogica gelosia, Come, Flusso di coscienza, Fiaschi di whisky e altre. Talora (per fortuna, tutto sommato) accade anche l’opposto.

#5 non è un testo dell’ultimissima ora: è datato febbraio 2006. È, anche in questo caso, un testo semplicissimo e non saprei ben spiegarmi perché non l’abbia già postato da tempo. Lo farò precedere dalla “re-interpretazione” d’un preambolo in prosa che ha già abitato le stanze di questo blog.


«Donna... sì, è vero, ogni cosa qui, intorno a me, ha a che fare un po’ con te ormai. E, poi, gli oggetti ci parlano sempre troppo spesso di quanto sia doloroso saperci contemporaneamente così vicini e così lontani. E la tentazione di buttare il tempo a lamentar ferite che, a ben vedere, han ferito anche te, è sempre inesorabile. Ma aprirò la tua finestra... so che presto o tardi sarà proprio quella finestra la frontiera che supererò per raggiungerti. Quando arriverò, ti chiamerò a bassa voce: stai attenta, resta in ascolto, prendi le mani tue nelle mie e aiutami ad entrare. E, poi, portami con te dove, sono certo, non sono stato mai.»

#5

Còricati accanto a me nel buio di ‘sta stanza,
fatti toccare ch’è ‘l tocco che fa la differenza
e non importa se non ci staranno a guardare,
e che importa se non lo chiameremo amore?

Voglio rifarlo sul tavolo con whisky e Nutella,
e ogni notte... e che, ogni notte, sia la più bella
ed in macchina, come non abbiamo fatto mai,
ed in camera tua che, se ci sentono, sono guai.

Voglio riaddormentarmi ai piedi del tuo letto,
sorprendermi per un bacio che non m’aspetto,
accarezzarti che non so se mi farai continuare
e voglio essere amato e voglio poterti amare.

Voglio rifarlo sul tavolo con Nutella e whisky
(senza suppellettili nonostante tutti quei rischi)
e costruire, d’ogni nostro nido, un altro mare,
e voglio farlo seppure, poi, non mi fai fumare.

Due sere d’estate faremo l’amore sulla battigia:
una volta con timidezza, l’altra con ingordigia,
e ci sporcheremo anime e mani d’acqua e sale
eppoi cambieremo spiaggia, e rifarlo farà male.

Voglio rifarlo sul tavolo con Nutella e whisky
e, intanto, ascoltare daccapo tutti i miei dischi
oppure in piedi, come non abbiamo fatto mai,
che tanto la posizione non conta: so che lo sai.

Voglio rifarlo adesso, spesso, e soltanto con te
e, di tanto in tanto, voglio chiederti “perché?”
senza smettere neppure se mai saremo stanchi
ché, adesso che c’interrompono, tu mi manchi.


22 febbraio 2006

postato da: Devil1982 alle ore 13:32 | Permalink | commenti (6)
categoria: opere d inchiostro
venerdì, 24 novembre 2006
Chissà che cosa avrà provato Gino Paoli, ieri sera, al teatro Carlo Felice per una serata in suo onore, a sentirsi ricordare di essere una sorta di sopravvissuto di una generazione straordinaria. La scuola genovese. I primi a rompere quella diarchia netta tra il melodico "cuore-amore-pizza-vesuvio" come uno degli ospiti l'ha efficacemente descritto, e gli "urlatori". I primi a creare sfumature, a non essere proprio proprio incasellabili in maniera chiara. I primi ad essere amati tanto da chi, come diceva Arbore, ascoltava il jazz ed era un po' con la puzza sotto il naso (compreso lui che era "del sud"), quanto da chi ascoltava le "canzonette". I primi a identificarsi perfettamente con una generazione che oggi ancora piange ridendo o ride tra le lacrime quando li ascolta. Forse due generazioni, perché ieri c'era mia madre con me, e c'ero anch'io, e Gino Paoli è uno dei pochi cantanti che riesce davvero ad unirci.
Chissà cosa ha provato quando ha sentito fare tutto quel lungo elenco di morti, tutti straordinari "genovesi", di nascita o d'adozione, tutti legati da strane circostanze, chi è venuto a Genova a fare il militare, chi è andato a Milano e ha conosciuto Gaber, riportando indietro quel suo inusuale modo asprodolce da utopista perennemente disilluso e perennemente reilluso. De André, Lauzi, Bindi, Tenco, persino di Piero Ciampi è stato fatto il nome, perché comunque legato agli altri tramite Gianfranco Reverberi (che ieri sera era presente).
Si è parlato di ricordi ma anche del presente di Paoli, soprattutto nell'impegno, che effettivamente è poco noto. Sembrava anche ieri che sentirne parlare lo mettesse in imbarazzo. Sembrava quasi che preferisse restare l'ombroso, difficile, polemico, rompiballe Gino Paoli che sempre ha descritto quando parlava di sé.
L'Università di Genova gli ha conferito la medaglia d'oro per questo.
E in più era il suo compleanno (72 anni, non poi tanti, se ci si pensa).
Tutto il teatro si è alzato in piedi, e ha cantato le sue canzoni, e ha gridato e tenuto il ritmo come raramente si vede, a Genova, tra gli schivi, ombrosi, difficili, polemici, rompiballe genovesi. Gli stessi che prima si spintonavano e si insultavano fuori dal teatro per entrare per primi, e poi si sono trovati magicamente uniti, a sorridersi l'un l'altro, di fronte a quest'uomo che come tutti i genovesi, ama la sua città e per questo "non gliele manda a dire".
Chissà, forse oltre a stupirsi per il calore ("l'affetto mi stupisce sempre") ha solo pensato che era bello che per una volta si festeggiasse "Un Uomo Vivo".

Cento di questi giorni, Gino Very Happy
postato da: Alexgenova alle ore 09:46 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 22 novembre 2006

La 700a strada è la strada di Pain è quello che, con un termine sinanco troppo colto, mi piace definire un divertissman. Cioè un componimento 'laterale' scritto in fretta, senza troppo coinvolgimento e con una forte componente giocosa, tutto sommato. C'è una narrativa e, quindi, uno spazio e una cronologia. Tutte peculiarità piuttosto rare nel mio solito scrivere. E ci sono pure una voce narrante e dei personaggi e, codesti personaggi (pochissimi, in verità), hanno dei nomi... volutamente banalissimi. La (nemmeno sottile o sofisticata) metafora che spiega il ruolo dei personaggi all'interno del pezzo è, anche qui, d'una semplicità disarmante.

Beh, direi che mi sono giustificato abbastanza per l'inserimento di queste mie righe...



LA 700a  STRADA È LA STRADA DI PAIN

La 700a strada è la strada di Pain, gran giramondo
un bastardo che uccide 1000 persone al secondo
Friend è molto grosso, Patient ci prova di nuovo
ma Pain li fa fuori entrambi: Pain non è un uomo
E le genti, le genti tutte, si riuniscono ogni notte
«gli uomini muiono, le nostre donne son distrutte»

E dicono
«non usciamo di casa, se lo vediamo arrivare
non sputiamo nel vento ché potrebbe girare
e non corriamo più a chiedere aiuto alla polizia
ciò ch’è letame, resta tale: non diviene poesia»


Un giorno arrivò un ragazzo dal Sud più profondo
«hey, voi! sto cercando quel tale, quel giramondo
ho una pistola, e sparo 1000 colpi al secondo
Mi chiamo Love, ma mi chiamano “il Bello”
e, se non basta la pistola, c’ho pure il coltello
Ammazzerò di certo quel porco della 700a strada
e, se non basta il coltello, c’ho pure la spada
M’ha fregato i miei soldi e, con loro, il resto
dove si nasconde? ditemi dov’è, e fate presto»


Ma tutti risposero in coro e alla stessa maniera
«Love, ognuno che incontra non vede la sera
Non usciamo di casa, se lo vediamo arrivare
non sputiamo nel vento ché potrebbe girare
e non corriamo più a chiedere aiuto alla polizia
ciò ch’è letame, resta tale: non diviene poesia»


Esplose il silenzio: Pain! ...sbucò nella piazza
mentre giungeva, sparò e uccise una ragazza
Sparò anche Love, che però non fece centro
allora prese il coltello e gli si avventò contro
Pain cadde e, per la prima volta, vide le nuvole
Love, nella piazza, dettava già le nuove regole

Ora uomini e donne non cantano storia migliore
adesso che, in quel paese, ha trionfato l’Amore
e continuano a ripetere
«non usciamo di casa, se lo vediamo arrivare
non sputiamo nel vento ché potrebbe girare
e non corriamo più a chiedere aiuto alla polizia
ciò ch’è letame, resta tale: non diviene poesia»


(novembre 2006)

postato da: Devil1982 alle ore 19:00 | Permalink | commenti (2)
categoria: opere d inchiostro
martedì, 21 novembre 2006

Si insinua nel tuo corpo e nella tua anima, ti rode dal di dentro, ti accarezza e ti violenta, cresce, ti consuma, si ciba di te, s'impossessa del tuo "io" e ne diventa parte inscindibile. Lo avverti ma non lo localizzi, non lo fermi, come un albero allunga le sue radici in ogni direzione, ciò che tu vedi non sono che i rami, è nel cuore della terra che risiede la sua vita. Lo "senti", come il sangue che ti scorre nelle vene; lo "ascolti" come il battere del tuo cuore. Tu e "lui" vi contrastate, combattete, l'uno cerca di sovrastare l'altro; è una lotta fino all'ultimo respiro, fin quando vi unite, diventate una cosa sola, l'uno vive dell'altro fino a quando la sua morte sarà la tua morte.

Nell'aria come una scadenza
incombe incredibilmente una dolce uguaglianza.
C'è un'aria sottile e pulita
e non ci sono assolutamente tracce di veleno.

[parlato] Ma quello che succede in fondo ai tuoi polmoni e al tuo intestino è quello che conta. È qualche cosa che ti hanno messo dentro e ti mangia pian piano... come un cancro.
Hanno inventato un nemico molto più geniale, che non si vede, un nemico segreto e consapevole che ti viene incontro.
Hanno inventato il cancro.

E ti lasciano libero
con questa cosa dentro
con quel milione di molecole
che non ti ubbidiscono più
che lavorano per conto loro
che proliferano silenziose
e non le vedremo mai
quelle molecole pazze, cancerose.

non sapremo nemmeno che sono esistite
quelle cellule ingorde, insaziabili, enormi
voraci affamate di noi ci mangeranno come vermi.

E si vive
si ha voglia di vivere
esitando
sotto un tiepido cielo
coi valori di un uomo
che non è più un uomo
ma il suo sfacelo.

Non si può ancora morire
con una smorfia sul viso
con un'inutile rabbia
con questo terrore
e senza uno scopo preciso.
Non si può ancora morire
mentre ti agiti inerte
aggrappati all'ultima azione
che ancora puoi fare
non devi fallire la morte.

[parlato] È difficile vivere con gli assassini dentro.
Forse è più facile vivere con gli assassini fuori, visibili, riconoscibili, che ti sparano addosso dalle strade, dalle cattedrali, dalle finestre delle caserme, dai palazzi reali, dai balconi col tricolore.
Assassini che in qualche modo puoi combattere, sai cosa fanno, li vedi e prima o poi si possono ammazzare.
Assassini vecchi, superati, cialtroni che non sono mai riusciti a cambiare nessuno, a cambiarlo dal di dentro. Prevedibili e schematici anche nella cattiveria, come le bestie bionde, come le bestie nere che ti possono togliere la libertà, mai le tue idee, come quegli ingenui e patetici esemplari che esistono ancora oggi, ma non contano, sono un diversivo, un fatto di folklore, una mazurka.
Ma l'assassino dentro è come un'iniezione, non la puoi fermare e non risparmia nessuno, nessuno sfugge alla scadenza.

È difficile vivere
con gli assassini dentro.
Appena ce li hai iniettati
ti si rivoltano contro.
Martiri, martiri senza croce
Invalidi, invalidi di pace
martiri fuori e dentro le case
martiri ribelli, o a centoottantamila lire al mese.

disperati, ammalati, incazzati lo stesso
incazzati fino all'ultimo globulo rosso
controllato e spiato a dovere dall'assalto del tumore.

Martiri liberi
con questa cosa dentro
con quel milione di molecole
che non ti ubbidiscono più
che lavorano per conto loro
che proliferano silenziose
e non le vedremo mai
quelle molecole pazze, cancerose.

Non sapremo nemmeno se sono esistite
quelle cellule ingorde, insaziabili, enormi
voraci e affamate di noi ci mangeranno come vermi.

E gli amori
continuano a nascere
dolcemente
come consolazione
fra una donna e un uomo
che non è più un uomo
ma un'infezione.

Non si può ancora morire
con una smorfia sul viso
con dentro un'inutile rabbia, con questo terrore
e senza uno scopo preciso.
Non si può ancora morire
mentre ti agiti inerte
aggrappati all'ultima azione che ancora puoi fare
non devi fallire la morte.

Si può ancora vivere nel silenzio di chi non ha saputo parlare, nel rumore di chi non ha saputo tacere. Si può ancora vivere nell'arroganza e meschinità di chi non ha saputo salutarti mentre ti allontanavi, non ha saputo trattenerti finché amavi. Si può ancora vivere nell'egoismo di chi non vuol vedere e continua a fissare uno specchio. Si può ancora vivere per le strade, nei supermercati, nelle vostre case dove ogni saluto nasconde una menzogna, dove ogni abbraccio è una "stretta" che ti toglie ogni respiro. Si può ancora vivere in questo grigiore che confonde ogni colore, con queste voci che sovrastano ogni suono.

E gli amori
continuano a morire
spietatamente
come una lotta
fra un uomo e una donna
che non è più una donna
ma la sua rassegnazione

Non si può ancora morire
con un ghigno sul viso
con dentro un'inutile rabbia, col vostro terrore
e senza uno scopo preciso...

Si può ancora vivere... aggrappati all'ultima azione che ancora puoi fare, non devi fallire la morte.

postato da: maria963 alle ore 11:34 | Permalink | commenti (1)
categoria: l altra radio
domenica, 19 novembre 2006
Copertina

Scandendo il tempo in versi  di Matteo Sabbatani

Niente al mondo mi avrebbe impedito di essere alla presentazione del libro di poesie  di Matteo !

Ma a Lui ho tirato un tiro mancino... sono arrivata venerdi 17 novembre a Imola alla chetichella, volevo che fosse per Matteo una sorpresa, anche se a dire il vero non so quanto il suo cuore ne sia rimasto sorpreso...infatti il giorno prima via sms mi mandava a dire:

" ...dammi pure dell'inguaribile sognatore, ma alberga ancora in un angolino remoto del mio cuore, la speranza che, non so come, ma tu riesca a venire..."

infatti il suo cuore non l'ha tradito...io c'ero ! 

E c'era una infinità di gente, la sala delle stagioni era stracolma , un fiume di persone che straripava anche nel corridoio.

Matteo era lì con il sorriso che sempre lo distingue e presentava al mondo quella sua Donna che non lo tradisce mai, quella Donna che lo prende per mano e lo trascina nel sogno, quella Donna che gli parla quando intorno regna il silenzio, quella Donna che non si scandalizza del suo vero io,
quella sua Donna bella come nessuna al mondo ...la sua Poesia !

Tutto è andato come sognato...le domande fatte  e le risposte  di Matteo colme di entusiasmo nello spiegare il suo strano affare del suo scrivere e di come la Poesia lo prenda per mano e lo trascina a buttar giù emozioni, sensazioni e sentimenti talmente fugaci che svaniscono in un attimo.

Nell'arco dell'intervista a Matteo  è stato chiesto quale è il rapporto che lo lega fortemente alla

Poesia di Roberto Vecchioni, la  risposta può essere riassunta  nella stessa Poesia di Matteo:

Come pietre,
si lanciano parole:
chi  le ascolta
può pure aver stupore
del tumulto
dell'anima e del cuore.
Come pietre,
si scagliano parole:
le si getta contro il vento
che si prende oppur ti porta
l'emozione d'un momento.
Come pietre,
le parole poi rimangono
e, se anche il tempo tenta
di richiuderle in un angolo,
loro sanno d'esser vita
che, perenne, si perpetua.  

La serata mi ha regalato un emozione fortissima e la mia emozione si è fatta voce quando Matteo mi ha chiamata a recitare una sua poesia...Il mestiere di vivere...recitata ? E' una bugia ...io l'ho vissuta !

Grazie Matteo ! Ehi Matteo il mestiere di vivere dove l'hai imparato ?

Ti voglio bene !

Dan  

P1010058

  

postato da: Daniela52 alle ore 17:28 | Permalink | commenti
categoria: opere d inchiostro
venerdì, 17 novembre 2006

Rimuovo
le antiche muraglie
per trovare
le praterie del sogno
e incontrate te;
pane incontaminato
che prendo con le labbra.
Sentire la tua lingua di bosco
e l'ansia salina del tuo respiro;
il cuore che si ferma
è il battito delle ali di un'anima
che forse se ne va
per morire d'amore.

È inutile che io grida
che a volte io stringo una mano
che non conosco
ed è il fantasma bruno
dell'antica memoria.
Io non dormo mai sola.
Scende dalle propaggini del Signore
l'uomo che ho amato un giorno
e che mi vuole sposare.
Non è Nè un principe né un depredato,
è soltanto l'idea celeste
di un'entità sconosciuta
che ho chiamato
Dio.

Più volte ho scritto che il mio Dio altro non era che l'Uomo, e l'Uomo a cui io tendevo altro non era che Dio.

Ecco, in questa poesia ho ritrovato il pensiero, le parole che avevo nel cuore e nella mente e non sapevano venir fuori.

postato da: maria963 alle ore 19:27 | Permalink | commenti (4)
categoria: i poeti
venerdì, 17 novembre 2006

Io sono il tuo testimone
sono cieco come Omero
ma ho mille occhi come Argo
anche se mi siedo su di un piedistallo
e sono nudo di silenziosa virtù
ti ascolto e so che tu fremi
perché sai che io ho veduto
e tu hai avuto la tentazione
di togliermi l'unico occhio che avevo
e lo ha quasi fatto
poi hai sentito il bisogno di colpirmi alle gambe
e non ho più ballato
mi hai messo le scarpe ai piedi
quando fuggivo nuda tra i prati
hai anche piantonato la mia povera mente
ma rimango comunque il tuo testimone
hai afflitto i miei amori con mille soste
mi hai tagliato le foglie
e persino il ventre fonte di ogni desiderio e piacere
mi hai fatto deridere da uno storpio
cantare da una musa stonata
affliggere da misere presenze di mercato
ma io rimango il tuo testimone
sono un testimone alto alato
che vola oltre la tua possibilità di mescita
e di fatto tu mesci vino amaro
ma sono sempre il tuo testimone
tu sei il male in persona
ma chissà perché
sei anche il mio privato endecasillabo
io sono il tuo testimone
e tu sei il mio cuore.

(Alda Merini)

postato da: maria963 alle ore 16:02 | Permalink | commenti
categoria: i poeti
venerdì, 17 novembre 2006
# 6

Oggi, come ieri e ieri l’altro... non so dove sei, non so cosa fai,
ma quante sono, poi, in fondo, tutte le cose che non sai?
e sarebbe pure, senz’altro, inutile farmi e farci tante domande:
anche stasera, probabilmente, torneremo a dormire "insieme"
come, del resto, ogni sera, quando mi ripeti tutto il tuo bene
soffrendo distanti, di stenti, con un piccolo elettrodomestico
...che, per noi, è già grande.

E, stasera, mi ritroverò come un uomo, ma in mutande,
a contare, questa storia, quanto costa, quanto si spende
mentre t’aspetto, poi dormi, che tanto non parliamo mai
e gioco a cercare le otto differenze tra le nostre idiosincrasie
che, poi, ti racconto in tutte le mie canzoni, le mie poesie,
ma cedo di nuovo che ti ri-prometto, e mi riprometto...
...e mi riaffiora “vedrai vedrai”.

E tento passi in avanti, nella tua direzione, cercando una scossa
e tento passi in avanti, ma retrocedi, e la distanza resta la stessa

A proposito di quel tema molto serale, ch’è certo nelle mie manie,
(ah, nemmeno immagini quanto ti risparmierei certe litanie!)
ti volevo sempre chiedere perché mi scegli solo per terminare
(che sia la tua giornata o, magari, qualcosa di più importante):
quando scegli di vivere, trovi sempre qualcuno più interessante
ed io torno ad aspettarti, in silenzio o a voce alta, e contare
...contare, contare, contare.

E tento passi in avanti, nella mia discrezione, cercando una scossa
e tento passi in avanti, ma retrocedi, e la distanza resta la stessa

No, certo, non sono laureato né tantomeno puro o un politicante:
se scrivo una canzone, non è una canzone e non mi danno niente
e, ancor peggio, quando faccio all’amore, mi viene sempre duro
e mi vergogno, ma talora mi chiedo ancora qualche “perché?”:
perché, almeno stasera, quando esci, non esci con me? ...con me.
Ma come mi riesce, dimmi come, d’essere così certamente certo
...e, al tempo stesso, così insicuro?

E tento passi d’avvicinamento, verso te, mia preziosa Dottoressa
e tento passi in avanti, ma retrocedi, e la distanza resta la stessa

Ma come mi riesce, dimmi come, d’essere così certamente certo
...e, al tempo stesso, così coglione?


(novembre 2006)

postato da: Devil1982 alle ore 12:19 | Permalink | commenti (9)
categoria: opere d inchiostro