venerdì, 30 settembre 2005

Chissà perché ho così tanto bisogno di voci adesso, ci sono momenti che senti una solitudine che non c'entra niente con la tua vita e qualunque tipo di silenzio è un silenzio che fa male. Quei momenti in cui davvero rischieresti di perderti per una parola, svendendoti al miglior offerente, morendo felice per un gesto gentile, o sprofondato nella geenna da un'immaginario rimprovero "per te mi venderò/ per te farò il buffone/ mi darò sempre torto anche quando avrò ragione". Non so cosa sia, forse sto anch'io delirando, oggi è una giornata no, e vi chiedo scusa anche di questo, perché volevo parlarne con qualcuno e proprio voi vi siete trovati qui. Andavo a comprare il giornale, e proprio voi eravate sulla strada. O forse vi ho scelto, perché questa è una delle mie case, uno dei posti dove appendo il mio cappello, perlomeno.

Ho paura di avere offeso qualcuno, anche se non ne so il perché, ma dopotutto ci sto da una vita con questa paura, di dire troppo, di dire male, di dire poco, e forse devo chiedere scusa a qualcuno, ma spero tanto che sia una puttanata. I frammenti di vetro che ho sotto i piedi fanno male, ma non posso far altro che continuare a camminare, altrimenti non ci arrivo, dall'altra parte del ponte. Spero che non ci siano altre bottiglie rotte, dall'altra parte. Ho bisogno di ritrovare la voglia di correre sul prato cantando anche sotto la pioggia e venirvi incontro e sapere che dopotutto mi stavate aspettando.

Scrivo così, di getto, e forse non so neanche cosa dico. Ancora una volta vi chiedo scusa, mi piace di più sorridere, eppure qualche volta capita anche di piangere. Le gogge cadono ma che fa/ se ci bagnamo un po' / il sole di doman ci asciugherà. Lo spero, almeno!

 

postato da: Alexgenova alle ore 17:27 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 29 settembre 2005

Ogni tanto passa a trovarmi, è silente s’intrufola nella fessura delle porte, passa ovunque e s’impossessa di me.
Non l’ho mai visto, assume tutte le forme possibili ed entra in me, mi devasta mi porta a perdere e mi tiene in bilico tra follia e ragione.
Non usa parole, mi trovo ad un tratto come in equilibrio instabile sul ciglio di un profondo precipizio, non riesco a reagire ho la mente altrove mi sento ad un tratto un alieno. Gli chiedo di fermarsi ma tutto è ormai vano.
Mi stravolge l’anima e i miei sentimenti d’incanto si dissolvono, mi abbandonano. Non mi fa reagire e la ragione in me è vinta, passo dal serio al faceto, dal diabolico all’angelico, tutte le mie resistenze sono vane, m’indebolisce mi avviluppa nel mio pensare, deturpa ogni cosa di me, ferma il tempo, stravolge i miei pensieri e in quei momenti mi assento, non c’è più logica in me; inizia un viaggio in una dimensione parallela nella quale annaspo alla ricerca di me stesso, faccio cose non volute, in me agiscono forze sconosciute che pensano cose mai pensate, che mi portano a non controllare più il mio raziocinio. Giro su me stesso, sembro una trottola che pare fermarsi, s’inclina su un fianco, ma poi riprende e non smette mai il suo girare.
Senza violenza, mi colpisce, non lascia ferite né segni visibili.
Inizia la lotta ed è un lungo braccio di ferro.
Tento di sottrarmi ma sono senza forze, senza idee.
E’ tutto senza colore, non ci sono chiarori, solo grigiore intorno a me.
Cerco di uscire dal mio corpo, ma una forza sconosciuta mi trattiene, tutto intorno a me inizia a girare, un brivido di freddo mi pervade, il sangue nelle vene inizia a scorrere rapidamente. Vedo figure di carta che si staccano dal muro e improvvisamente si animano stimolate da una forza invisibile, m’accerchiano, m’accarezzano e mi percuotono, nel contempo m’ipnotizzano e m’invitano a danzare una danza tribale, danzo pur non avendo mai danzato e come se lo sapessi fare da sempre mi muovo tra loro,
 la musica s’impadronisce di me e mi trasporta. La testa mi gira, ora è buio, sono rimasto da solo. Poi come d’incanto, quando ormai sono vinto e assuefatto al suo volere, silente com’era venuto, scompare, dando un ultimo sussulto, un colpo di coda, che mi da tremore. Solo allora mi avvedo di non esserci stato, di essere sparito, ma non riesco a pensare per quanto tempo è stato, quanto è durato.
Strano, non sono sudato, mi sento migliore e tutto ritorna con i contorni di sempre.

postato da: kiriku alle ore 22:06 | Permalink | commenti (4)
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giovedì, 29 settembre 2005

Qui le macerie di radio nordest, l'emittente autodistruttasi per cause tutte da chiarire prima ancora di essere stata edificata. Questo di seguito è' un raccontino scritto nei paraggi del Natale scorso e postato altrove; visto che non siamo a Natale, forse qualcuno potrebbe chiedersi perchè lo ripropongo proprio ora, proprio qui...a quel qualcuno potrei chiedere se veramente è indispensabile un motivo, per fare qualcosa e poi il cielo capovolto mi sembra il posto più adatto per cose del genere. O no? O magari è perchè oggi qui a nord-est c'è un tempo come non si vedeva da tempo, tempestivamente temporalesco e allora cosa si può proporre di meglio se non una favoletta? Vi piacciono le favolette? E il lieto fine? Aprite le orecchie dei vostri occhi che si parte...

Racconto breve di Natale: la guepierre.

Eugenio esce dal negozio di biancheria intima con un bel pacchetto colorato sottobraccio, stupendosi, come ogni volta, che è di nuovo la vigilia di Natale…ormai i Natali arrivano ogni 2 o 3 mesi, pensa, forse per questo si fa sempre più fatica a festeggiarli, c’è l’inflazione del Natale, l’offerta speciale del Natale, mica come quando era piccolo e quello arrivava immancabilmente una sola volta all’anno, proprio verso la fine, che c’era il suo compagno di banco che ci faceva il compleanno e non era affatto contento, di condividerlo con Gesù! (senza offesa...).
Eugenio pensa a Silvano, il suo primogenito, che sono 3 anni che si è aggregato ad una compagnia di guitti al seguito di una soubrettina sciacquettina e da allora ha ricevuto solo una cartolina da San Severo (Foggia, “il panorama”), dove evidentemente erano andati ad esibirsi.
In qualche modo Silvano ha realizzato il sogno di Eugenio, che non avrebbe mai avuto il coraggio di mollare tutto e andare, per cui conserva quella cartolina come una reliquia, il coraggio che forse lui spera di aver contribuito a trasmettere al figlio, una vittoria con una generazione di ritardo…
Camminando lentamente, l’uomo si specchia dentro una vetrina e pensa alla guepierre dentro al pacchetto, un bel capo, raffinato, di color albicocca, gli è sempre piaciuto, il color albicocca, persino a scuola, quando colorava il sole di quel colore, per la disperazione della maestra, forse troppo legata a certi canoni precostituiti, in fondo il sole color albicocca non è male, lui credeva e pure il pervinca non è brutto, aveva conosciuto un tizio che aveva un paio di mutande pervinca e al quale era stato molto legato, ma pure lui era da un bel po’ che non lo vedeva più.
Eugenio infila le chiavi nella toppa, spinge la porta, sta per chiamare qualcuno, poi ci ripensa e spinge la porta col tacco per chiuderla.
Prende dal frigo una bistecca e la mette sul fuoco e intanto va in bagno col suo bel pacchetto; lo sconfeziona, si spoglia, indossa la guepierre albicocca e constata con un po’ di disappunto che gli sta davvero male, di certo sarebbe stata meglio a Elisabetta, ma sono ormai quanti? Cinque, forse sei mesi che se n’è andata, stufa di un uomo che non ha saputo darle nulla, se non i suoi problemi da portare, come se non le fossero bastati i suoi e dover tirare su 2 figli praticamente da sola… e così è andata e si è portata via Angelica, la secondogenita, e sono almeno 3 mesi che non le sente più.
Eugenio torna in cucina, spegne il fuoco sotto la bistecca, ormai carbonizzata e la butta nella spazzatura, poi prende il tubetto del sonnifero e lo poggia sul tavolino. Prende un bicchiere d’acqua e lo mette vicino alle pillole. Accende la tivù: c’è Costanzo che aspetta il Natale e tutti stanno facendo il trenino cantando canzoni degli anni sessanta. Mancano 5 minuti, si siede sulla poltrona, guarda la splendida guepierre albicocca, le sue gambe magre e diafane che ne fuoriescono, stonate come le primizie fuori stagione che si trovano oggi, mica come quando era piccolo, in maggio ciliegie, in settembre uva, mica così, a cazzo, tutti i frutti sempre, non c’è più il gusto di aspettare e la vita cos’altro è, se non il sottile gusto dell’attesa, che poi se arriva sei felice, sennò sei disperato, ma è così che andava il mondo, il mondo in cui Eugenio si trovava bene, era il suo mondo, quello che gli calzava a pennello, altro che guepierre!
Fervono i preparativi, alla tivù, allora Eugenio svita il tappo del tubetto e lo svuota sul tavolino. Manca un minuto. Si farà una bella dormita, è da tanto tempo che non ci riesce…Orietta Berti canta “Tu sei quello”, si preparano le bottiglie…5, 4, 3, driiiiiiiiiin, driiiiiiiin, il telefono? Eugenio va a rispondere: “papà, sei Tu? Sono Angelica, volevo farTi gli auguri, Ti manco?…” La telefonata è finita; nel frattempo Costanzo & C. sono tornati al trenino. Eugenio spegne la tivù, rimette le pastiglie nel tubetto, beve il bicchiere d’acqua col cuore che ancora batte veloce. Accende lo stereo, c’è ancora su Bersani che attacca con “che vita”, già che vita, quando si andava a giocare in strada con le 127, ma la vita è anche oggi e non le va di essere ignorata di continuo o confrontata coi tempi andati, è così dannatamente logica e pervicace, quasi fastidiosamente legata al concetto di "presente".
Eugenio si passa la mano sul mento, ci pensa un attimo e poi decide che mezzanotte e 35 non è poi un’ora così insolita per andare a radersi, anche se, di solito, chi indossa una guepierre, non lo fa (quasi) mai.

FINE

Bene, avete visto che c'è il lieto fine? Siete soddisfatti, o magari avreste preferito che la telefonata non fosse giunta in tempo? Però è giunta in tempo, vi piaccia o no.

Ora saluto ed auguro a tutti Buon Natale e poi non andate in giro a dire che non sono un anticipatore dei tempi, non vi crederebbe nessuno.

qb


postato da: Aleqb alle ore 14:39 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 28 settembre 2005

maschera

 

Devo dirvi la verità... ho dovuto indossare ancora una maschera per tornare a scrivervi... ho tolto il mio vero volto, ho persino modificato il tono della mia voce, indossato un costume e studiato il mio copione...

Una sera un amico mi ha fatto notare che ci sono persone che nello scrivere sono schiette, dirette... ed altre che, come me, hanno bisogno di giocare con le parole, giocare fra il dico e non-dico, giocare con allegorie e metafore...

Sì, ho bisogno di impersonare un personaggio, sono teatrante e commediante, e ho bisogno di uscire da dietro le quinte sul palco dove gioco me stessa... senza le quinte che mi garantiscono di poter sparire in qualsiasi momento, io non potrei esser qui a scrivervi, a parlarvi di me...

C'è chi sostiene che in tutto ciò c'è poca lealtà; c'è chi raccomanda che giocare con i sogni può essere bello... ma è poco reale; c'è chi insegna che la faccia scoperta è solare e piena di vita, mentre una maschera ha sempre un colore che somiglia alla morte...

l'uomo è tanto meno se stesso quanto più parla in persona propria; dategli un maschera e vi dirà la verità... ha risposto Oscar Wilde.

Io mi sono nascosta dietro la giustificazione del fascino: suvvia, ammettiamolo, siamo tutti un po' attratti e sedotti dal nebuloso, da chi non dice ma fa intuire, da chi asserisce e al contempo contraddice... è solo un'arma di seduzione!

E' ancora uno dei miei personaggi ad aver sostenuto questa visione, era una nuova scena dello stesso atto... ché ripetere all'infinito la stessa scena stanca l'attore e uccide la suspence della commedia... e senza suspence muore anche la seduzione.

Ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre, uomini che hanno il potere di farmi sentire nuda, talmente nuda da spogliarmi del mio stesso volto... lasciandomi solo gli occhi a spuntare da dietro la maschera... ci sono uomini che hanno il potere con lo sguardo di penetrarmi più a fondo di qualsivoglia atto sessuale...

Non confondermi mai, non confondermi mai
col vento e le stagioni
e non confonderti mai, non confonderti mai
con gli altri suoni;
e non mi mettere mai, non mi mettere mai
tra i cattivi o tra i buoni:
io sono solamente quel che sono
un vero lanciatore di coltelli…

Ci ho pensato, ci ho riflettuto tutta una notte... e ho concluso che forse ha ragione il mio amico: la vita è altro, la vita è altrove...

Dietro la maschera nascondi la tua incapacità a vivere, a sorridere, ad accettare la vita...

Ci ho pensato e ripensato... e ieri sera mi sono trovata a cenare ad una tavola con altri 10 conviviali... per accorgermi ancora una volta che stavo recitando una parte, per sentirmi ancora una volta lontana da tutti ed estranea, proprio laddove dovrei sentirmi in famiglia... per riscontrare ancora una volta che non c'è alcun posto dove io riesca a sentirmi davvero a casa...

...ebbene sì, vivo sempre in quella straziante sensazione che ho provato un giorno al risveglio dall'anestesia: vedo intorno a me i volti che mi sono familiari, sento le loro voci lontane che si intersecano e si sovrastano l'un l'altra, vedo i loro gesti come una pellicola che avanza veloce... urlo, urlo con tutto il fiato che m'avanza... ma non mi esce la voce, resta strozzata in gola e non riesco a comunicare, non riesco a partecipare, non riesco a farmi sentire... è un incubo che ripeto da quando ero bambina; è una tremenda sensazione che ti comprime la bocca dello stomaco, proprio qui, nel mezzo del torace, al centro della mia ernia jatale...

Da un po' di tempo, in famiglia e non solo, mi ripetono spesso che parlo troppo sottovoce, mi chiedono di ripetere perché non mi capiscono... ho il timore che sia il mio fiato che sta per terminare, che sia la mia voce che inizia ad abbandonarmi, che presto resterò totalmente muta!

e a puttane pure il cielo …
che non c'è, non è neanche vero …
oggi il lanciatore di coltelli
conta tutte le parole
e scrive zero

[...]

Non confondermi mai, non confondermi mai
coi geni o coi coglioni
e non confonderti mai, mai, mai, mai
coi ciarlatani:
se ti verranno a dire,
e ti verranno a dire,
che non so più chi sono,
rispondigli che sono ancora e sempre
un grande lanciatore di coltelli
e........................

postato da: maria963 alle ore 23:13 | Permalink | commenti (5)
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mercoledì, 28 settembre 2005

 

Mi chiamo Antonio.
Ogni volta che viene mattino mi alzo, e vivo fino a sera , quando mi addormento sulla pagina di un libro o dentro agli occhi di mia moglie.
Ho uno sguardo normale tendente al problematico e per indicare cose o persone uso il dito mignolo, da sempre.
Ma non mi preoccupo più.
Mi si può trovare, nel caso qualcuno fosse così assurdo da volermi cercare, in qualunque autostrada d'Italia, sempre sulla corsia di sorpasso.
Ma voi piuttosto...come state? Come va?
Io sono sempre lo stesso, almeno così mi dicono.
Chi mi conosce bene, riesce sempre a leggermi dentro, senza che io debba ricorrere a grandi spiegazioni.
Chi mi conosce poco, conosce solo qualche frase d'amore occasionale buttata lì con negligenza in qualche stanza di motel.
Chi non mi conosce affatto, non si è perso proprio niente, salvo alcune elucubrazioni mentali che talvolta hanno la sventura di coicidere con le vostre.
Difetti...a chili, pregi.. a centesimo di grammo ma.. nonostante questo, ho la fortuna sfacciata di avere qualche amico.
Disgraziato al punto giusto, invisibile quanto basta, passo ore a pensare a come avrei potuto essere se un giorno di tanti anni fa non avessi letto un certo libro, "La Nausea" di J. P. Sartre, e a distanza di una settimana..ancora, e poi ancora.
Riesco ad essere felice quando il mondo mi crolla addosso, e mi dispero se ascoltando una canzone, capisco di aver perso qualcosa.
Mia madre mi diceva spesso che non vale la pena tormentarsi per le cose che se ne vanno, semplicemente perchè mentre se ne vanno, ne stanno arrivando delle altre, e sarà sempre così.
Una filosofia un po spicciola se volete, ma....efficace come i suoi gnocchi al pesto.
Divini.
Amo la musica di ogni tempo purchè contenga tempo, quello che stiamo vivendo e che abbiamo vissuto.
A volte mi si accusa di strizzare un po troppo l'occhio...al passato, ma questo non deve far pensare che vivo male il presente e sono costretto quindi a rimpiangere ciò che è stato.
Non funziona così. Vivo nel presente, perchè è il presente che mi dà da vivere, che mi emoziona, che mi fa amare, lavorare ogni giorno, salire le scale di casa, telefonare ad un amico, perchè il presente è "questa vita quì" e non un'altra, è l'unica vita che abbiamo, è quella che ogni anno fà arrivare il Natale, che ti fa entrare in gioielleria a comprare una collana per lei, e che ti fà trovare una bella multa sul parabrezza dell'auto.
Lo so' bene, tranquilli.
Solo che non applico di buon grado un noto concetto napoletano.."scurdammoce 'o passato", unicamente per il fatto che dentro

"'o passato" ci tengo tante cose che mi possono "servire assai" anche oggi.

Infine, di tanto in tanto, mi piace parlare un po con voi.
Che male c'è?
Questo è il mio profilo.
Mi raccomando, "non sparitemi" .

postato da: FernandoPessoa alle ore 20:54 | Permalink | commenti (3)
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mercoledì, 28 settembre 2005

E’ il mio turno… sono in linea… bene, grazie regia.
Era da tempo che non trasmettevo dai microfoni dell’altra radio, ad essere sinceri, avevo deciso di rinunciare ad andare in onda da questo spazio virtuale perché, per un non addetto ai lavori è difficile il saper fare, il sapersi muovere con maestria tra microfoni, ed attrezzature varie; cerco di destreggiarmi come meglio posso e mi sono sempre chiesto: “sarà il caso di usare un filo logico”, ma poiché vado a braccio spero di proporre argomenti che incontrino il consenso di tutti voi che vi sintonizzate su questa radio. Mi preme incontrare il gusto musicale dei più all’ascolto, ma capisco che anche questa, non è cosa facile. C’è chi non sopporta taluno o tal altro artista; ebbene io chiedo a costoro di abbassare il volume della radio quando propongo l’ascolto di artisti che non incontrano il vostro gusto musicale; d'altronde in questa radio le trasmissioni sono quasi sempre in diretta. Ma voi ascoltatori continuate a telefonare in studio per dire la vostra. Non preoccupatevi se i vostri gusti musicali non sono in sintonia con questo improvvisato DJ, ma oltre a dire che non preferite l’ascolto di quello artista o di quella canzone, siete autorizzati a suggerire ove è più conveniente indirizzarsi, come hanno fatto Maria963 e FernandoPessoa, che ringrazio e sto salutando con la mano da dietro il vetro della mia postazione.
A loro e naturalmente a voi tutti dedico questa canzone:

Quando sarò capace d'amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
né di far l'amore con mia madre in sogno.
Quando sarò capace d'amare
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.
Quando sarò capace d'amare
vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.
Vorrò una donna che se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.
Quando sarò capace d'amare
vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.
Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.
Quando sarò capace d'amare
farò l'amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.
E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l'animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.
Quando sarò capace d'amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere
un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.
Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.
Così vorrei amare.


Quando sarò capace d’amare – Giorgio Gaber - da “E pensare che c’era il pensiero” (1994)



Questa estate nel percorrere la “Strada dei Vini e dei Sapori” dei Colli di Forlì e Cesena, mi sono fermato a Longiano, cittadina di antiche origini longobarde, fu nobile residenza dei Malatesta. A Longiano c’è un piccolo teatro, il teatro Petrella, ove da qualche tempo a questa parte noti artisti, fanno partire la loro tournè estiva credo perché ha sempre portato fortuna; ma oltre a soffermarmi in alcune chiese, da tempo sono costretto a farlo, si avete sentito bene quasi obbligato, ho visitato il “Rifuggio degli Sfollati” e il museo della “Fondazione Balestra”. Su tutte una cosa mi ha molto colpito, Sul muro della "Casa Venezia" della - Corte Carlo Malatesta di Longiano c'è una mattonella marmorea su cui è scritta questa poesia:

"Anna ho comprato un pezzo di terra,
ho un cavallo, una frusta e sollevo la polvere
e chiamo il vicino e gli tocco la spalla oppure un altro,
un sogno più piccolo. Io e te insieme abitiamo una stanza
e abbiamo vetri contro il vento e la pioggia
e un cuscino un pò grande che basta per due
guardami in faccia ho gli occhi castani".


La poesia è di Tito Balestra cittadino longianese, che l'ha dedicata ad Anna.

La poesia, indicata da Tonino Guerra come "la più bella poesia d'amore del 900" è tratta dalla raccolta - Quiproquò.


In effetti è bellissima non so se la definirei la più bella del Novecento, ma è comunque bellissima!!
Per questa volta è tutto, non mi resta che salutarvi ad un presto risentirci, dedico a voi altra bellissima canzone:

Piccolo amore, piccolo amore
Che pena quelli con un grande amore
Quelli con la pistola in mano
Se guardi un altro oppure ci lasciamo
Che bella novità
La prossima carezza che verrà
Piccolo mondo
dove ti prendo
e piccolo tornare sorridendo
piccolo letto
dove puoi dormire
ch'è un altro modo poi di far l'amore
e stare insieme a te
con tutta la dolcezza che c'è in me
Ma in fondo son parole
Che il giorno che ti ho perso
Chissà che cada a pezzi
l'universo
e non farei che dire
e non saprei che fare
di tutti i giorni che ti ho detto amore
Di tutti i giorni che ti ho detto amore
Di tutti i giorni che ho pensato amore
Di tutti i giorni che ho inventato amore
Sognato amore
Cantato amore
Di tutti i giorni che ti ho detto amore
Di tutti i giorni che ti ho scritto amore
Piccolo amore non c'è niente al mondo
Più grande in fondo
Di questo amore
Che piano piano muove i tuoi capelli
E si risveglia nei tuoi occhi belli
E che ogni giorno come fosse il primo
Si guarda intorno come un bambino
Piccolo amore
Piccolo amore
Che bravi quelli con un grande amore
Verrà l'inverno e chi ci vuol male
Per noi non sarà niente di speciale
E se ci lasceremo
Sarà per poco sai
Ci rivedremo
Ma queste son parole
Che il giorno che ti ho perso
Chissà che cada a pezzi
l'universo
e non farei che dire
e non saprei che fare
di tutti i giorni che ti ho detto amore
Di tutti i giorni che ti ho detto amore
Di tutti i giorni che ho pensato amore
Piccolo amore non c'è niente al mondo
Più grande in fondo
Di questo amore
Che muove l'aria e muove i tuoi capelli
E si risveglia nei tuoi occhi belli
E che ogni giorno come fosse il primo
Si guarda intorno come un bambino

Piccolo Amore – Roberto Vecchioni – da Bei Tempi (1985)

dai microfoni dell'altra radio, da San Marino.

postato da: kiriku alle ore 19:33 | Permalink | commenti
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martedì, 27 settembre 2005

Questo è un racconto che ho postato sul sito di Apostrofo. Lo stavo già elaborando, poi Maria ha iniziato quel gioco delle tre parole, e mi sono accorta che c'erano: sogno, uomo, toccare. Lo so che ce ne ho messo di tempo, ma ancora adesso non sono mica sicura del risultato. Ditemi voi...

La sabbia, come il mare, apparteneva a memorie lontane, che per anni Stefania aveva tenuto sepolte in angoli di sé quasi irraggiungibili. Poi era venuto il momento di ricordare, ricordare tutto, il mare e la sabbia insieme a quelle altre cose che sotto la sabbia aveva nascosto. Ed eccola di nuovo a Spotorno, Riviera Ligure di ponente, il suo rifugio d’infanzia per sei estati. Forse non ancora invivibile a quei tempi, ma comunque già invasa da un turismo chiassoso e nevrotico, preda di radioline gracidanti a ogni gol o splendida occasione o errore clamoroso, di iperprotettive madri mediterranee, di bambini grassocci e capricciosi, di adolescenti che palestravano esili bicipiti per ambizioni da amanti latini. La casa di zia Lina era bianca, con sei scalini per arrivare al portone. Una dispensa ricca di cibi misteriosi, e nelle credenze strani oggetti scintillanti che la piccola Nanni non poteva toccare. Odore di legno, di antico, di naftalina, di sicurezza. Mattine domenicali trascorse a messa, con le scarpette chiuse, camicia a maniche lunghe e gonna sotto il ginocchio, anche quando agosto era desertica rabbia spietata e secca che ti asciugava via anche l’anima. Quei giorni in cui la sabbia bruciava.
Sabbia. Manciate prese a piene mani e poi lasciate scivolare giù lentamente, le mani a fare da setaccio, la polvere fine a coprire il corpo. Avvolgersi e nascondersi e rotolarci dentro scomparendo al mondo.
Enrico, suo cugino, la sabbia l’aveva sempre usata per costruire. Fortini, castelli, strade, interi paesi a volte. Un’altra cosa che Stefania adesso ricordava bene era l’ammirazione mista a compatimento con cui all’epoca guardava quelle opere che diventavano ogni anno più perfette, senza però diventare meno fragili. Lei non avrebbe mai avuto la pazienza di studiare i dettagli che rendevano prezioso un oggetto così irrimediabilmente effimero. A Enrico invece piaceva ricominciare da capo ogni volta, sembrava quasi riconoscente al mare che gliene offriva la scusa. Chi te lo fa fare di essere sempre così pignolo, se poi tanto le onde si mangiano tutto, gli aveva chiesto lei una volta. Lui l’aveva guardata per un po’, con uno sguardo da uomo grande. La bellezza di una cosa mica dipende dalla sua durata, aveva risposto.
Stefania aveva continuato a invidiare a Enrico i suoi castelli, e aveva continuato a rotolarsi nella sabbia, spesso ritrovandosi i granelli in bocca, tra i capelli, nel costume.
Poi, un giorno aveva smesso. Di colpo. Quando aveva capito che la sabbia non avrebbe coperto le sue ferite per sempre. Labbra spaccate, zigomi tumefatti, e come bruciava la pelle dove lui toccava, perché toccare per lui significava colpire. Da un padre non te lo aspetti. Preferiresti che la sabbia ti inghiottisse, perché se il tuo corpo non esiste più, allora anche le violenze non sono più vere, non sono più reali. E quando la sabbia non era stata più abbastanza, aveva scelto il ballo per annullare nel suo corpo, senza ucciderlo del tutto, qualunque impeto impulsivo. Era diventata insegnante di danze caraibiche. Che quasi tutti pensavano che fossero così naturali, tutte passione, libertà, istinto, quasi che il cervello non c’entrasse, che ci fosse solo il corpo. Niente di più falso. Ogni movimento era ingabbiato, racchiuso in schemi ordinati e precisi, soggetto a regole rigidissime. Concentrazione, controllo ferreo della volontà e delle emozioni. Un confine che Stefania era stata ben attenta a mantenere anche con gli uomini. Si era innamorata molte volte, ma non si era lasciata andare mai. Non si era mai fidata. Non aveva mai lasciato che il suo corpo si fidasse.
La paura del buio ha con se un terrore più sottile, fantasmi che ti crescono dentro e ti mordono le viscere, mani ben note che ghermiscono e lasciano lividi incancellabili. Qualche volta non sono che ombre lievi, e con la luce svaniscono. Altre volte, invece, la luce non arriva, e per farli scomparire devi volerlo molto forte, devi attraversare la notte fino in fondo come un sonnambulo, a tentoni, cercando la strada.
C’era spesso, nei suoi incubi, un tunnel. Giallo, abbagliante, da ferire gli occhi. E lei, annichilita, immobile, si era sempre lasciata risucchiare da quelle violente onde gialle. Solo negli ultimi sogni aveva cominciato confusamente a fare qualcosa, muoversi, toccare le pareti. Non che fosse servito, l’uscita non l’aveva trovata, ancora. Ma adesso era lì, a frugare nella sabbia, a cercare a tentoni la sua strada.
Camminare nella sabbia le era sempre piaciuto, e ancora le piaceva. Era morbida, arrendevole, e nessuno sentiva i tuoi passi.
Era stato naturale allontanarsi dalle persone che le ricordavano la verità cancellata. Aveva rivisto zia Lina ed Enrico forse due o tre volte, in quei quindici anni. Un funerale, un paio di matrimoni. E basta. Così aveva tenuto sotto controllo odio e umiliazione e paura e dolore, anche se le era costato perdere il mare, la sabbia, i castelli. Quel giorno aveva deciso che li rivoleva indietro, che importa se avrebbe dovuto ritirare fuori tutta la rabbia che aveva finto di non avere, rimettere in discussione la pace d’animo e il perdono che le avevano fatto da scudo. Forse si può scegliere anche il proprio passato, almeno, si può scegliere quale parte tenere, e quale parte buttare via. Prima devi riappropriartene, rivolerlo tra le mani. E poi puoi decidere.
Qualche notte più tardi, nel sogno, vide chiaramente, per la prima volta, che il tunnel non era infinito, che l’uscita esisteva, anche se era lontanissima. Si sentiva sfinita, fiaccata da quella distanza, spaventata di poter solo vedere la luce, senza poterla mai raggiungere, ma una parte di lei sapeva che presto o tardi si sarebbe permessa di sognarsi fuori, sotto il sole, magari vicino al mare, magari tra la sabbia, a rotolarsi non più per scomparire, ma solo per giocare. Forse avrebbe costruito un castello.
Nessun miracolo, questo no. Ma il giorno dopo uscì e comprò un vestito giallo sole. Le stava bene quel colore. Le stava bene davvero.

postato da: Alexgenova alle ore 23:25 | Permalink | commenti (4)
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martedì, 27 settembre 2005

tocco dell'anima gemella

Sono un venditore di sogni.
No, non vendo miracoli… vendo solo sogni.
Passo di porta in porta e vendo sogni.
È un mestiere che non si insegna e non si impara.
Sono un venditore di sogni… sogni a colori, che non sono mai in bilico.
Sono un venditore di sogni... li racconto ad ognuno che vuol ascoltarli.
Vendo sogni per poco… non do speranze nè certezze, ma vendo solo sogni.
Sogni che rapiscono la mente…sogni che ti trasportano in un altro mondo, un mondo con tante fantasie tutte disperse, ma pronte a farsi cogliere come fiori.
Sono un venditore di sogni… incanto chiunque ascolta e vuole ascoltare.
Sono un venditore di sogni e faccio sognare… sogni ad occhi aperti.
Sono solo un venditore di sogni, non vendo illusioni né desideri, ma solo sogni a colori che non sono mai in bilico.
Sono un venditore di sogni… dispenso colori e vendo sogni sognati che ora sono reali.


Noi ci ritroveremo ancora insieme
davanti a una finestra.
ma molte molte lune in là
e poche stelle in meno
e forse sarai stanco per la corsa del topo
probabilmente vecchio per inventare un nuovo gioco
dimmi come t'inganni
e quando avrò i tuoi anni?
Lei ci avrà già lasciato
in fondo a qualche data
probabilmente a maggio
ma lei per te sarà soltanto un'ombra
l'ombra di un'altro viaggio
perchè i ricordi cambiano
come cambia la pelle
e tu ne avrai di nuovi e luminosi
come le stelle
e comunque vada
guardami dentro gli occhi
gli occhi ch'eran bambini
guardami dentro gli occhi

E non verranno i briganti
a derubarti di notte
perchè tutti i briganti
prenderanno le botte
e non verranno i pirati
ad abbordare la nave
perchè tutti i pirati
andranno in fondo al mare.
Non verranno i piemontesi
ad assalire Gaeta
con le loro Land Rover,
con le loro Toyota
e se verranno gli indiani
con i lunghi coltelli
noi daremo le botte le botte
anche a quelli
e adesso chiudi i tuoi occhi
chiudi gli occhi che ho sonno
son vent'anni che guardo
e che non dormo.

E i nostri figli se ne andranno per il mondo
come fogli di carta
sopra lunghi stivali silenziosi
e li avremo già persi
ed una incontrerà tutti quelli
che io sono già stato
e ci farà l'amore
come in un sogno disperato
scriverà sui cerini
parole da bambini.
E le parole invece tu
le mischierai tutte dentro un cappello
alla tua età scrivere una canzone
non sarà più che quello
e non so chi vedrai, che farai,
se crederai a qualcuno,
se ci sarà una donna con te
o forse - meglio - nessuno
ma comunque vada
guardami dentro gli occhi
gli occhi ch'eran bambini
guardami dentro gli occhi.

E non verranno i briganti
a derubarti di notte
perchè tutti i briganti
prenderanno le botte
e non verranno i pirati
ad abbordare la nave
perchè tutti i pirati
andranno in fondo al mare
e non verranno i piemontesi
ad assalire Gaeta
con le loro Land Rover,
con le loro Toyota
e se verranno gli indiani
con i lunghi coltelli
noi daremo le botte le botte
anche a quelli.
E adesso chiudi i tuoi occhi
chiudi gli occhi che ho sonno
son vent'anni che guardo
e che non dormo.

Dentro gli occhi - R. Vecchioni

postato da: kiriku alle ore 21:48 | Permalink | commenti (3)
categoria: opere d inchiostro