martedì, 30 maggio 2006
  colosseo

Che cosa è la vecchiaia? Quante volte me lo sono chiesta… 

Perché mi faccio questa domanda mi chiederete…

è perché sto attraversando un ponte su un fiume, sto lasciando una

riva rigogliosa … frutti che ho mangiato, fiori che ho

accarezzato, montagne che ho scalato, alberi che ho piantato,

nidi che ho curato.

Sono sul ponte ed ho paura …so quello che ho lasciato ma non so quello

che troverò…l’altra riva è una selva oscura, alberi malati  piegati

su se stessi, è una macchia scura e non ci sono i colori dei fiori.

Guardo il fiume che mi rimanda un’ immagine di Daniela che non conosco.

Quel tempo che non conosco ha scavato rughe sul mio volto e ha

stravolto il mio corpo.

Mi specchio nel mio tempo interno è vedo una Daniela viva, giovane e bella…

avvolta in un amplesso di desideri ed innamoramenti…ma il fiume scorre

e mormora crudelmente…”Sei vecchia… non hai alternative… devi attraversare

il ponte e vivere nella riva che ti spetta“.

Su quella riva non batte il sole… ma la mia anima e il mio corpo hanno

ancora voglia di calore …ancora voglia di amore con i suoi dolci affanni…

dentro mi sorridono ancora desideri spontanei, naturali… l’amore che ho dentro

non tramonta con il sole e voglio essere bella anche a sessant’anni …a settanta…

a ottanta e farmi corteggiare come se fossi ancora una donna giovane e bella…

 

“La mattina si svegliò e si guardò allo specchio: era vecchia, brutta, piena di  cicatrici. Tutto era tornato a essere meraviglioso, ma la bellezza non c’era più.

Perché quel pensiero era così insostenibile? Non era Leopold in fondo che lei amava, desiderava?

E invece no. All’anima i bei sentimenti, le parole, le tenerezze, la comprensione, le speranze. Altro che capirsi, invecchiare insieme. Era la  bellezza, la sua bellezza quella che voleva indietro,  la sua bellezza e nient’altro, neppure Leopold, forse.

Così prese un coltello e si avvio  verso la stanza di Biancaneve".

(Da “ La più bella del reame” di Roberto Vecchioni)

postato da: Daniela52 alle ore 10:53 | Permalink | commenti (5)
categoria: opere d inchiostro, oltre ogni confine
sabato, 27 maggio 2006

 

In una piega di pensiero, quasi in un angolo mansardato dei miei ricordi, ho scorto una lontana domenica mattina.
Una domenica mattina vecchia di almeno trent'anni,da quando questo piccolo ricordo si è surgelato nella mia memoria.
Oggi, vivendo&lavorando qua e la, l'ho ritrovato, riconoscendolo dall'odore.
Niente di particolare, per carità, se non fosse stato per quel profumo di domeniche adolescenziali dove tutto è in bilico, niente è sicuro, e si ha la netta sensazione che il bello debba ancora venire, almeno così ci avevano  fatto credere.
Roba di un attimo, giusto il tempo di agganciare questo pensiero, poi di colpo è sparito ed ho ripreso a lavorare.
Questa giornata di fine Maggio è riuscita a distrarmi fino a sera con una serie di rogne di lavoro e qualche bella immagine che questo fantastico mese sa offrire.

Devo essere sincero, ultimamente non c'è avvenire nelle mie idee, ma solo "avvenuto".
Ora, per esempio, una tromba piena zeppa di jazz mi suona nel cervello ed attraverso le sue note rauche ed argentate riesco a vedere meglio. Io lo chiamo "Chet Baker power", il potere di un grande jazzista.
1974. Austerità e tentativi di colpi di stato. Diciott'anni di gioventù da spendere come meglio potevo credere.
Una domenica mattina ai limiti della legalità, della decenza, e della sopravvivenza, spazzata da un vento glaciale.
Da qualche giorno ero diventato "libero" cittadino di Genova in quanto mollato da una ragazza delirante e pertanto... sfaccendato.
Avevo appuntamento in centro con Maurizio, un mio compagno di liceo che stimavo moltissimo perchè sapeva fare i temi di italiano come io suonavo la chitarra, ed avendo bisogno di alcuni testi per delle mie canzoni, avevo in mente di farmi aiutare da lui.
In poche parole, avevo bisogno di un mio Mogol per dare luce alle note.
Ci trovammo in Galleria Mazzini, l'unico posto non devastato dal vento.
Iniziai a strimpellare le mie canzoni con testi provvisori e molto scemi (tipo Povia, che ancora forse non era nato ma era come se fosse li con noi) vergognandomi non poco.
Lui ascoltava con attenzione ed ogni tanto si lasciava scappare un sorriso per via dell'idiozia di quei testi provvisori, non immaginando che usati oggi ci avrebbero sicuramente arricchiti.
Altri tempi, altre storie.
Finito di suonare le mie due canzoni ci ritrovammo nel bar di Galleria Mazzini, davanti a due caffè ed altrettante fette di focaccia.
Tolse il tappo dalla stilografica, ed uscì un piccolo universo.
Abbelliva le pagine con parole che a me parevan addirittura vere, ma che sicuramente avevo letto in un'altra vita.
Riusciva a descrivere il colore dei pomeriggi con una facilità straordinaria, proprio quei colori che io stesso avevo sempre vissuto e che mai ero riuscito a scrivere.
In poco meno di un'ora, le mie due canzoni avevano finalmente un senso.
Avevano cioè la magia delle sue parole, superiori di gran lunga al ritmo delle mie note.
Maurizio si è perso nel tempo della mia vita, inghiottito da vortici di fatti miei che lo avevano spazzato via fino a questa sera.
L'ho ripescato in extremis, ho salvato l'ennesimo ricordo della mia lunga collezione di istanti.
Poso per un attimo questo ricordo sopra la ringhiera della passeggiata al mare di Pegli e smetto di pensare lontano.
Davanti al mare per meglio pensare al mare.
Con le mani piantate in tasca a sfiorare qualche centesimo di euro, fino a contarli mentre penso vicino.
Con la faccia rivolta verso l'evidenza, di fronte a quello che non si può nascondere: il mare ed i miei pensieri sbagliati, che non stanno assieme nemmeno con l'Attak.
Non ne faccio un dramma, perchè mentre dico questo...vivo, sorrido e conto i centesimi.. ma che fatica.

 

postato da: FernandoPessoa alle ore 22:11 | Permalink | commenti (7)
categoria: ricordi
mercoledì, 24 maggio 2006

Vince Roberto Vecchioni

La giuria popolare composta da studenti di scuole secondarie inferiori e superiori, ha decretato Roberto Vecchioni supervincitore del Premio Elsa Morante Ragazzi.

Il 44% delle preferenze dei ragazzi, infatti, è andato al libro “Diario di un gatto con gli stivali” (edito Einaudi).

Durante la cerimonia di premiazione, che si è svolta a Villa Campolieto di Ercolano (Na), lunedì 22 maggio, una buona parte dei giovani giurati è intervenuta leggendo i propri giudizi sui tre libri finalisti - oltre al testo di Vecchioni, “La profezia di Arcadueò” (Albatros Edizioni ) di Carola Flauto, “Quante smorfie!” (L’isola dei ragazzi) di Antonella Ossorio - facendo emergere una sostanziale concordanza sul voler premiare un libro che capovolge i canoni tradizionali delle fiabe. Dalla maggior parte dei ragazzi è stato apprezzato il proporre favole conosciute, in modo nuovo, insolito e soprattutto divertente. In “Diario di un gatto con gli stivali” le classiche favole per bambini, quali Cappuccetto Rosso, o Cenerentola o Pollicino vengono raccontate in modo del tutto inatteso e del tutto personale dell’autore. Così i personaggi sono gli abituali, principi, principesse e lupi, ma i ruoli cambiano.

Roberto Vecchioni, presente alla manifestazione, brioso, allegro e poetico ha condiviso con Dacia Maraini e con gli altri giurati presenti (Tjuna Notarbartolo, direttore della manifestazione, Emanuele Trevi e Santa Di Salvo) quella che è stata una vera e propria festa del libro per ragazzi, dicendo che il Premio Elsa Morante Ragazzi è stato il più importante e bello fra i tanti che ha ricevuto per la spontaneità e l’energia dei giurati di questa manifestazione. Tutto ha una possibilità diversa, come le favole. Bisogna avere il coraggio di vivere un’identità più alta, lontana dagli stereotipi che ci propongono ripetutamente e facilmente. Bisogna avere il coraggio di ragionare con la propria testa senza farsi trascinare dalle mode. Questo il messaggio che Vecchioni ha lanciato dal palco ad una gremita platea di giovanissimi.

Conosciuto ai più come musicista, oltre ad aver inciso molti dischi , è insegnante di lettere nei licei classici e ha pubblicato i libri : “Viaggi del tempo immobile” (Einaudi); “Le parole non le portano le cicogne” (2000), “Parole e canzoni” (2002), “Il libraio di Selinunte” (2004) .

Nel corso della cerimonia, i giovani lettori hanno potuto incontrare gli scrittori finalisti della sezione Letteratura per Ragazzi selezionati dalla giuria tecnica presieduta da Dacia Maraini e composta da Vincenzo Cerami , Francesco Cevasco , Maurizio Costanzo, Antonio Debenedetti, Paolo Mauri, Nico Orengo, Emanuele Trevi e Tjuna Notarbartolo (Direttore della manifestazione), che come da tradizione ha parlato dei libri e posto piccole interviste agli autori.

Un Premio Speciale è stato consegnato dai ragazzi del carcere minorile di Nisida, una cui piccola rappresentanza ha assistito alla manifestazione, ad Ornella Della Libera che si è aggiudicata il Premio con il libro “Tredici casi per un’agente speciale” (edito dalla Fabbri Editore) .

Ad arricchire l’evento culturale sono state le letture dei brani dei libri protagonisti da parte della regista napoletana e attrice Sara Sole e brani musicali del gruppo dei “Titanium Exposè” e dell’enfant prodige Daniele Blaquier.

postato da: maria963 alle ore 19:16 | Permalink | commenti (2)
categoria: curiosità, scrittori
venerdì, 19 maggio 2006

Vibrazioni Decriptate Dal Pulsare Dei nostri Cervelli

 

 

Mi ascolterai ed io ti parlerò usando i suoni del silenzio,

Perché sarà arrivato il tempo in cui ci comprenderemo

Mediante semplici vibrazioni che, attraversando l’aria,

Verranno poi decriptate dal pulsare dei nostri cervelli.

 

Mi ascolterai e non avrò bisogno di misurare le parole,

Poiché i nostri sentimenti non saranno più equivocati,

Sgorgheranno dai nostri chakra, fluidi e incontaminati

E saranno assorbiti, o verranno respinti senza rancore.

 

Dopo il tempo dedicato ai sogni e quello alla vita reale,

Arriverà quello che noi non avremo più alcuna necessità

Di dover misurare rinchiudendolo in calendari e orologi,

O confrontandolo con vite che iniziano e che finiscono,

 

Quello che si dilaterà all’infinito, senza passato e futuro

E che scandisce i suoi istanti con eclissi sempre diverse

Che ognuno potrà interpretare, senza fare alcuna fatica

E in qualsiasi momento, dalla posizione di astri e pianeti.

 

Mi ascolterai ed io ascolterò te, senza parole aggiunte,

Senza le inderogabili scadenze, senza treni in partenza,

Ma, fino ad allora, quando ci amiamo, ho ancora bisogno

Di udire il suono della tua voce che sussurra il mio nome.

 

 

GENNAIO 2001

qb456

postato da: Aleqb alle ore 11:15 | Permalink | commenti (3)
categoria: poesia, parliamone
giovedì, 18 maggio 2006

 

Scusa. Devo andare via.
Non farmi troppe domande sensate,
mentre abbasso il pensiero
per non incontrare il tuo.
Poco lontano da questo foglio
c'è il mare che ribolle di primavera salata
ed io qui, impreparato, davanti al microfono a pensare come salutarti,
cercando disperatamente quelle parole
che avevo messo da parte per te
e chissà dove sono finite
Scusa. Devo andare via.
mi riesce più facile scriverti che restare
perchè scrivendoti ti ho conosciuta.
Attraverso una rete di parole fitta come sabbia
ti ho fatto voltare lo sguardo verso di me
parlandoti di quello che ho dentro.
Hai voluto guardarmi fisso nelle parole
per scoprirmi con barba, capelli lunghi e pensieri neri
sempre in cerca di un disco da trasmettere
che ripetesse sempre all'infinito la stessa frase:
Scusa. Devo andare via.

Scusa Devo Andare Via
Antonello Venditti

 

Questo è un giorno in cui la luna
si confonde con la strada, e va veloce.
La violenza del mattino lascia il posto
alla tristezza della sera
e San Lorenzo chiede ancora un'altra canzone d'amore.
Ma scusa devo andare via Roma
Roma dimmi chi sei.
Roma dimmi, dimmi , dimmi che vuoi.
Non vedi le mie mani,
le mie mani chiuse a chiave nelle tasche
Non la senti questa voce,
questa maledetta voce che non vuole uscire.
Ma dentro me soltanto, soltanto la voglia di un'altra canzone
Ma scusa devo andare via Roma
Roma dimmi chi sei.
Roma dimmi, dimmi, dimmi che vuoi
e San Lorenzo chiede la solita storia d'amore
Ma scusa devo andare via Roma
Roma dimmi chi sei
Roma dimmi, dimmi, dimmi che vuoi.

postato da: FernandoPessoa alle ore 22:02 | Permalink | commenti (4)
categoria: l altra radio
giovedì, 18 maggio 2006

 

Vale la pena di insistere su questo argomento perchè è decisamente stimolante.
La mia libreria un po traballante alla quale però tengo moltissimo, ospita un curioso volumetto :

"Il rumore della pioggia a Roma" scritto dall'americano John Cheever.
Si tratta di una specie di diario scritto durante una sua permanenza nella nostra capitale.
Mi è capitato di leggerlo un paio di anni fa, e ricordo di averlo trovato decisamente interessante, per via di alcune considerazioni ...sulle parole, su "ste benedette parole".
Francesca Garofoli, traduttrice e critica letteraria, si è soffermata sui contenuti del romanzo, ed io ne riporto alcuni passaggi:


A volte si dice che le parole non bastano, per descrivere sentimenti, stati d’animo,
sfumature. Ebbene, John Cheever è uno di quei rari scrittori al quale le parole bastano.
Di più: non sono i sentimenti a dettare le parole, ma le parole a dettare i sentimenti.
(non vi ricorda "vagamente" una canzone di Vecchioni?)
C’è qualcosa di agghiacciante nello sguardo che Cheever mette sulle persone e
sugli oggetti che lo circondano: una sorta di riflesso bianco, di luce pura, che
non lascia all’ombra la possibilità di creare significati altri.

...il momento in cui guardando alla campagna e sentendo cantare una giovane contadina,
con parole a lui sconosciute, l’autore ammette con se stesso che non potrà mai capire
quel paesaggio. Che non lo potrà mai vedere come lo vede e lo canta la contadina,
perché non possiede la chiave linguistica che dà alle cose il loro significato.
È come dire che la campagna del Vermont e quella laziale sono diverse, non in virtù
di una diversa geografia, ma per via di una diversa lingua.

...ste benedette parole....che parlando possono tacere, rispettando un silenzio
che noi stessi abbiamo voluto.

postato da: FernandoPessoa alle ore 14:35 | Permalink | commenti (5)
categoria:
mercoledì, 17 maggio 2006

non è un sogno

 

Finalmente il sole è arrivato a colorare la mia pelle... alla mattina la sua luce entra da sotto la persiana che da un po' di tempo lascio sempre metà sù e questo mi basta per farmi svegliare col sorriso... mi piace alle 7 uscire sul balcone a respirare un soffio di serenità... sulla mia strada, nonostante sia maggio, i papaveri si fanno desiderare. ho cercato minuziosamente per tutto il tragitto: ce ne sono solo due piccoli grappoli, uno che abbraccia il guardrail della 460 e l'altro proprio sulla curva all'uscita della tangenziale. due piccoli spruzzi di rosso sul tragitto della mia vita. non so se possono bastare per credere nella bella stagione... eppure stamattina sorrido alla vita.

un amico sta vivendo un momento che io ho vissuto non molto tempo fa... ed è a lui che stamattina dedico questa canzone...

Essere od avere, scappare e rimanere,
rubare o lavorare, amarsi o farsi male.
Vivere o appassire, combattere o subire,
nuotare o naufragare, e tutto calcolare a dovere.
Lasciatemelo dire: di fronte a vite arrese
abbasso volentieri tutte le mie pretese.
A dare sono pronto, e non chiedo niente in cambio.
Di andare sempre avanti ancora non mi stanco.
So che non è un sogno, ma è la sporca e cruda verità.
Tutti abbiam bisogno di cambiarci a volte la realtà.
Ma ora so chi sono io
e non mollerò mai!
E tra dire e il fare, omettere o parlare,
far finta e non vedere, oppure raccontare.
Vivere o appassire, combattere o subire,
nuotare e naufragare, e tutto calcolare a dovere.
Lasciatemelo dire: di fronte a vite arrese
abbasso volentieri tutte le mie pretese.
A dare sono pronto, e non chiedo niente in cambio.
Di andare sempre avanti ancora non mi stanco.
So che non è un sogno, ma è la sporca e cruda verità.
Tutti abbiam bisogno di cambiarci a volte la realtà.
So che non è un sogno, ma è la sporca e cruda verità.
Tutti abbiam bisogno di cambiarci a volte la realtà.
Ma ora so chi sono io
e non mollerò mai!
So che non è un sogno, ma è la sporca e cruda verità.
Tutti abbiam bisogno di cambiarci a volte la realtà.
Ma ora so chi sono io
e non mollerò mai!

violino   ciao... milady.

postato da: maria963 alle ore 19:32 | Permalink | commenti (2)
categoria: l altra radio
mercoledì, 17 maggio 2006

Tornando sull'argomento di cui ci si è recentemente occupati, cioè quello delle parole, utili ed esiziali strumenti al tempo stesso, propongo una cosa che scrissi 7 anni fa e che parla del rapporto tra le parole ed i diversi momenti della propria esistenza.

L' Albero Delle Parole

L‘albero delle parole

Rilascia nell’aria

Parte delle sue foglie;

Le altre, invece, restano sui rami

Nell'attesa di momenti diversi.

Non m’importava molto, del mondo,

Quando, nascosti dietro muretti,

Da bimbi si giocava a guardie e ladri,

Quando s’imparava la vita dagli odori,

Catalogandoli dentro allo stomaco

E m’importava poco del mondo

Anche quando restai solo con lei

E tutto il resto erano storie

Che riguardavano altra gente,

Identità da mantenere estranee.

L’albero delle parole

Fiorisce gradatamente assieme a noi,

Esprime sentimenti che maturano

E si trasformano, manifestando

La nostra crescita, la conoscenza.

Cominciò ad importarmi del mondo

Quando strappai l’ombra di lei dalla parete

E scaraventai il suo ritratto dal comodino,

Quando sentii, per la prima volta,

Che si può morire pur restando vivi

E m’importò ancora di più, del mondo,

Quando mi ritrovai a piangere, da solo,

Per persone che uscivano dalla mia vita,

Quando potei confrontare l’altrui dolore

E curiosamente lo trovai identico al mio.

L’albero delle parole

Vedrà volare via le sue ultime foglie

Ed io non avrò più niente da dire;

Rovescerà le sue radici, che usciranno

A seccare al sole della nuova stagione.

MARZO 1999

qb408

postato da: Aleqb alle ore 15:17 | Permalink | commenti (2)
categoria: poesia