giovedì, 30 settembre 2004

Annagloria è una ragazzina di Piombino, uccisa sabato notte da una cardiopatia mentre era in discoteca.
Gli amici di Annagloria chiedono al parrocco che l'uscita dalla chiesa della loro amica, sia accompagnata dalle note di "Sogna, ragazzo sogna" di Roberto Vecchioni. Ed io non credo che sia un caso!
Chissà? Probabilmente ad Annagloria piacevano le canzoni di Vecchioni, o forse no. I suoi amici, però, leggono nei versi di Vecchioni un messaggio di speranza e scelgono in queste parole un "augurio" come saluto per Annagloria.
Ed io vorrei unirmi al loro coro: "Sogna, Annagloria, sogna..." e lo stesso invito vorrei rivolgerlo ai suoi amici e a tutti i ragazzi che il sabato sera si ritrovano in discoteca per divertirsi.
Ed io penso che per "sognare" non ci siano versi più appropriati che quelli di Roberto Vecchioni che del sogno ne ha fatto uno dei temi principali della sua opera artistica e della sua vita...

E ti diranno parole
rosse come il sangue, nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo,
che la ragione sta sempre col più forte; io conosco poeti
che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti
che sanno parlare con il cielo.
Chiudi gli occhi, ragazzo,
e credi solo a quel che vedi dentro;
stringi i pugni, ragazzo,
non lasciargliela vinta neanche un momento;
copri l'amore, ragazzo,
ma non nasconderlo sotto il mantello;
a volte passa qualcuno,
a volte c'è qualcuno che deve vederlo.
Sogna, ragazzo sogna
quando sale il vento
nelle vie del cuore,
quando un uomo vive
per le sue parole
o non vive più;
sogna, ragazzo sogna,
non cambiare un verso
della tua canzone,
non fermarti tu...
Lasciali dire che al mondo
quelli come te perderanno sempre;
perchè hai già vinto, lo giuro,
e non ti possono fare più niente;
passa ogni tanto la mano
su un viso di donna, passaci le dita;
nessun regno è più grande
di questa piccola cosa che è la vita
E la vita è così forte
che attraversa i muri senza farsi vedere
la vita è così vera
che sembra impossibile doverla lasciare;
la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire
Sogna, ragazzo sogna,
quando lei si volta,
quando lei non torna,
quando il solo passo
che fermava il cuore
non lo senti più ;
sogna, ragazzo, sogna,
passeranno i giorni,
passerrà l'amore,
passeran le notti,
finirà il dolore,
sarai sempre tu ...
Sogna, ragazzo sogna,
piccolo ragazzo
nella mia memoria,
tante volte tanti
dentro questa storia:
non vi conto più;
sogna, ragazzo, sogna,
ti ho lasciato un foglio
sulla scrivania,
manca solo un verso
a quella poesia,
puoi finirla tu.

postato da: maria963 alle ore 16:23 | Permalink | commenti (5)
categoria: le canzoni d autore
mercoledì, 29 settembre 2004

Quando un uomo si crede fuori dal tempo
perché ha perduto l’orologio
è un poeta.
Quando al parroco chiede
che il campanile non batta
i quarti d’ora contro i diritti
delle undici e venti
è un poeta.
Quando si stropiccia nelle pieghe del cielo
recapita la sua anima
in pacchi dono
per un sorriso di vetro
ad ogni ricevuta.
Quando grida
dove il silenzio è più forte
quando
muore
dove il silenzio è più forte
quando un uomo
con dieci fiori vincenti
in mano
dichiara tre picche
giuro
è un poeta.

(Roberto Vecchioni)

ciao Poeta!

postato da: maria963 alle ore 18:57 | Permalink | commenti (4)
categoria: le canzoni d autore
lunedì, 27 settembre 2004

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- istruzioni (le istruzioni per capire come funziona questo spazio)
- le canzoni d'autore (nostre recensioni, confronto su cosa rappresentano e perché ci piacciono o meno certe canzoni, quali emozioni ci ispirano, notizie varie...)
- occhio ai critici (qui inseriremo alcuni commenti scritti da critici, giornalisti... sui "nostri": parliamone insieme e commentiamoli)
- perché un blog? (l'idea da cui nasce questo spazio)
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postato da: maria963 alle ore 17:59 | Permalink | commenti
categoria: istruzioni
giovedì, 23 settembre 2004

 (da "Eco di Bergamo" - Alberto Brasioli)

Quest'anno molti musicisti italiani hanno scritto non solo canzoni, ma anche romanzi e autobiografie. Ma la loro prova letteraria non sempre è convincente. Tranne che per Francesco Guccini.

La sensazione non è di quelle propriamente gradevoli. Si avverte, insomma, un pericolo più serio di quello – pur serissimo – della perdita di quote sempre più rilevanti di mercato nella grande industria e nel made in Italy. È come se (ma forse bisognerebbe dirlo meglio) stessimo progressivamente allontanandoci dal mondo, divaricandoci dalla storia. Quella fornita dall'andamento dei mercati è solo una rappresentazione, o un effetto secondario, di questa specie di deriva sulla quale sembriamo incamminati. E forse anche questo è solo un pensiero un po' così, un po' depressivo. Però potrebbe ugualmente essere utile raccontarne l'origine.

Dunque: tra il febbraio e l'oggi, oltre ad alcuni album dignitosi (Rotary Club of Malindi di Vecchioni) e ad altri decisamente un po' stanchi, sono usciti diversi libri di genere vario (romanzi, autobiografie, confessioni, appunti) nei quali musicisti di stadio e di classifiche hanno fatto mostra di volersi misurare con la parola smusicata.
Parole musicate.
Vinicio Capossela (Non si muore tutte le mattine) e Luciano Ligabue (La neve se ne frega) hanno pubblicato con Feltrinelli delle specie di romanzi che se non fossero loro (Capossela e Ligabue) immagino che nessuno si sarebbe dato la briga di pubblicarli prima e di comperarli poi. Nel celophon della mia copia di Capossela, per esempio, leggo che in aprile il libro era già alla terza edizione. Lo stesso non riporta però il numero della pagina alla quale i lettori non professionali decidono di smettere. Tenderei a supporre che le cifre coincidano.
Elio e le Storie tese raccontano Fiabe centimetropolitane (Bompiani) e sono Animali spiaccicati (Einuadi) in un manualetto per entrare «alla grande nel mondo dei grandi».
Enrico Ruggeri ha raccontato a Massimo Cotto la sua vita e le sue canzoni. Sperling e Kupfer hanno ritenuto conveniente farle conoscere al mondo. Ruggeri ha insegnato anche al liceo classico. Ora ha smesso. Una scelta opportuna.
Raf, supportato da Domenico Liggeri, ha affidato a Mondadori la sua tanto celebre quanto sconsolata domanda sugli anni Ottanta (Cosa resterà
… ). Appunto: cosa resterà? Del suo libro, probabilmente poco, e noi riteniamo che la cosa non gli interessi più di tanto.
Chiaroscuro sas & Pendragons srl si sono messi insieme per consentire a Luca Carboni di tracciare il suo Autoritratto aiutandosi col disegno. Dev'essere un bravo ragazzo, questo Luca Carboni. Però se canta è meglio. I suoi disegni assomigliano davvero troppo a quelli che tutti abbiamo fatto a scuola, nelle ore in cui i prof spiegavano la vuotezza dei pieni e la pienezza dei vuoti e noi eravamo molto, molto distratti.
Ci ha provato (o meglio riprovato) anche Roberto Vecchioni con un titolo e un argomento (Il libraio di Selinunte, Einaudi) che compaiono anche nell'album. Non dev'essere un caso che «riprovare» valga tanto «provare di nuovo» quanto «disapprovare», «biasimare». Ma va bene così. Scrivi Vecchioni, scrivi canzoni e libri, che più ne scrivi più sei bravo, con quel che segue.
Il «la» a questi generi testuali che potremmo chiamare di branding (l'operazione di spalmatura del marchio, secondo la nota tesi della Naomi Klein) lo ha dato forse Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti, sempre da Feltrinelli. Ma Il grande Boh! (1998) – con la bici, le zie, la Patagonia e la ragazza-moglie – era ancora un libro che si manteneva fresco, come le migliori canzoni di quello scaltro figlio di un dipendente vaticano da cui, per altro, non è lecito pretendere molto. Quando va, va. Quando non va, fa niente.
Probabilmente la Pivano aveva un po' esagerato nella sua nota di copertina, perché è certo che non basta guardare il cielo stellato per essere Kerouac o scrivere Patagonia per evocare Sepúlveda, come non basta nominare il dente del Giudizio per apparentarsi al Michelangelo della Sistina. Ma Jovanotti è stato contento lo stesso e così – per sdebitarsi – ha scritto la prefazione a I miei quadrifogli della bella Fernanda (Frassinelli, 2000) che – lo diciamo così, in amicizia – qualcosina di più se lo sarebbe anche meritato.
D'altra parte, un po' se l'è tirata addosso da sola questa sciagurata promozione ad icona vivente del trend tra rabbia spuntata e pseudonostalgia on the road: è andata perfino in tv accanto a Liga, a parlare del suo libro, insinuando elegantemente l'idea che la storia dell'uomo che nasce vecchio era già stata sfruttata (e meglio, aggiungiamo noi) da tale Francis Scott Fitzgerald per uno di quei raccontini – e questo lo ha detto la Pivano – che scriveva per poter comperare le collane alla moglie, la terrificante Zelda. E poi, gentilissima e quasi sottovoce, ha aggiunto, rivolta all'interlocutore appollaiato sullo sgabello accanto: «Ma forse lei non lo aveva letto, questo racconto». No, ovviamente.
Ad ogni modo, per riprendere il discorso iniziale, quello sulle quote di mercato, Jovanotti è importante. Qualche anno fa, in una puntata di «Pinocchio» da Venezia, Lerner gli fece cantare «L'ombelico del mondo» (da Lorenzo 1990-1995 raccolta ). Tra gli ospiti c'era anche Massimo Cacciari, allora sindaco della città. Il regista ebbe l'intuizione di mandare in onda un fulmineo e allibito primo piano del filosofo amministratore intento a chiedere al suo vicino di sedia: «Ma chi è questo qui?» proprio mentre il nostro rapper scandiva la sua celebre dichiarazione: «... Io credo che a questo mondo / esista solo una grande Chiesa / che passa da Che Guevara / e arriva sino a Madre Teresa, / passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano, / arriva da un prete in periferia / che va avanti nonostante il Vaticano…». Al termine dell'esibizione lo stranito Cacciari volle verbalizzare formalmente la sua irritazione per un modo così confuso, al limite della turba psichica, di rappresentarsi la situazione del mondo, ombelico incluso. Pareva realmente stupito che simili affermazioni potessero circolare senza cauzione o guinzaglio.
Insalate russe.
Siamo d'accordo con Cacciari. Il diritto al successo non si nega a nessuno. «Bella» e «Per te» sono – musica e testo – pezzi gradevoli e teneri. Ma le insalate russe (che i russi chiamano però italienne , in francese) tanto bene non fanno. Perché non fanno bene? Perché – musica a parte, che può anche risultare piacevole e ben arrangiata – una cosa almeno mettono in chiaro: che chi le scrive e le canta non ha capito bene chi siano e che cosa abbiano fatto le persone di cui parla o le situazioni cui si riferisce. Talora nemmeno i generi musicali in cui si cimenta.
Scrive Lorenzo nel suo libro: «Io di Socrate non so niente, devo averlo studiato al liceo ma se devo dire la verità faccio un po' di confusione» (capitolo: Atene; esordio. Da leggere con attenzione). Oppure «Io quella poesia non l'ho mai capita, non perché non fosse bella» (capitolo: m'illumino d'immenso. Interessante per genitori che – a loro volta – non capiscono cosa facciano a scuola i loro figli). Potremmo proseguire. Ma, repetita juvant, certo è che il nostro Jovanotti ha fatto il liceo avendo la testa sistematicamente altrove. Dunque: di Socrate, di Ungaretti e di altri non sa niente e lo dice. Ma anche di quelli che nomina nella sua canzone mostra di non sapere molto. Eppure ci costruisce sopra un quasi-proclama universale. E questo non è bello, come non è giusto entrare in campo con la maglia numero dieci vantando, oltre al diritto di non conoscere le regole, l'esaltante piacere di infrangerle a caso. A calcio si gioca per fare goal, non per saltabeccare di qua e di là. Lorenzo, però, non è l'unico dei nostri a trovarsi in questa condizione.
Se si scorrono i disegni di Carboni il caos si ripresenta tale e quale, con associazioni addirittura più conturbanti tra un Crepax non riuscito e crocifissi femmine da copertine dell'Espresso, tra volantini da Chile libre e ossessioni grafiche da conversazioni telefoniche troppo prolungate.
Raf, a differenza dei precedenti, si presenta in maniera più dimessa, come un onesto e rispettabile lavoratore un po' stupito del suo successo e con una vicenda personale molto simile a quella di tanti suoi coetanei. Ma noi siamo della generazione che pensava (e pensa) che le vicissitudini insignificanti dovessero (debbano) rimanere un fatto privato e che comunque non ricevano alcun supplemento di senso dal fatto di essere collocate sotto l'occhio di uno dei tanti Grande Fratello in corso.
La balalaika di Ruggeri.
Di Ruggeri, infine, avevamo già intuito tutto prima di leggere. Da chi ha lasciato che «balalaika» quasi rimasse sciattamente con un inverosimile «faida» in una canzone su Sarajevo – ossia da chi non si piega alle esigenze del rigore formale – non ci si poteva aspettare di più. Con tutto ciò non è che si voglia fare gli schizzinosi. Le canzoni sono canzoni e basta. Non ne facciamo un problema nazionale. Però, però… però poi, nello stesso periodo, da Mondadori è uscito Sting, con «broken music».
Che non soltanto è un libro bellissimo, intelligentemente costruito, scritto con la scioltezza propria di chi lavora molto sul proprio testo, pieno di allegria, umiltà autentica e maschile compassione per le vicende degli uomini e per la sua personale. È anche, e soprattutto, un libro che, narrando in maniera lineare una vita di lavoro, permette di capire con chiarezza come mai Sting è Sting e gli altri non lo sono e perché i Police hanno fatto la storia della musica e altri no. Se si vuole, «broken music» permette di capire come mai l'Inghilterra abbia occupato il mercato mondiale della musica per qualche decennio e noi altro non abbiam potuto far altro che dividerci le briciole di quello nazionale.
La chiave del rebus è di ordine essenzialmente culturale e si trova nei capitoli 10 e 11 di quel libro, là dove appunto si racconta come sia nato uno dei gruppi più famosi del nostro tempo. La storia è davvero interessante perché permette di vedere da vicino come – in ambiti culturalmente lontani anni luce dal nostro – esperienze sociali rilevanti, soprattutto se di emarginazione, riescano a trovare un linguaggio nel quale e mediante il quale riscattarsi quasi senza mediazione aggiunta.
Così, dopo aver suonato per oltre un'ora a velocità folle, durante il primo magico incontro con Stewart Copeland, il batterista nume tutelare del trio, Sting lo ascolta sognare la musica che faranno insieme: «Mi dice che l'interazione fra il trio e l'accresciuta responsabilità di ciascun musicista è una sfida che lo elettrizza… Che la vera arte fiorisce in condizioni di limitazione, che richiedono improvvisazione, innovazione e risoluzione creativa dei problemi. Parla come suona, a raffica, e mi dice che è galvanizzato dalla scena punk, da come questi musicisti dilettanti abbiano buttato alle ortiche finezza e tecnica a vantaggio di un'energia pura e non diluita, e lui vuole farne parte, e spazzerà via tutto come un'onda di marea. […] Se c'è un che di innaturale nella prospettiva di formare una punk band con lui (perché è questo il sottinteso di tutto ciò di cui abbiamo parlato finora), c'è anche un che di irresistibilmente sovversivo. […] Mi fa ascoltare un paio di canzoni che ha scritto, malamente registrate in casa, con parole e musica confezionate su misura per il nuovo corso, e se da un lato mi sembrano superficiali e vuote, dall'altro mi entusiasma la sua energia, il suo esuberante spirito yankee del “possiamo farcela”».
Paradossalmente, il libro di Sting fa capire che per raccontare davvero quel che hanno da dire e per essere realmente propulsivi i musicisti non hanno bisogno, nonché dei libri, nemmeno delle parole. Basta l'energia interna della musica. Se, beninteso, da una parte di musica vera si tratta e, dall'altra, l'esperienza da cui succhia e a cui dà voce e corpo non è semplicemente quella di sabati annoiati di insensatezza.
L'esperienza sociale.
Da noi è proprio questo nodo che si va perdendo. E non perché manchino persone in grado di fare musica, ma perché si va smarrendo, da una parte, l'esperienza sociale e condivisa che ne supporta la forza. E dall'altra – una volta terminato il ciclo della grande canzone napoletana – non disponiamo più (o non ancora) di persone in grado di rappresentare in sé e nella propria tecnica, il succo, l'umore profondo, della condizione che stiamo vivendo. Fatto salvo, forse, il grande Pino Daniele. Che, però e giustamente, non scrive libri, come invece continua fortunatamente a fare un altro grande del nostro panorama, ossia il Francesco della Locomotiva, Guccini, il cui ultimo romanzo, Cittanova blues, Mondadori, è però del 2003.
Guccini, buttiamola così come viene, è più scrittore che musico. È piuttosto quel che dice (proviamo a precisare meglio: sono il lessico e la sintassi che ne supportano la voce) a parlare dell'epoca tragicamente variegata che i suoi quasi due metri e la sua chitarra hanno attraversato in solitaria. La musica di Guccini, insomma, sembra più destinata a moltiplicare e innervare le sonorità della parlata che a proporsi come suono di una esperienza comune e profondamente condivisa. Guccini è un solitario che si racconta, non una società che si esprime in un ritmo, in una energia sonora.
La musica sua vera è quella che si ascolta leggendo la trilogia Croniche - Vacca - Cittanova, se si è così fortunati da sentirsela dentro o per aver passato molto tempo sul crinale tra Bologna e Firenze o per aver vissuto da una delle due parti avendo parenti dell'altra. Sotto questo aspetto quei libri sono davvero affascinanti e quelle sue canzoni anche. Ma i Police sono davvero un'altra cosa. Un altro mondo. Lontanissimo.

 

Non ho letto tutti i libri qui citati dal nostro "critico", ma "Il libraio di Selinunte" l'ho letto e riletto.

Nell'articolo del Brasioli si può anche “leggere” una simpatica ironia... ma, almeno per quanto riguarda Vecchioni, più di questo non ci trasmette. Del libro, infatti, non ci dice proprio nulla, oltre all'improvvisar la fin troppo scontata battuta "Scrivi Vecchioni, che più scrivi e più sei bravo...".

Mi viene quasi da domandarmi se l'autore dell'articolo abbia effettivamente letto l'ultimo romanzo di Vecchioni, e i suoi precedenti, prima di scriverci il suo pensiero al riguardo.

Il Brasioli ci parla di "cantautori smarriti nelle parole" e a me sorge qualche dubbio sul fatto che una storica enciclopedia come la Treccani possa richiedere ad un "cantautore smarrito nelle parole" di scrivere per loro. Così come mi lascia sbalordita l'idea che dopo 30 anni di onorato insegnamento della lingua italiana, latina e greca al più rinomato liceo classico di Milano, scopriamo che il Professore in realtà era "smarrito nelle sue stesse parole". E chi ebbe l'ardore di chiamare questo docente "perso" ad insegnare anche all'Università?

Nell'articolo citato, il critico ci propone un minestrone, dove mescola favole e romanzi a semplici autobiografie.

Io non mi esprimerò, a priori, su libri che non ho letto; non mi esprimerò neppure su Il libraio di Selinunte dove Vecchioni ci "mette in guardia" dalla perdita dell'uso proprio delle parole.

Mi limiterò a lasciar parlare lo scrittore perso nelle sue parole perchè meglio di lui non saprei mai fare.

 

La mia città non si chiama Selinunte, anzi, non si chiama proprio.
Si chiamava così una volta, quando alle cose corrispondevano i nomi.
Oggi qui non si comunica più a parole, ma a codici ; a volte semplici, a volte complessi, fatti di segni mischiati a segni.
Le esigenze primarie (che so io, "ho fame", "vieni da me", "ci vediamo domani","non te lo vendo", "ti odio") non sono poi così difficili da far capire e quindi la vita va avanti piuttosto normalmente, a parte qualche goffo equivoco che resta comunque confinato qui: poco danno, visto che dalla città non usciamo quasi più da tempo immemorabile, un po' per vergogna, un po' perchè non riusciamo a intenderci col resto del mondo.
Ce la caviamo. Di solito si mantengono gli impegni e non si equivoca sulla persona da sposare.
I bambini si divertono, non come ovunque, ma come qui: tutti i giochi sono manuali o matematici e quando uno indovina e arriva prima degli altri vuol dire che ha vinto.
Le scuole di comunicazione (primarie e secondarie) sono affollatissime e durano anni, d'altronde sono le sole, altre non ce n'è, perchè non sappiamo insegnare nulla.

 

[...]
L’avevo spiegato male, lo sapevo. Ma volevo solo capisse che ci sono idee perse nel tempo e attraverso il tempo: e che arrivano fino a noi. Che una storia entra in un’altra e noi siamo l’ultima pagina soltanto. Che c’è un ‘prima’, c’è un ‘durante’, c’è un mare di cose nell’animo umano e non questa miseria senza parole che stiamo vivendo oggi a Selinunte.

 

[...]
tutte le parole scritte dagli uomini sono forsennato amore non corrisposto; sono un diario frettoloso e incerto che dobbiamo riempire di corsa, perché tempo ce n'è poco. Un immenso diario che teniamo per Dio, per non recarci a mani vuote all'appuntamento.

 

e poi vi inserisco una recensione "diversa"

 

Un critico ha definito quest’ultima prova di Vecchioni un “romanzo-canzone”, formula efficace e azzeccata, ma direi che questo racconto, questa storia è molto di più. Come lo stesso autore ha più volte detto, i testi di una canzone si esauriscono in un impatto di pochi minuti e devono avere la capacità di coinvolgere chi ascolta in quel breve lasso di tempo: altro è la letteratura, altro la poesia… Ed è qui appunto la differenza sostanziale: la lettura di un romanzo, sia pur breve, richiede del tempo e una poesia impone una riflessione che non si esaurisce nell’emozione di un momento. Le parole che leggiamo o che ascoltiamo recitate, la letteratura di tutti i tempi e di tutti i paesi, sono la nostra storia, quella collettiva e quella individuale e sono la possibilità di comunicare sentimenti e forse anche di provarli. Potere della parola, potere di chi l’ha usata con arte e regalandola a chi legge lo ha reso depositario di una grande eredità. Vecchioni professore, oltre che autore di canzoni. Assertore del grande ruolo civilizzatore della tradizione greca e della sua grande letteratura che ha saputo rappresentare tutte le possibili passioni degli uomini, che è stata creatrice del pensiero occidentale, così il citare Saffo (di cui lui stesso traduce il frammento riportato nel racconto) o Sofocle non è assolutamente esibizione erudita, ma impellenza intellettuale. La storia, una bella favola triste, coinvolge soprattutto per come viene narrata: anche qui sono le parole dell’autore a trattenere sulla pagina il lettore. Ma oltre a parabola sulla funzione della letteratura Il libraio di Selinunte è anche denuncia della rozzezza di chi teme e disprezza chi è diverso, soprattutto se il suo ruolo è intellettuale, se non aspira al denaro (perché il libraio non vende i suoi libri, ma li legge?), ma si rivolge semplicemente alle intelligenze, ai sentimenti degli uomini attraverso le parole dei grandi scrittori. La violenza che caccerà quell’uomo inerme è appunto l’arma di chi non sa usare l’intelletto e ne ha paura. Il ragazzino che ha raccolto l’eredità del libraio lo ha potuto fare solo infrangendo le regole del villaggio e della famiglia, regole di una società sempre più povera, di un mondo che vive di slogan, ormai afono o balbettante, regredito in nome del progresso.

postato da: maria963 alle ore 19:53 | Permalink | commenti
categoria: occhio ai critici
martedì, 21 settembre 2004

I poeti son giovani e belli
e portano in cuore
la luce del sole
e un canto d'uccelli;
e la strada del borgo natio,
la pioggia sui tetti
la povera gente amata da Dio.
Poesia, poesia,
deh proteggimi ovunque io sia!
poesia, poesia.
I poeti son vecchi signori
che mangian le stelle
distesi sui prati
delle loro ville,
e s'inventano zingare e more
per farsi credibili agli occhi del mondo
col loro dolore.
Poesia, poesia, poesia, poesia.
I poeti si fanno le pippe
coi loro ricordi:
la casa, la mamma, le cose che perdi;
e poi strisciano sui congiuntivi:
se fossi, se avessi, se avessi e se fossi,
se fossimo vivi.
Poesia, poesia,
deh proteggimi ovunque io sia!
poesia, poesia.
I poeti hanno visto la guerra
con gli occhi degli altri
che tanto per vivere han perso la pelle;
così scrivon piangendo cipolle
su barbe profetiche intinte nel vino
che pure gli serve.
Poesia, poesia,
Poesia, poesia.
I poeti son liberi servi di re e cardinali
che van ripetendo noi siam tutti uguali;
e si tingono di rosso vivo
ciascuno pensando "Il giorno del nobel
farò l'antidivo".
Poesia, poesia,
deh proteggimi ovunque io sia!
poesia, poesia.
I poeti sono litri di vino bevuti per noia,
per scriver parole davanti al mattino,
mentre sognano bambine nude
che uscendo da scuola
li prendon per mano e gli danno la viola.
Poesia, poesia,
Poesia, poesia.
I poeti son giovani stanchi che servon lo stato
sputandogli in faccia perché sia dannato,
e sbandierano cieli e fontane,
messaggi e colombe,
a noi le campane, ai ricchi le trombe.
Poesia, poesia.

Questo scriveva Roberto Vecchioni nella canzone "I poeti" dell'album "Ipertensione", uscito nel 1975.
Scrive Secondiano Sacchi: "Alla parola d'ordine e al proclama tribunizio [Roberto] contrappone l'accezione greca del verbo poetare, fare. Poeta è, per Roberto, Rimbaud con il suo furore nel ribaltare le parole, invertire il senso fino allo sputo; è il sommesso e aristocratico Konstantinos Kavafis che rimescola mito, storia ed esperienza personale; è Pablo Neruda con la coerenza della sua comunicazione poetica di segno popolare."
Roberto al Club Tenco dirà: "Bisogna vedere di fare un certo distinguo tra cantautore e cantautore; c'è chi parte diritto per una lotta progressiva (e ne abbiamo parecchi esempi anche qui in sala) e c'è chi rimane un po' infangato, c'è chi si lascia prendere dal suo egocentrismo, da un certo esibizionismo che è tipico di quasi tutti i cantautori italiani, anche di quelli carpentieri di giaculatorie intellettuali e di quelli che fanno della parola il sacro mostro della loro attività. C'è qualche altro cantautore che, invece, ha un curriculum, anzi più che un curriculum un iter molto difficoltoso, molto difficile. Mi riferisco anche a me, perché il mio iter è stato piuttosto complicato: ovvero una partenza assolutamente borghese dovuta all'educazione e ad altre cose e una conquista veramente lenta, difficile delle posizioni più giuste. Ma, naturalmente, ci si lascia dietro una testimonianza notevole di quella che è stata la partenza, di quella che è stata la prosecuzione. Questa testimonianza sono le canzoni, che non si possono cancellare. Ovvero un cantautore ha una sua dialettica ben precisa: cioè arriva a un risultato. Anche perché tutti gli errori che ha commesso, sembrerà retorico ma è così, gli hanno permesso delle possibilità, gli hanno dato dei vantaggi. Oggi, secondo me, non esiste nessuna altra possibilità di tematica per un cantautore se non quella della sfera sociale".

Non servono certamente molte letture più approfondite per cogliere, in questi versi, la critica ad un certo modo d'interpretar la poesia e i poeti.

Più curiosa, invece, la prima versione di questa canzone che Roberto scrive un anno prima, versione che rimarrà praticamente sconosciuta.

I poeti son vecchi bavosi
che mangiano stelle
ma sognano bimbe
che bacian le palle
e scrivendo di un mondo futuro
di pace e di popoli
controllano sempre
se a volte vien duro.
Poesia, Poesia.
Meno male che
io non so scrivere né cantare
sono poco intellettuale
meno male che
mi stanno odiose le bambine
fanno la cacca come i cani
meno male che
se mi vien voglia di te
non ti scrivo, non ci metto in mezzo il mondo
perchè
i poeti han visto le guerre
con gli occhi degli altri
che tanto per vivere
han persona la pelle
e poi cantan piangendo cipolle
in barbe profetiche
intinte nel vino
che pure gli serve.
Poesia, Poesia.
I poeti son liberi servi
di re e cardinali
che van ripetendo
noi siam tutti uguali
per poi dire: venite fanciulli
mostrateci il fiore
è solo l'amore
che ci fa fratelli.
Poesia, Poesia,
Poesia, Poesia.
Meno male che
non faccio il bello con la guerra
piangendo lacrime di serra
meno male che
farlo con gli uomini non mi viene
la vecchia figa va sempre bene
meno male che
scopo quasi sempre te
e non rischio di passare per poeta
perchè
i poeti si fanno le pippe
coi loro ricordi
la casa la madre
le cose che perdi
e poi strisciano sui congiuntivi
se fossi se avessi
avessimo fossimo
fossimo vivi.
I poeti son litri di vino
bevuti per noia
per scriver parole
davanti al mattino
mentre sognano bambine nude
che uscendo di scuola
li prendon per mano
e gli offron la viola.
Poesia, Poesia,
Poesia, Poesia.
Meno male che
non c'è più niente che ricordo
e son felice di quel che perdo
meno male che
non ho bambine da raggirare
le caramelle costano care
meno male che
se mi vien voglia di te
non ti scrivo, tantomeno mi dispero
perchè
i poeti son giovan stanchi
che servon lo Stato
sputandogli in faccia
perché sia dannato
figurarsi se provocan bile
qui l'unica voce
che non puoi smentire
la canta il fucile
ma, i poeti non sono parole
son vanghe e sudore
e sangue che batte
e che passa dal cuore
i poeti non scrivono niente
non spaccano il mondo
e giuro piangendo che questo vuol dire
poesia, poesia.

Questa versione, più vecchia, è certamente meno ricercata. Credo che tutto il senso sia riassumibile negli ultimi versi, che è poi il messaggio che Roberto continuerà a trasmettere nei suoi anni futuri.
La canzone, in realtà, che tende a "non salvar nessuno", finirà per colpire solamente Roberto.

postato da: maria963 alle ore 17:14 | Permalink | commenti
categoria: i poeti
lunedì, 20 settembre 2004

Quando sarò capace di amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
e di far l'amore con mia madre in sogno.
Quando sarò capace di amare
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.
Quando sarò capace di amare
vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.
Vorrò una donna che se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.
Quando sarò capace di amare
vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.
Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.
Quando sarò capace di amare
farò l'amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.
E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l'animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.
Quando sarò capace d'amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere
un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.
Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.
Così vorrei amare.

Cosa dire di più sull'amore? Un'analisi così intensa di tutte le "insidie" che spesso confondiamo per amore "con la mia donna non avrò nemmeno la prepotenza e la fragilità di un uomo bambino". Giorgio Gaber ha "scalfito" l'amore fra un uomo e una donna in tutte le sue pieghe più profonde, cercando di vederlo con la più assoluta sincerità. Forse nessuno di noi saprà mai avere questa capacità d'amare... ma chi non vorrebbe "un amore così"? "non come quando io ragiono ma come quando respiro [...] senza altre strane deviazioni che se anche il fiume le potesse avere andrebbe sempre al mare".

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categoria: le canzoni d autore
lunedì, 20 settembre 2004

(dalle dispense del corso "forme di poesia in musica" e dalla definizione del termine "canzone d'autore" sull'enciclopedia Treccani - di Roberto Vecchioni)

La canzone d’arte (o d’autore) nasce di botto. Nasce in Italia da un giorno all’altro, senza precise avvisaglie, senza segnali forti, senza una storia, una progressione, una conquista sistematica di terreno, come al saltar di un tappo schizza fuori champagne compresso, trattenuto oltre il limite. E nasce altrove, da altre forme rispetto alla "canzone italiana" di cui non si cura e dalla quale attinge poco o niente. Perché? [...]

La canzone d'autore, pur partendo da due modelli semantici preesisenti (il linguaggio poetico e la notazione musicale) non si presenta come somma aritmetica dell'uno e dell'altra.
Essa è già alla sua origine unità inscindibile di racconto elaborato su figure letterarie proprie e tessuto metrico che accompagna liberamente le parole.
Non si possono separare musica e testo e non si può prescindere dall'interpretazione che diventa terzo elemento semantico essenziale: siamo di fronte alla nascita di una forma d'arte e più particolarmente di un genere letterario nuovo.
Della tecnica poetica la canzone d'autore assume sì le figure retoriche tipo metafore, analogie, sinestesie, ma le popolarizza a livello di referenza: il segreto sta nell'accorciare le distanze tra i due campi di lettura delle metafore (vero-traslato) e delle allegorie (simbolo-realtà), consentendo un'emozione cosciente e un godimento immediato, una volta che si sia "sentito" appieno il nesso logico tra immagine e senso.
Per giungere a questo la canzone d'autore elimina, della poesia ufficiale, quella indecifrabilità del tempo e dello spazio, collocando la storia o i sentimenti di una storia in coordinate per lo più reali: e anche là dove gioca sull'immaginario, si tratta di un immaginario collettivo già insito in chi ascolta e facile a riconoscersi.
Anche nella sua costituente melodica la canzone d'autore "rompe" decisamente col passato. Il testo non è più un valore aggiunto, servo della melodia e prigioniero in una gabbia di note e accenti intoccabili; vien meno la rigidità dello schema "strofa-ritornello", le parti melodiche possono diventare tre, quattro, ripetersi assomigliandosi e differenziandosi o uniformarsi monodicamente.
I canoni di lunghezza e brevità sono dettati dal contenuto, dal grado di intensità sentimentale Scompare la ricerca spasmodica di "sparate" melodiche, si attenua la ricerca stilistica, non c'è più perfezione armonica, nè attenzione alla variabilità degli accordi. Paoli dirà "abbiamo scritto belle canzoni, perchè non sapevamo scrivere canzoni".

[...]

Dai "media" irrompono altri suoni ed altre voci che vengono dalla Francia e da oltre l’oceano: i ragazzi li copiano, li strimpellano, li riproducono, non importa che siano jazz o rock, o ballate o lagne transalpine; quel che conta è differenziarsi, gratificare il proprio ribellismo, il malcontento, la voglia di nuovo che cattura i più ricettivi, i più scontenti, i più irrequieti (vedi De Andrè, Tenco, Gaber, Jannacci) e li proietta in una dimensione creativa, aperta, vasta, nuovissima, perché il campo è vergine e sterminato.
Questa irrequietezza è quasi sempre supportata da una buona cultura, da buone letture: guardar fuori e imitare senza paura; semplificare il linguaggio e avvicinarlo al "parlato", a una prosa moderna; privilegiare i sentimenti "veri" eliminando i sentimentalismi; tratti, tutti questi, a parte il grande afflato di popolo, tipici del romanticismo.
La canzone d’autore diventa così rottura piena e consapevole e punto ante quem non, pietra miliare, segnale di partenza.

[...]

L’importante è che in pochissimi anni questa "forma" ha trovato già una sua organizzazione, sulla scia di un manifesto mai scritto, ma teoricamente e concretamente condiviso e ha dato il via ad un percorso di esternazione e comunicazione poetica parallelo e differente da quello della poesia, creandosi uno spazio semantico e contenutistico tutto suo, ancor oggi in fieri, ma già collocabile tra le espressioni d’arte del ‘900.

[...]

Le loro tematiche partono da un rifiuto generazionale dei miti sociali, delle strutture secolari, delle verità rivelate dei padri. A questi massimalismi storici essi oppongono minimalismi esistenziali; alle certezze, dubbi continui; al benessere, al quieto vivere l’incertezza, la trasgressione, l’errore.
C’è in loro come "un malessere diffuso, un mal di vivere non ben inquadrato, una tensione verso ideali d’amore e libertà che non sanno realizzare a piano, una sorte di "nausea" sartriana, difficile da identificare".

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categoria: canzone d autore
lunedì, 20 settembre 2004

è proprio questo il fine che ci prefiggeremo, con questa nuova sezione de "il cielo capovolto" !

Roberto Vecchioni (ancora lui) ha tenuto un corso universitario all'università degli Studi di Torino, nel triennio 2000-2003, sulle "forme di poesia in musica".
Ho avuto il piacere di partecipare l'ultimo anno e di leggere le dispense da lui scritte in proposito. Se questa forma di letteratura mi ha sempre affascinato, dopo non ho potuto che amarla maggiormente ed essere "stuzzicata" dal desiderio di approfondire sempre più il tema.
Libri, convegni... e ancora "ascolto", ascolto... ascolto. Ma tutto ciò non mi basta! Io credo nel confronto; lo studio in "gruppo" mi ha sempre stimolato: l'occhio "suo" potrà vedere un aspetto "nuovo" per me; da "trascorsi" diversi sono possibili interpretazioni differenti.

Ed è questo "confronto" lo scopo che mi prefiggo di raggiungere insieme a tutti gli amici che vorranno partecipare a questa "nuova esperienza".
Partendo da poesie, canzoni, romanzi, interventi, interviste... di Roberto Vecchioni, ma non solo di lui, cercheremo insieme di "confrontarci", sia sugli aspetti più "tecnici" della letteratura (per chi ne è in grado), fino a giungere a tutte quelle emozioni che suscitano in noi.

Al fine di evitare che questo spazio possa diventare un doppione del "forum", l'ho strutturato con modalità differenti. Agli appassionati di Vecchioni o di altri autori per parlare di "tutto di più" non mancano certamente spazi adatti (forum, chat...). In questo spazio vorrei indirizzare gli interventi sul titolo in testata.
Per questo motivo chiunque potrà inserire il proprio commento sull'argomento proposto; chi vorrà proporre nuovi argomenti di discussione, potrà comunicarmelo per email (
maria@alberticopyright.it) e provvederò, se inerente, a inserirlo, citandone l'autore.

Ciao a tutti

postato da: maria963 alle ore 18:13 | Permalink | commenti (4)
categoria: perche un blog