Ci sono pezzi a cui, già mentre li scrivi, sai che rimarrai legato in eterno. E non ti sbagli mai. Non è detto che trattasi di capolavori. Talora, magari, non ti piacciono neppure. O, almeno, non più di tante altre cose che hai scritto prima o che scriverai in seguito. Perché, allora, ti leghi proprio a quei pezzi e non già ad altri? Cosa interviene? Capita a tutti o è una mia prerogativa?
A me è successo diverse volte, da quando ho cominciato a scrivere: non mi riesce di dimenticare È il momento per dirsi “ti amo”, Milady, Gentile inafferrabile, Offesa sottile, Ti chiamerò, Il vento e le foglie, Destini incrociati, #3, Comunque a capo, Posso?, Giorno dopo giorno e pochissime altre. Talora ti capita di legarti a pezzi per i quali ricevi meno riscontro di quanto ti saresti immaginato, di quanto avresti considerato giusto: è il caso di #5, come fu il caso di 18 righe di solitudine, Batter d’ali, Momenti, Illogica gelosia, Come, Flusso di coscienza, Fiaschi di whisky e altre. Talora (per fortuna, tutto sommato) accade anche l’opposto.
#5 non è un testo dell’ultimissima ora: è datato febbraio 2006. È, anche in questo caso, un testo semplicissimo e non saprei ben spiegarmi perché non l’abbia già postato da tempo. Lo farò precedere dalla “re-interpretazione” d’un preambolo in prosa che ha già abitato le stanze di questo blog.
«Donna... sì, è vero, ogni cosa qui, intorno a me, ha a che fare un po’ con te ormai. E, poi, gli oggetti ci parlano sempre troppo spesso di quanto sia doloroso saperci contemporaneamente così vicini e così lontani. E la tentazione di buttare il tempo a lamentar ferite che, a ben vedere, han ferito anche te, è sempre inesorabile. Ma aprirò la tua finestra... so che presto o tardi sarà proprio quella finestra la frontiera che supererò per raggiungerti. Quando arriverò, ti chiamerò a bassa voce: stai attenta, resta in ascolto, prendi le mani tue nelle mie e aiutami ad entrare. E, poi, portami con te dove, sono certo, non sono stato mai.»
#5
Còricati accanto a me nel buio di ‘sta stanza,
fatti toccare ch’è ‘l tocco che fa la differenza
e non importa se non ci staranno a guardare,
e che importa se non lo chiameremo amore?
Voglio rifarlo sul tavolo con whisky e Nutella,
e ogni notte... e che, ogni notte, sia la più bella
ed in macchina, come non abbiamo fatto mai,
ed in camera tua che, se ci sentono, sono guai.
Voglio riaddormentarmi ai piedi del tuo letto,
sorprendermi per un bacio che non m’aspetto,
accarezzarti che non so se mi farai continuare
e voglio essere amato e voglio poterti amare.
Voglio rifarlo sul tavolo con Nutella e whisky
(senza suppellettili nonostante tutti quei rischi)
e costruire, d’ogni nostro nido, un altro mare,
e voglio farlo seppure, poi, non mi fai fumare.
Due sere d’estate faremo l’amore sulla battigia:
una volta con timidezza, l’altra con ingordigia,
e ci sporcheremo anime e mani d’acqua e sale
eppoi cambieremo spiaggia, e rifarlo farà male.
Voglio rifarlo sul tavolo con Nutella e whisky
e, intanto, ascoltare daccapo tutti i miei dischi
oppure in piedi, come non abbiamo fatto mai,
che tanto la posizione non conta: so che lo sai.
Voglio rifarlo adesso, spesso, e soltanto con te
e, di tanto in tanto, voglio chiederti “perché?”
senza smettere neppure se mai saremo stanchi
ché, adesso che c’interrompono, tu mi manchi.
22 febbraio 2006











