sabato, 30 aprile 2005

 

 

"Fernando Pessoa chiese gli occhiali
e si addormentò
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo..."

Dieci anni fa, fu proprio Roberto Vecchioni (sempre lui..) che, con questa canzone, mi puntò il dito su Fernando Pessoa, che io non conoscevo.
E' strano ma...FernandoPessoa non conosceva Fernando Pessoa.
Andai a vedere e scoprii alcune..."coincidenze" ed un grande poeta.
Ovviamente la poesia non rientrava fra queste.

Fernando António Nogueira Pessoa nato il 13 giugno 1888 a Lisbona.(S. Antonio)(gemelli)
Antonio FernandoPessoa nato il 18 giugno 1956 a Genova (gemelli).

Lisbona, sorella "gemella" di Genova,...mah...le coincidenze....

Le coincidenze si fermano qui, naturalmente, ma da qui inizia la mia costante frequentazione di questo poeta.

Un salto alla libreria Feltrinelli di Genova, prelevo da uno scaffale "Il libro dell'inquietudine"
e torniamo a casa..in tre...FernandoPessoa alla guida, Fernando Pessoa seduto accanto a me, e Bernardo Soares nel sedile dietro.
Nella mia automobile eravamo già una piccola "sola moltitudine".
Ma se è già così difficile e faticoso accettare il "due" che convive nell' "uno", come vanno le cose quando sì passa addirittura ai "molti"? q
uando l'individualità esplode in mille rivoli, in mille schegge?
Che bisogno avevo, di portarmi a casa "tutta questa gente" me compreso ?
Fu proprio questa la molla che scatenò il mio interesse per Alvaro De Campos, Bernardo Soares, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, le schegge impazzite di Fernando Pessoa, che mandava in avanscoperta, che faceva scrivere...per parlare di se.
Semplicemente e poeticamente geniale.
Avanguardista, antiborghese,  con l'orrore della guerra, con toni aggressivi e irriverenti che lasciano spazio a una malinconia sempre più disperata.
Come esiste il "teatro di Eduardo", rappresentato sempre in ogni angolo d'Italia, esiste il teatro di Fernando Pessoa, che lui rappresenta invece..dentro se stesso.
Da un poeta, sinceramente non potevo pretendere di più.
Forse lo stavo aspettando da tanto tempo, e Roberto, quello che tra poche ore canterà a Roma, e forse canterà proprio.."Le lettere d'amore".... me lo ha indicato.
Coincidenze.....

postato da: FernandoPessoa alle ore 17:00 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 29 aprile 2005

Ponti: archi d'acciaio azzurro dove vanno / a dare i loro addii quelli che passano / - in alto i treni, sotto le acque - / malati di proseguire un lungo viaggio / che inizia, continua e mai finisce. Cieli - in alto - cieli, / e uccelli che passano / senza fermarsi, camminando come / i treni e le acque

(Ponti, P. Neruda)

In questi giorni, chissà perché, ho sempre i viaggi nella testa. Sarà una forma di inquietudine, l'incapacità "di restarmene tranquilla nella mia stanza" come diceva Pascal. Qualche volta penso di amare più il percorso della destinazione. Mi piace vedere posti, mi piace moltissimo. Ma quel tempo magico, come sospeso, in cui sei già partito e non sei ancora arrivato, non sei più nel luogo da dove provieni, ma non sei ancora nel luogo che sarà la tua meta... tutto è ancora possibile. Tornare indietro, cambiare idea, andare in un posto diverso, fermarti dove non avevi programmato, incontrare persone che non avresti mai visto.

Forse è perché Genova è una città-ponte, una città-porto, una città da cui, spesso, si transita soltanto, in attesa di raggiungere un'altra destinazione. E' una città nascosta, una città che non si lascia scoprire se non ci viaggi dentro. Se la consideri solo un passaggio. non ti lascerà scoprire quello che tiene chiuso tra le sue braccia, tra i tetti delle case che racchiudono, come una culla, o come una prigione, i suoi labirinti, i suoi contrasti, la ricchezza e la miseria, la bellezza e lo squallore.

Ma se ci viaggi dentro, se parti, al mattino, deciso a non avere fretta, deciso a non guardare dritto davanti a te, ma ad abbassare o alzare lo sguardo, casualmente, quando te ne viene la voglia, e ripeti questo rito, ogni volta ti farà un dono nuovo, sarà ogni volta come partire per un viaggio diverso.

Volevo parlare di viaggi, e ho finito di parlare di Genova, quasi che Genova e i viaggi fossero due realtà vicine, inseparabili forse. Ho dentro questa strana voglia, un misto di nostalgia per posti già visti, e di impazienza di vedere posti nuovi. Io che amo il sole, il caldo, il mare, sono attratta dai paesi del nord, freddi fuori, e caldi dentro. Come l'Imperatore Adriano, forse non appartengo davvero a nessun luogo, neanche a Genova, anche se non saprei starne lontano, né all'Irlanda, terra di qualche lontano antenato, o all'Inghilterra, la terra di mio padre, o alla Puglia, dove sono le origini di mia madre.

Forse è perché io sono la personificazione delle distanze, delle mescolanze, delle contaminazioni. Amo questa terra, amo questa città immensamente, eppure sento di essere nata qui per caso. Per questo non potrei mai dire a nessuno di "tornarsene a casa sua". Quale è casa sua? Quale è casa mia? "Io, la mia casa, è colà dove si vive" diceva Giovanni Pascoli. Anacoluto straordinario, che contiene in sé mille cose in pochissime parole.

D'accordo, dove io vivo, anche con la mente, è qui, in questa città che ha infinite sfumature. Ma viaggiare... viaggiare vuol dire vedere il più possibile di quei posti che avrebbero potuto essere casa tua, e sognare l'innocuo sogno di vivere qualche vita in più.

postato da: Alexgenova alle ore 23:34 | Permalink | commenti (1)
categoria: parliamone, i poeti
giovedì, 28 aprile 2005

 

 

"E naviga naviga musica naviga va...."
Stasera si va...a penna libera...così come viene, senza badare troppo alla forma.
Per dire queste cose volevo guardare bene in faccia la mia città, volevo che sapesse chiaramente che sono io... quello che le stà parlando.
Dopo una "normale" giornata di lavoro,con corso finale di inglese, sono finito "quassù", nelle alture della mia città,
a casa non mi aspettano, ho detto che farò tardi. Belvedere si chiama questo posto, dove da ragazzino venivo ad azzuffarmi con i miei compagni, correndo dietro ad un pallone.Ed è realmente un bel vedere stasera.
Da qui si domina il porto in modo "discreto", rispettando la sua "privacy" (scorie del corso di inglese) e vi risparmio il fascino e la bellezza che esprime quando inizia ad illuminarsi, il campanilismo non è il mio forte.
Avevo semplicemente voglia di scrivre "qualcosa" per questo blog.
Non ho molte speranze, verrò senzaltro tacciato di bieca ruffianeria, ma stasera non c'è niente da fare, stasera scrivo..per il blog.
Un contenitore verde chiaro (passatemi "verdino") dove riversiamo la "loro" poesia, quella dei poeti veri,che spesso si sovrappone alla musica, fatta da cantautori, che sanno essere poeti, che sono poeti.
Un intreccio, un aggrovigliamento, un "tuttuno" di sentimenti, di stati d'animo, che a volte facciamo nostri.
Anzi, a volte preferiamo scrivere direttamente i nostri stati d'animo, e per quanto mi riguarda,lo faccio sempre con la speranza di essere perdonato da chi eventualmente potrebbe leggere senza..essersi sintonizzato su di me.
Addirittura confesso di aver fatto delle "prove tecniche di poesia", ma preferisco ..chiaccherare e leggere le poesie degli altri.
Mi piace questo blog.
Mi aiuta a "stare sveglio" , ad esserci, a partecipare.
Spero che in futuro qualcuno vinca la pigrizia/paura e partecipi...
La Lanterna ha iniziato a perlustrare la città e mi ricorda che a casa aspettano me.
S'è fatto tardi.
Andrò al bar della Società Sportiva Belvedere, a farmi un aperitivo.
Il brindisi è tutto per questo blog.
Lunga vita al cielocapovolto.

FernandoPessoa da Genova.

postato da: FernandoPessoa alle ore 22:38 | Permalink | commenti (3)
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mercoledì, 27 aprile 2005

"Vorrei veramente esser morta"

diceva in lacrime partendo, tutto

ma non questo dolore che soffriamo

insieme, Saffo, non voglio, io

non voglio lasciarti".

Io le risposi: "Vai via serena

e ricordati di me, ti ho amato, sai?

Se non sai quanto, te lo rammento io

le cose dolci che abbiamo provato:

le corone di rose, di viole, di salvia

che ti mettevi sul capo a me vicino

e le ghirlande intrecciate attorno

al collo tenero, miste di fiori

e il profumo denso, regale

quando ungevi la tua pelle, quando

là, distesa su un morbido letto,

andavi al ritmo del desiderio delle compagne.

Non ci fu ballo, nè festa, non ci fu bosco

notturno che non ci vide insieme".

Ed ancora da forme di poesia in musica Roberto ci offre la sua traduzione di questa stupenda canzone di Saffo.

postato da: maria963 alle ore 20:03 | Permalink | commenti
categoria: le canzoni d autore, i poeti
mercoledì, 27 aprile 2005

Pari agli dei mi sembra

chi ti siede accanto

e ti ascolta ora

che dolcemente parli

e sorridi in amore:

nel petto il cuore ha un sussulto,

ti lancio un'occhiata

brevissima e non so più

modular parole,

mi s'imbroglia la lingua

e tace, sottile un fuoco

come sotto la pelle gli occhi

non vedono più, rimbombano

le orecchie, sudo freddo un

temito totale mi prende

pallida, verde più dell'erba

a tu per tu con qualcosa

che è simile a morire.

Traduzione di Roberto Vecchioni di una canzone di Saffo. Sono passati più di 2700 anni e nulla è cambiato: dice Roberto ai suoi allievi.

Sì, sto parlando del nuovo corso di forme di poesia in musica che il prof. Vecchioni ha iniziato a Teramo. Potete vederne un breve clip andando sul sito dell'università: http://www.unite.it

Ho avuto l'onore di partecipare al corso di Vecchioni a Torino nel 2003. Era il 3 anno del corso e purtroppo mi sono persa i due precedenti. Il prof. Vecchioni non ha nulla da invidiare al poeta-cantautore Roberto Vecchioni. Con la stessa passione sa trasmettere da una cattedra l'amore per quanto insegna, sa colpirti l'animo e dopo una sua lezione senti che hai voglia di continuare a conoscere sempre di più ciò di cui ti parla.

Ma per farvi un'idea... sebbene voglia dir poco, andate a vedere il video.

postato da: maria963 alle ore 13:28 | Permalink | commenti
categoria: parliamone, le canzoni d autore, i poeti
mercoledì, 27 aprile 2005

E' come quando ti muore un pensiero... e nessun altro pensiero lo potrà sostituire.

E' come quando guardi i papaveri sulla strada... ed è solo un pò di estate che sta arrivando.

E' come quando ti cerchi dentro.... e non sai dove ti sei messo.

E' come quando accarezzi questo vuoto... e capisci che stai scrivendo di te.

postato da: FernandoPessoa alle ore 11:22 | Permalink | commenti
categoria: opere d inchiostro
martedì, 26 aprile 2005

Se non diremo cose

che a qualcuno spiaceranno,

non diremo mai la verità

(Pino Scaccia)

postato da: maria963 alle ore 19:20 | Permalink | commenti (2)
categoria: parliamone, occhio ai critici
martedì, 26 aprile 2005

Ve voglio dí na cosa: quanno ve sto vicino,

nun me guardate,

si no scumbino.

E vuie ve n'addunate;

e niente, niente, tosta,

vuie cchiú 'o ffacite apposta,

pè vedè

sta faccia mia ca se fa bianca o rossa.

E ce truvate sfizio... Ma pecché?...

Vuie me guardate, e j' tremmo 'a cap' 'o pere,

comme na fronn' a 'o viento.

M'arreparo,

ma ancora tremmo.

S'affaccia nu penziero

e chistu suonno doce se fa amaro.

Sultanto si addu me venesse 'a Morta,

m'avisseva guardà,

pecché sultanto allora

a chesta mia signora,

a braccia aperte, j' l'arapess' 'a porta,

dicenno: «Trase, viéneme a piglià!»

Pecché sultanto tanno,

mentre stesse spiranno,

io ve dicesse: «Guàrdame,

nun rimanè avvilita,

na guardata d' 'a toja

s'adda pavà c' 'a vita!»

E murenno ve desse pure 'o «tu»,

pecché fosse sicuro

ca nun tremmasse cchiú.

(Eduardo)

Eduardo lo conosciamo tutti per il teatro... ogni sua opera teatrale ti lascia un sapore dolce-amaro e gran voglia di silenzio per restare solo con i tuoi pensieri... almeno a me capita così!

Ma le poesie di Eduardo sono altrettanto "forti" e penetranti.

Solo davanti alla morte, conquistiamo davvero il coraggio di non tremare più, di non avere più paura di niente? Solo quando ci rendiamo conto che la "signora" è alle nostre porte, che ci tocca "pagare" la vita, siamo davvero sicuri di noi stessi?

postato da: maria963 alle ore 13:26 | Permalink | commenti (1)
categoria: i poeti, giù la maschera