lunedì, 29 novembre 2004

Sì, credevo di averla ritrovata la voglia di una corsa in moto, di un concerto, della salita sulla vetta di una montagna, di sognare, di correre in un prato col mio cane, di passare una notte davanti al mare...

Credevo di averla ritrovata, dopo tanti anni.

Ma poi ti scontri con la realtà. E da quando avevi 12 anni ti ritrovi costantemente difronte problemi e responsabilità più grandi di te, che non sai nemmeno gestire. Ti ritrovi a scoprire troppo spesso che la realtà è molto meno bella di quella idealizzata nei tuoi sogni. Ed ogni volta che tenti di ripartire, sembra che intervenga sempre qualcosa a dimostrarti che intorno a te, più che bellezza, c’è bruttezza, ostacoli, problemi, incomprensioni, equivoci...

Perché spesso ti ritrovi in situazioni che non hai scelto tu, che un po’ troppo presto ti fanno crollare quel limbo ovattato di bimba, dove tutto è sereno e tutti si vogliono talmente bene che non si farebbero mai del male. E invece ti accorgi che tante volte sono proprio gli affetti più cari a procurare le ferite più gravi. E ti scontri un po’ a casaccio con la solitudine di affrontare i tuoi problemi adolescenziali senza avere nessuno intorno pronto in quel momento a darti una mano.

E poi... nessuno nasce genitore, non c’è una patente da conseguire per diventarlo, nessuno nasce più o meno portato ad esserlo. Genitore lo diventi, giorno dopo giorno, ti ci inventi davanti ad ogni problema e spesso ci vuole anche un po’ di fortuna per trovare il gesto giusto al momento giusto. Tante volte proprio nel tantativo di scegliere per il meglio, finisci per fare errori grossolani. E quando t’accorgi di aver scaturito l’effetto contrario al tuo intento, sono tanti schiaffi che subisci. Altre volte poi, le bastonate che ti arrivano non dipendono nemmeno da un tuo intervento, ma solo da casualità, fortuna o meno. Ma fanno male lo stesso.

Ed ogni volta è sempre più difficile rialzarsi e ritrovarla quella voglia di sognare.

Provi anche a confrontarti con disgrazie ben più gravi di altri vicini e lontani a te, perchè così i tuoi problemi ti sembrano piccolini. Ma questo invece di aiutarti, finisce per essere un altro schiaffo, un’altra dimostrazione che c’è molta meno bellezza di quella che sogni.

Sì, forse hai ragione tu! Bisognerebbe comunque aggrapparsi a quelle piccole cose belle e crederci, e ripartire da lì, senza lasciarsi troppo travolgere dal resto. Bisognerebbe scavare in fondo a se stessi e trovare piccoli segnali di bellezza e se proprio non li trovi intorno a te, allora allungare il tuo sguardo e cercare più in là.

Non ci si dovrebbe ostinare a trovare qualcosa dove non c’è; non ci si dovrebbe ostinare a coltivare un terreno arido, aspettandosi che possano nascere fiori laddove non potrà che nascere sterpaglia. Non bisognerebbe cercare l’oceano in una pozza d’acqua. Non vedere brace pronta a ritornar fuoco, dove è rimasta solo più cenere.

Bisognerebbe guardare più in là, fino dove l’occhio si perde all’orizzonte e nuotare disperatamente per raggiungerlo il tuo orizzonte, senza farsi fermare da tempeste e pesci cani. E riuscire sempre a credere che al di là dell’orizzonte c’è sempre una nuova terra.

Sì, hai ragione tu... ma è difficile, tremendamente difficile riuscire sempre a rialzarsi da nuovi colpi che ti hanno messo ko, perchè man mano le forze diventano meno.

E' troppo grande il cielo per capirlo al volo!

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categoria: opere d inchiostro
giovedì, 25 novembre 2004

Non ho mai sopportato chi parla, giudica, condanna, insulta... senza nemmeno sapere di che cosa sta parlando, di chi sta parlando. Ho letto su qualche forum persone che si "arrogano" questo diritto senza nemmeno sapere che quando si parla di "Sudditi", si parla di un libro di Massimo Fini, non di Gianfranco Fini. Però, convinti d'esser "combattenti di sinistra", pensano che se qualcuno consiglia di leggere "Sudditi" di Fini, debba per forza aver votato Berlusconi!
E allora, spesso, mi viene in mente una battuta che ripete spesso una persona che stimo molto:
"La libertà di parola a tutti, certo. Però bisognerebbe istituire una patente per parlare"

Democrazia: il grande imbroglio
Tratto da libro «Sudditi» di Massimo Fini, ed. Marsilio

 

Che cos’è, realmente, la democrazia? Quando si cerca di definirla iniziano i guai. John Holmes, uno storico e teorico americano del liberalismo, ha scritto che i critici di destra della democrazia «si autodefiniscono negativamente» in opposizione al liberalismo e alla democrazia. C’è del vero. Ma si potrebbe dire, altrettanto legittimamente, che la democrazia si «autodefinisce negativamente» in opposizione alle dittature. Perché quando si cerca di darle un contenuto positivo, preciso e definito, si entra in un ginepraio.
Anche se restringiamo il campo alla democrazia liberale, che è quella che qui ci interessa perché è la forma che si è affermata in Occidente, e scartando quindi la democrazia diretta, quella socialista, quella corporativa, quella popolare, ci si trova di fronte a un animale proteiforme, mutante e sfuggente, di cui pare di essere sempre sul punto di cogliere l’essenza che tuttavia ci sfugge.
(…)
Cerchiamo da profani, di capirci almeno qualcosa. Democrazia significa, etimologicamente, «governo del popolo». Scordiamoci che il popolo abbia mai governato alcunché, almeno da quando esiste la democrazia liberale. Se c’è qualcosa che fa sorgere nell’anima di un liberale un puro sentimento di orrore è il governo del popolo. Quindi non è tanto paradossale scoprire che se il popolo ha governato qualcosa è stato in epoche preindustriali, preliberai, predemocratiche. Non è necessario andare a scovare, come da Alain de Benoist, remote realtà islandesi come l’Althing, una forma di autogoverno comparsa intorno all’anno Mille, dove «il thing, o parlamento locale, designa nel contempo un luogo e un’assemblea in cui gli uomini liberi detentori di diritti politici eguali, si riuniscono a date fisse per pronunciare la legge». Basta osservare la comunità di villaggio europea in epoche medievale e rinascimentale, prima che lo Stato nazionale si affermasse definitivamente assorbendo tutto il potere. L’assemblea del villaggio, formata da capifamiglia, in genere uomini ma anche donne se il marito era morto o assente, decideva assolutamente tutto ciò che riguardava il villaggio. A cominciare dall’essenziale: la ripartizione all’interno della comunità delle tasse reali e dei canoni che alimentano il bilancio comunale.  E poi veniva tutto il resto: nomina il sindaco, il maestro di scuola, il pastore comunale, i guardiani delle messi, i riscossori di taglia, votava le spese, contraeva debiti, intentava processi, decideva la vendita, scambio e locazione dei boschi comuni, della riparazione delle strade, dei ponti, della chiesa, del presbiterio e così via.

Ma quella era la vecchia, cara democrazia diretta, che non sapeva nemmeno d’esser tale, che non aveva nome né teorizzatori, e che in Francia fu definitivamente spazzata via pochissimi anni prima della Rivoluzione, nel 1787, quando, sotto pressione dell’avanzante borghesia e della sua smania normativa e prescrittivi, un decreto reale, col pretesto di uniformare e regolare un’attività che aveva sempre funzionato benissimo, limitò il diritto di voto agli abitanti che pagano almeno dieci franchi di imposta e, soprattutto, introdusse il principio – che doveva diventare l’ambiguo cardine del potere politico in Occidente – della rappresentanza ) l’assemblea non decide più direttamente ma elegge dai sei ai nove membri…). Lo Stato assoluto reclamava per sé i diritti che quegli zoticoni dei contadini, degli autentici screanzati, si erano permessi di praticare. E poiché lo Stato è troppo grande territorialmente e complesso giuridicamente perché il popolo possa dire direttamente la sua, nacque la democrazia rappresentativa dove il cittadino, formalmente detentore del potere, lo delega a un altro che diventa il suo rappresentante, mentre il rappresentato, retrocesso alla condizione di governato, partecipa al momento decisionale attraverso periodiche elezioni che divengono, di fatto, l’unico momento in cui egli esercita, o si dice che eserciti, quel potere che è suo. E’ quindi all’interno del regime rappresentativo che va posta l’inquietante domanda: qual è l’elemento cardine della democrazia?

Sarà, forse, il consenso? Niente affatto. Il consenso può esistere anche nelle dittature, come insegnano il nazismo e fascismo, spesso anzi è assai più ampio di quello che i governatori possono ottenere in un regime democratico. Sarà allora il fatto che in democrazia il consenso è spontaneo e nelle dittature coatto? Anche questo è dubbio. Nazismo e fascismo ebbero per un certo periodo un consenso sicuramente spontaneo e volontario. Caduta l’egemonia dell’antifascismo militante, che aveva velato pudicamente per alcuni decenni la vergognosa verità, oggi non c’è libro di storia che non parli degli «anni del consenso» al regime mussoliniano.
Sono quindi le elezioni? Ma anche in Unione Sovietica, persino in Bulgaria, com’è noto, si tenevano elezioni.
E’ il pluripartitismo? Max Weber nota – e siamo già negli anni Venti del Novecento – che «l’esistenza dei partiti non è contemplata, da nessuna Costituzione» democratica e liberale. Non possono quindi essere i partiti l’elemento caratterizzante della democrazia liberale che esisteva anche prima della loro istituzionalizzazione.
Sarà, come alcuni dicono, «il potere della legge»? Ma il potere della legge esiste anche negli Stati autoritari, anzi più uno Stato è autoritario più questo potere è forte e invalicabili. Si obbietterà che negli Stati autoritari la legge è arbitraria e discrimina fra cittadino e cittadino. E’ perciò, allora, «l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge» il clou della democrazia? Ma anche questo nei regimi comunisti i cittadini sono uguali, almeno formalmente, davanti alla legge.

E allora il principio della rappresentanza? Ma anche il monarca «rappresenta il popolo».
Sarà dunque, come dice Popper, che la democrazia è quella forma di governo caratterizzato da un insieme di regole che permettono di cambiare i governanti senza far uso della violenza. Neppure questo. E’ storico che nelle aristocrazie il governo può passare da una fazione a un’altra senza spargimento di sangue.
E si potrebbe andare avanti, per pagine e per decenni, ma non si troverebbe la regola-base della democrazia liberale. Scriveva Carl Becker: «democrazia è una parola che non ha referente, dal momento che non c’è nessuna precisa e palpabile cosa o oggetto al quale tutti pensano quando pronuncia questa parola».
La democrazia è innanzitutto e soprattutto un metodo. Come ha intuito per primo Hans Kelsen. La democrazia è costituita da una serie di procedure formali, avalutative, cioè prive di contenuto e di valori, per determinare la scelta dei governanti sulla base del meccanismo del prevalere della volontà della maggioranza. Essendo una pura forma priva di contenuti valoriali è fondamentale che almeno questa forma sia rispettata. Ma nemmeno questo, come vedremo, avviene.
Inoltre, le procedure, seguendo il criterio della maggioranza, possono mutare e mutano nel tempo, a tal punto da potersi trasformare, con mezzi democratici, in un sistema sostanzialmente autoritario. Ma poiché non esiste un’essenza della democrazia, non esiste neppure una vera linea di confine per cui si possa dire con sicurezza che si è passati da un sistema all’altro.
Un esempio è il fenomeno berlusconiano in Italia – Paese di cui ci serviremo spesso in questo pamphlet, non perché c’interessi particolarmente, dato che il nostro discorso è generale, ma perché esasperando le ipocrisie, le falsità, le menzogne della democrazia le smaschera – dove un solo individuo ha potuto impadronirsi, con mezzi democratici, o comunque senza che le procedure democratiche potessero impedirlo, di un potere enorme.

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categoria: oltre ogni confine
giovedì, 25 novembre 2004
Ore 23,59. Sono a letto. Sto scrivendo un sms di auguri ad un'amica che oggi fa gli anni. Ho appena riposto sul comodino "Di là dal fiume e tra gli alberi" di Hemingway.
Sento la porta della camera da letto tremare e subito penso a Libero che si gratta attaccato alla porta. Ma non è lui... il letto inizia a traballare e penso al terremoto; istintivamente guardo il lampadario e mi stupisco di non vederlo dondolare. Eppure il letto continua a traballare. Istintivamente a voce alta: "Cosa sta succedendo?". Nessuno risponde. Possibile che lo avverto solo io? Immagino i ragazzi e Armando tutti dall'altra parte della casa in cucina: come mai loro non lo avvertono? Eppure Helen dovrebbe essere nella camera qui a fianco a dormire (forse è andata di là); Armando aveva appena detto che andava in bagno (forse si è fermato con loro in cucina). E se crollasse tutto ora? Istintivamente sento che vorrei trovarmi nella casa a Torino dove ho vissuto per una vita (dove ora è l'ufficio), sento che lì c'è la mia storia e sarebbe il posto più giusto per venire sepolti dalle macerie. E poi penso che ci sono tanti terremoti che vivi da sola, terremoti molto più personali, dove non è la terra, ma il tuo animo a tremare... Nei terremoti si è sempre soli!
Non dura molto, ma sembra un'eternità dal numero di pensieri che si accavallano in pochi secondi. Poi tutto si ferma. Entra Helen nella mia stanza: ma c'è stato un terremoto! Arriva anche Armando (anche lui lo ha avvertito). Nancy stava guardando un film del terrore e dell'orrore e quando vede le pentole traballare sulla cucina pensa di essersi immedesimata troppo nel film. Solo Sean sembra non essersi accorto di nulla e ci prende tutti per pazzi finchè non legge sul televideo che non abbiamo avuto un'allucinazione collettiva. Libero era sul balcone, entra in casa e sembra agitato per un po'. Non si sà se per la scossa... o perché avverte la nostra agitazione.

Mi torna in mente (non mi lascio certo scappare l'occasione) un testo che avevo scritto nel '90 quando c'era stata nella notte un'altra scossa di terremoto. Mi svegliai di soprassalto per un boato e vidi il lampadario traballare. Pensai anche allora ad un terremoto, ma Armando dormiva beato accanto a me, i bambini (erano bambini allora) erano nei loro letti tranquillissimi. Per strada non si udiva nessuno. E pensai fosse stato un incubo. La mattina dopo me l'ero dimenticato, finché mio padre non mi disse: lo avete sentito stanotte il terremoto?
Comunque scrissi queste righe, allora...


Terremoto previsto

Dove saremo noi quando la terra tremerà,
quando il cielo impazzirà,
quando la luna se ne andrà?

Dove andremo quando la sabbia ci seppellirà,
quando il mondo crollerà,
quando il tempo si perderà?

Dove guarderanno i nostri occhi
quando non ci sarà più nulla da guardare,
dove dormiremo la notte
quando non ci saranno più letti per sognare?

Chi ascolterà il tuo canto
quando la realtà ci avrà lasciato
solo un vecchio ricordo;
una società e un mondo soffocato?

Dove finiranno i nostri amori,
dove le nostre voci, dove i nostri dolori?
Chi scriverà la nostra storia
derubata persino della gloria?

E cosa diremo ai nostri figli
mentre la terra comincia a sussultare?
"Il vento ci porta lontano;
non c'è più tempo, nemmeno per amare".

13/14 Febbraio 1990. Maria Alberti
postato da: maria963 alle ore 13:39 | Permalink | commenti
categoria: opere d inchiostro
mercoledì, 24 novembre 2004
Dimmi cosa vuoi fare,
È come stare alla catena.
Senza saper dove andare,
E respirare a malapena.
Aspetti ancora un sorriso, che ti permette di sperare.
Che ti fa sentire vivo, fedele alla tua linea e continuare
Ma ti piacerebbe fuggire lontano
E fermare chi si è permesso…
Di legare ad un muro le tue speranze
Per provare qualcosa a se stesso.
E allora tiri di più… e ti arrabbi di più
Vivi, corri per qualcosa, corri per un motivo…
Che sia la libertà di volare o solo di sentirsi vivo…
Corri per qualcosa, corri per un motivo…
Che sia la libertà di volare o solo per sentirsi vivo…
Vedrai che prima o poi
Qualcuno verrà di sicuro a liberarti.
Vedrai che ce la farai…
Non è detto che per forza devi fermarti.
E allora scoprirai che questo tempo che passa
Ricopre tutto ciò che ti resta
E che per avere la libertà
Dovrai per forza chinare la testa
Ma non è questo che vuoi… tu dimmi è questo che vuoi…
Vivi, corri per qualcosa, corri per un motivo…
Che sia la libertà di volare o solo per sentirsi vivo…
Corri per qualcosa, corri per un motivo…
Che sia la libertà, di volare o solo per sentirsi vivo...
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categoria: le canzoni d autore
mercoledì, 24 novembre 2004
Forse scorre dentro il silenzio il senso
e il profilo della vita è tra le cose
e anche il buio serve ad immaginare
la ragione che ci invita a provare
so che può far bene anche gridare
per riscattare l'anima dal torpore
so che ad ingannarmi non è l'amore
perché voglio amare

Io voglio vivere, ma sulla pelle mia
io voglio amare a farmi male, voglio morire di te...
io voglio vivere, ma sulla pelle mia
io voglio amare e farmi male, voglio morire di te...

Contro il mio equilibrio sempre un po' precario
libero l'istinto, ciò che mi sostiene
emozione nuova senza nome
la ragione che ci invita a continuare
per questo problema non ho soluzione
io mi sento vittima e carceriere
so che ad ingannarmi non è l'amore
perché voglio amare

Io voglio vivere, ma sulla pelle mia
io voglio amare e farmi male, voglio morire di te...
io voglio vivere, ma sulla pelle mia
io voglio amare e farmi male, voglio morire di te...
io voglio vivere, ma sulla pelle mia
io voglio amare e farmi male, voglio morire di te...

Forse la coscienza, il senso della vita
sta in mezzo a mille notti o forse più
non servirà a tradire semplicemente amare
qualsiasi cosa che ti dà di più

Io voglio vivere, ma sulla pelle mia
io voglio amare e farmi male, voglio morire di te...
io voglio vivere, ma sulla pelle mia
io voglio amare e farmi male, voglio morire di te..
postato da: luisa954 alle ore 17:12 | Permalink | commenti (2)
categoria: le canzoni d autore
mercoledì, 24 novembre 2004

Su "La Padania" del 7 maggio 2003, esce un articolo intitolato: "Ecco a voi il figliastro di 'resistere' nuovo mito della sinistra in cachemire", di Mauro Bottarelli - per leggere l'articolo clicca qui dove viene criticato e condannato un certo Piero Ricca che parrebbe aver insultato il premier Berlusconi nel corridoio del Palazzo di Giustizia di Milano. Nell'articolo, il Mauro Bottarelli cita il sinistrissimo Roberto Vecchioni, mettendo in contrapposizione la sua disavventura giudiziaria del 1979 (quando il "nostro" venne incarcerato a seguito della testimonianza di un fans che lo avrebbe accusato di avergli passato una canna alla fine di un concerto; l'accusa si rivelò poi infondata e Vecchioni venne rilasciato), con il fatto che al giorno d'oggi a casa dell'artista vengono organizzate riunioni di girotondi forcaioli.
Su "La Padania" di oggi, viene pubblicata la replica di Piero Ricca.

Replica chiosata all'articolo "Ecco a voi il figliastro di 'resistere' nuovo mito della sinistra in cachemire, da LA PADANIA del 7 maggio 2003:

Il pargolo di un magistrato milanese insulta il premier in tribunale
mio padre è un ex magistrato, in pensione da molti anni, non è "milanese"; se sono "insulti" lo deciderà un giudice. O vuoi fare il "giustizialista"?

Da lunedì scorso la sinistra italiana ha una nuova icona da venerare, un esempio da seguire nella lotta contro il regime di Berlusconi e dei suoi colonnelli. Altro che Cofferati, altro che Flores D'Arcais, altro che Marco Travaglio e sicari mediatici vari: il nuovo idolo sia chiama Piero Ricca, trentenne dall'incerta professione (azzardiamo un mantenuto?) ma dalla certa discendenza.
perchè azzardi quando potevi verificare: non sono un "mantenuto" e comunque non sarebbero fatti tuoi.

È infatti figlio di un magistrato, notizia che la quasi totalità dei mezzi di informazione ha ritenuto giusto (e salutare) censurare dietro le più neutre espressioni "un uomo", "un ragazzo", "un contestatore". Un uomo cresciuto, quindi, in un ambiente inebriato dal profumo solenne e conturbante dei tomi rilegati del codice penale (nulla ne supera l'estasi olfattiva, neppure "Green Irish Tweed" di Creed),
sai in quale ambiente sono cresciuto? Eppure io non mi ricordo di te

uno di quei giovani cresciuti nel culto della legge e della giustizia, un integerrimo destinato senza tema di smentita a un futuro di "bravo ragazzo", additato ad esempio da professori e vicine di casa.
sapessi come mi additavano i professori e le vicine di casa...

Ebbene, lunedì mattina questo bravo ragazzo figlio di cotanto padre non ha trovato di meglio da fare che attendere il presidente del Consiglio in carica in un corridoio del Palazzo di Giustizia di Milano per vomitargli addosso le sue contumelie
sii più preciso: non ho "vomitato contumelie": ho espresso a voce alta la mia opinione assumendomene la responsabilità, capita anche a te?

da figlio di papà "engagé", specie protetta e in sempre maggiore espansione nella Milano che fu di Turati e che ora è dei radical-chic convinti che il petroliere Moratti sia un compagno perché presidente dell'Inter. Ecco, per chi non le avesse sentite, le pacate e civili osservazioni che il cittadino Ricca ha mosso al Cavaliere: "Berlusconi, buffone, fatti processare e rispetta la legge, sennò farai la fine di Ceausescu".
la citazione è inesatta e incompleta: non potevi documentarti meglio?

Ora, a parte la cosmica idiozia che può pervadere la mente di chi accusa un uomo appena uscito da un'aula di tribunale di non volersi far processare (cos'era andato a fare Berlusconi dai giudici, un pranzo al sacco?),
Comica idiozia? non ti risulta che in quei giorni di maggio si stava preparando una legge per liquidare quel processo e rendere B. ingiudicabile. Taccio sul resto della "politica giudiziaria" dell'attuale governo e dell'addetto ministro padano. Ti sarà nota.

appare interessante focalizzare l'attenzione su quale aria possa aver respirato... fino ad oggi questo Ricca figlio di magistrato che attende un premier fuori dall'aula di un tribunale per riempirlo delle peggiori accuse forcaiole e giustizialiste (oltre che di stupidate sesquipedali).
la stupidata sarebbe "Fatti processare". Mi sfuggono le "accuse forcaiole e giustizialiste". Il cappio non lo esponevano i deputati leghisti? e la parola "giustizialista" in lingua italiana non vuol dire seguace di Peron?

Papà, lo stesso che gli consente di intraprendere la carriera del contestatore di professione,
hai svolto delle indagini su di me presso il comando dei carabinieri?

non gli ha insegnato che esiste la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio?
la presunzione di innocenza non c'entra. Io ho contestato la pretesa di impunità di un imputato: riesci a comprendere la sottile differenza?

E che non ci si para di fronte a un Primo ministro gridandogli in faccia insulti e minacce,
le minacce dove le hai viste? sai cos'è una minaccia in termini di diritto penale? per gli insulti vedi sopra perché trattasi di reato? Sono reati anche gli apprezzamenti leghisti a preti, magistrati, oppositori, esponenti delle istituzioni internazionali, meridionali, e prima di tutto all'attuale "Primo ministro", chiamato "mafioso di Arcore" da Bossi?

Ma Ricca è un uomo fortunato: in un altro Paese, basta la vicina e democratica Francia, un atto del genere non avrebbe comportato solo l'identificazione e la denuncia per ingiurie: avvicinarsi sbraitando come un ultrà nei minuti di recupero di una finale al Presidente del Consiglio è scelta pericolosa, molto pericolosa, nei Paesi civili.
Questo dove l'hai letto? E poi, quanto esattamente "pericolosa"? Che cosa mi avrebbero fatto in Francia? O forse intendevi qualcos'altro?

C'è da dire che Berlusconi, vista la sua carica istituzionale, era accompagnato dalle sue guardie del corpo: anche perché il grado di sicurezza del Tribunale milanese non appare ai livelli di Fort Knox,
ah sì? mi puoi citare precedenti a questo riguardo? o forse ti riferivi alle lastre di marmo che si staccano per il degrado e l'incuria. Di queste cose se ne dovrebbe occupare l'ing. Castelli, lo sai vero?

anzi. Ci sono voluti parecchi minuti e grida degne della savana per fare in modo che qualche responsabile della sicurezza arrivasse sul posto per fermare l'esagitato e prenderne le generalità.
50 secondi, non "parecchi minuti". Le "grida" fanno parte del gioco in un Paese democratico e i lettori della Padania lo sanno bene. A me interessano quelle che servono a rompere il silenzio dei servi e dei codardi. Tutto bene, comunque, il premier è vivo Nessuno gli ha torto un capello, te lo garantisco. Oltretutto eravamo in epoca antecedente al trapianto.

e il contestatore ha fatto in tempo a mettersi in posa per fotografi e cineoperatori. Ricca, infatti, ha ottenuto ciò che voleva:
sai esattamente che cosa volevo? rilancio: desideravo soltanto ingaggiare una polemica politica con la Padania e segnatamente chiosare un articolo come questo

l'altra sera tutti i tg, tranne il Tg2 diretto da Mauro Mazza, hanno dato ampio risalto al suo gesto di borrelliana resistenza.
Tutti? sicuro? e il modo in cui hanno coperto la notizia l'hai esaminato? Addirittura Marco Taradash ha sentito il bisogno, forse per bruciare la concorrenza, di farlo intervenire in diretta nella sua trasmissione "Iceberg" ponendo la "nouvelle étoile" della sinistra in contrapposizione con un ministro della Repubblica, il disorientato e stupito Giovanardi. Un "ministro della Repubblica" in quella trasmissione mi ha definito due volte "violento fascista", la sua espressione non era di stupore

Una promozione sul campo: "a star was born", quindi. Una carriera folgorante attende Ricca, uomo giusto al momento giusto nella città giusta.
Previsione sbagliata: nè il mio tenore di vita nè le mie abitudini sono cambiate

Milano, infatti, è divenuta con il passare dei mesi sempre più il pensatoio della sinistra in cachemire, quella dei girotondi forcaioli che ultimamente avrebbe tenuto una riunione a casa del sinistrissimo cantautore Roberto Vecchioni. Lo stesso che, correva l'anno di grazia 1979, scrisse una canzone dal titolo "Signor giudice" nella quale dava giudizi tutt'altro che lusinghieri riguardo la casta giudicante, ponendosi nei panni di un detenuto in attesa di giudizio e soprattutto delle bizze di un uomo in grado di dividere d'imperio morale il bene e il male.

Cambiano i tempi, forse perché all'epoca Vecchioni era fresco di una disavventura giudiziaria e aveva capito bene cosa significasse il termine "malagiustizia": poco male. Passano gli anni, aumenta il conto in banca e dalle accuse al vetriolo si passa ai girotondi alla melassa con tanto di orgasmi giudiziari al solo proferire la parola "condanna" o "rogatoria". Povera Milano, precipitata dai salotti Crespi e Feltrinelli alle smargiassate da Forrest Gump di Ricca
vuoi dibattere in pubblico con me su temi di politica e giustizia?

e ai pensatoi in stile "lounge bar" di Vecchioni e compagnia cantante (mai termine fu più azzeccato). Lavorare, mai? No, quello è peccato, quella è una questione che riguarda gli operai, categoria con le sciagure della quale tanto si riempiono la bocca i proletari del sushi che ora faranno a gara per avere Ricca come ospite fisso dei loro bridge con annessa pianificazione di golpe giudiziario.
Sicuro? mai frequentato proletari del sushi, anche perchè non saprei riconoscerli; mai giocato a bridge; mai pianificato un golpe giudiziario. Al massimo qualche volta mi è capitato di sperare che il Bossi facesse un altro bel ribaltone, come nel 94. Mi assolvi?

Attori, registi, cantanti, architetti d'interni, creativi, petrolieri amici di Emergency: ecco i nuovi rivoluzionari, ecco l'humus che ha permesso alla stella di Ricca di risplendere nella notte buia del berlusconismo, l'humus che fa risplendere una stella?
ma come scrivi? comunque consolati: frequento anche la sottospecie degli sfigati reazionari. Evito però, in quest'ambito, i giornalisti di cui non mi piace lo stile

ecco la Milano illuminata che si spacca in due per non far chiudere la premiata discoteca con cucina Leoncavallo S.p.A ma che non si accorge dei pensionati costretti a rovistare nell'immondizia del mercato di viale Papiniano per poter mangiare. A loro del processo Sme, ve lo assicuriamo, interessa pochino: stanno ancora scontando la condanna inflittagli dalle politiche economiche dell'Ulivo e non sono pronti a nuovi processi.
Dopo tre anni e mezzo del governo Bossi-Berlusconi-Fini i pensionati stanno meglio e quindi il processo Sme non ha più ragion d'essere: è così? Ora capisco: sei cresciuto respirando il profumo solenne e inebriante dei tomi di Leibniz e Spinoza. E ti è venuta l'allergia.

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lunedì, 22 novembre 2004

"Credo che dopo la laurea, mi dedicherò un po' alla cultura!"

Sto citando una frase che Sara mi ha detto durante una telefonata sabato mattina. Sara è una ragazza che a dicembre avrà il titolo di "Dottoressa in lettere"; sarà certamente una laurea presa a pieni voti, visto la base di partenza costruita da tutti esami ottimi. In realtà il suo obiettivo era una tesi diversa da quella che andrà a discutere... ma alla sua relatrice non andava bene.
Le ho chiesto il permesso di citare questa sua frase, in quanto trovo che con poche parole ha delineato perfettamente la scuola italiana.
Volendo essere ottimista direi che è una gran cosa se la scuola riesce a trasmettere ai ragazzi la voglia di dedicarsi alla cultura, riesce a creargli una mentalità talmente aperta da capire che, dopo tanti anni, la cultura è proprio quella cosa che la scuola non ti ha dato e di cui senti la mancanza.
Ma poi mi chiedo: è giusto che dopo che una ragazza ha trascorso 20 anni a studiare, nel momento in cui arriva a una mèta importante, quale dovrebbe essere la laurea, in un momento in cui - perchè no - dovrebbe anche essere vivo l'orgoglio per quanto raggiunto, invece sia così reale la consapevolezza che la "cultura" è altro? Non è un po' poco ciò che riusciamo a trasmettere ai ragazzi in tanti anni di studio?




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categoria: parliamone
venerdì, 19 novembre 2004

 

Ritrovarti persa in quel bosco di ieri

in sentieri tracciati fra stelle e rovi

abbracciati a sogni che sembravano veri

segnali di giochi antichi e sempre nuovi.

 

Ritrovarti a cercare un po’ di calore

e amore frenato da incosciente pudore

d’un cuore stanco di gestire dolore

che cerca nel buio un nuovo colore.

 

Perderti come l’ultima occasione

ultimo treno... o ultima stazione

persa fra le note vive d’una canzone

notte al ritmo di un’altra stagione.

 

Cercarti fra le parole della vita

nelle pagine d’un libro a tinta unita

che ti parla d’una parabola infinita

del sogno di una Maria mai capita.

 

Amarti come un vecchio bambino

attende il tramonto giĂ  dal mattino

il riflesso allo specchio della tua vita

amarti da sola come unica uscita. 

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categoria: opere d inchiostro