(da "Eco di Bergamo" - Alberto Brasioli)
Quest'anno molti musicisti italiani hanno scritto non solo canzoni, ma anche romanzi e autobiografie. Ma la loro prova letteraria non sempre è convincente. Tranne che per Francesco Guccini.
La sensazione non è di quelle propriamente gradevoli. Si avverte, insomma, un pericolo più serio di quello – pur serissimo – della perdita di quote sempre più rilevanti di mercato nella grande industria e nel made in Italy. È come se (ma forse bisognerebbe dirlo meglio) stessimo progressivamente allontanandoci dal mondo, divaricandoci dalla storia. Quella fornita dall'andamento dei mercati è solo una rappresentazione, o un effetto secondario, di questa specie di deriva sulla quale sembriamo incamminati. E forse anche questo è solo un pensiero un po' così, un po' depressivo. Però potrebbe ugualmente essere utile raccontarne l'origine.
Dunque: tra il febbraio e l'oggi, oltre ad alcuni album dignitosi (Rotary Club of Malindi di Vecchioni) e ad altri decisamente un po' stanchi, sono usciti diversi libri di genere vario (romanzi, autobiografie, confessioni, appunti) nei quali musicisti di stadio e di classifiche hanno fatto mostra di volersi misurare con la parola smusicata.
Parole musicate.
Vinicio Capossela (Non si muore tutte le mattine) e Luciano Ligabue (La neve se ne frega) hanno pubblicato con Feltrinelli delle specie di romanzi che se non fossero loro (Capossela e Ligabue) immagino che nessuno si sarebbe dato la briga di pubblicarli prima e di comperarli poi. Nel celophon della mia copia di Capossela, per esempio, leggo che in aprile il libro era già alla terza edizione. Lo stesso non riporta però il numero della pagina alla quale i lettori non professionali decidono di smettere. Tenderei a supporre che le cifre coincidano.
Elio e le Storie tese raccontano Fiabe centimetropolitane (Bompiani) e sono Animali spiaccicati (Einuadi) in un manualetto per entrare «alla grande nel mondo dei grandi».
Enrico Ruggeri ha raccontato a Massimo Cotto la sua vita e le sue canzoni. Sperling e Kupfer hanno ritenuto conveniente farle conoscere al mondo. Ruggeri ha insegnato anche al liceo classico. Ora ha smesso. Una scelta opportuna.
Raf, supportato da Domenico Liggeri, ha affidato a Mondadori la sua tanto celebre quanto sconsolata domanda sugli anni Ottanta (Cosa resterà… ). Appunto: cosa resterà? Del suo libro, probabilmente poco, e noi riteniamo che la cosa non gli interessi più di tanto.
Chiaroscuro sas & Pendragons srl si sono messi insieme per consentire a Luca Carboni di tracciare il suo Autoritratto aiutandosi col disegno. Dev'essere un bravo ragazzo, questo Luca Carboni. Però se canta è meglio. I suoi disegni assomigliano davvero troppo a quelli che tutti abbiamo fatto a scuola, nelle ore in cui i prof spiegavano la vuotezza dei pieni e la pienezza dei vuoti e noi eravamo molto, molto distratti.
Ci ha provato (o meglio riprovato) anche Roberto Vecchioni con un titolo e un argomento (Il libraio di Selinunte, Einaudi) che compaiono anche nell'album. Non dev'essere un caso che «riprovare» valga tanto «provare di nuovo» quanto «disapprovare», «biasimare». Ma va bene così. Scrivi Vecchioni, scrivi canzoni e libri, che più ne scrivi più sei bravo, con quel che segue.
Il «la» a questi generi testuali che potremmo chiamare di branding (l'operazione di spalmatura del marchio, secondo la nota tesi della Naomi Klein) lo ha dato forse Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti, sempre da Feltrinelli. Ma Il grande Boh! (1998) – con la bici, le zie, la Patagonia e la ragazza-moglie – era ancora un libro che si manteneva fresco, come le migliori canzoni di quello scaltro figlio di un dipendente vaticano da cui, per altro, non è lecito pretendere molto. Quando va, va. Quando non va, fa niente.
Probabilmente la Pivano aveva un po' esagerato nella sua nota di copertina, perché è certo che non basta guardare il cielo stellato per essere Kerouac o scrivere Patagonia per evocare Sepúlveda, come non basta nominare il dente del Giudizio per apparentarsi al Michelangelo della Sistina. Ma Jovanotti è stato contento lo stesso e così – per sdebitarsi – ha scritto la prefazione a I miei quadrifogli della bella Fernanda (Frassinelli, 2000) che – lo diciamo così, in amicizia – qualcosina di più se lo sarebbe anche meritato.
D'altra parte, un po' se l'è tirata addosso da sola questa sciagurata promozione ad icona vivente del trend tra rabbia spuntata e pseudonostalgia on the road: è andata perfino in tv accanto a Liga, a parlare del suo libro, insinuando elegantemente l'idea che la storia dell'uomo che nasce vecchio era già stata sfruttata (e meglio, aggiungiamo noi) da tale Francis Scott Fitzgerald per uno di quei raccontini – e questo lo ha detto la Pivano – che scriveva per poter comperare le collane alla moglie, la terrificante Zelda. E poi, gentilissima e quasi sottovoce, ha aggiunto, rivolta all'interlocutore appollaiato sullo sgabello accanto: «Ma forse lei non lo aveva letto, questo racconto». No, ovviamente.
Ad ogni modo, per riprendere il discorso iniziale, quello sulle quote di mercato, Jovanotti è importante. Qualche anno fa, in una puntata di «Pinocchio» da Venezia, Lerner gli fece cantare «L'ombelico del mondo» (da Lorenzo 1990-1995 raccolta ). Tra gli ospiti c'era anche Massimo Cacciari, allora sindaco della città. Il regista ebbe l'intuizione di mandare in onda un fulmineo e allibito primo piano del filosofo amministratore intento a chiedere al suo vicino di sedia: «Ma chi è questo qui?» proprio mentre il nostro rapper scandiva la sua celebre dichiarazione: «... Io credo che a questo mondo / esista solo una grande Chiesa / che passa da Che Guevara / e arriva sino a Madre Teresa, / passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano, / arriva da un prete in periferia / che va avanti nonostante il Vaticano…». Al termine dell'esibizione lo stranito Cacciari volle verbalizzare formalmente la sua irritazione per un modo così confuso, al limite della turba psichica, di rappresentarsi la situazione del mondo, ombelico incluso. Pareva realmente stupito che simili affermazioni potessero circolare senza cauzione o guinzaglio.
Insalate russe.
Siamo d'accordo con Cacciari. Il diritto al successo non si nega a nessuno. «Bella» e «Per te» sono – musica e testo – pezzi gradevoli e teneri. Ma le insalate russe (che i russi chiamano però italienne , in francese) tanto bene non fanno. Perché non fanno bene? Perché – musica a parte, che può anche risultare piacevole e ben arrangiata – una cosa almeno mettono in chiaro: che chi le scrive e le canta non ha capito bene chi siano e che cosa abbiano fatto le persone di cui parla o le situazioni cui si riferisce. Talora nemmeno i generi musicali in cui si cimenta.
Scrive Lorenzo nel suo libro: «Io di Socrate non so niente, devo averlo studiato al liceo ma se devo dire la verità faccio un po' di confusione» (capitolo: Atene; esordio. Da leggere con attenzione). Oppure «Io quella poesia non l'ho mai capita, non perché non fosse bella» (capitolo: m'illumino d'immenso. Interessante per genitori che – a loro volta – non capiscono cosa facciano a scuola i loro figli). Potremmo proseguire. Ma, repetita juvant, certo è che il nostro Jovanotti ha fatto il liceo avendo la testa sistematicamente altrove. Dunque: di Socrate, di Ungaretti e di altri non sa niente e lo dice. Ma anche di quelli che nomina nella sua canzone mostra di non sapere molto. Eppure ci costruisce sopra un quasi-proclama universale. E questo non è bello, come non è giusto entrare in campo con la maglia numero dieci vantando, oltre al diritto di non conoscere le regole, l'esaltante piacere di infrangerle a caso. A calcio si gioca per fare goal, non per saltabeccare di qua e di là. Lorenzo, però, non è l'unico dei nostri a trovarsi in questa condizione.
Se si scorrono i disegni di Carboni il caos si ripresenta tale e quale, con associazioni addirittura più conturbanti tra un Crepax non riuscito e crocifissi femmine da copertine dell'Espresso, tra volantini da Chile libre e ossessioni grafiche da conversazioni telefoniche troppo prolungate.
Raf, a differenza dei precedenti, si presenta in maniera più dimessa, come un onesto e rispettabile lavoratore un po' stupito del suo successo e con una vicenda personale molto simile a quella di tanti suoi coetanei. Ma noi siamo della generazione che pensava (e pensa) che le vicissitudini insignificanti dovessero (debbano) rimanere un fatto privato e che comunque non ricevano alcun supplemento di senso dal fatto di essere collocate sotto l'occhio di uno dei tanti Grande Fratello in corso.
La balalaika di Ruggeri.
Di Ruggeri, infine, avevamo già intuito tutto prima di leggere. Da chi ha lasciato che «balalaika» quasi rimasse sciattamente con un inverosimile «faida» in una canzone su Sarajevo – ossia da chi non si piega alle esigenze del rigore formale – non ci si poteva aspettare di più. Con tutto ciò non è che si voglia fare gli schizzinosi. Le canzoni sono canzoni e basta. Non ne facciamo un problema nazionale. Però, però… però poi, nello stesso periodo, da Mondadori è uscito Sting, con «broken music».
Che non soltanto è un libro bellissimo, intelligentemente costruito, scritto con la scioltezza propria di chi lavora molto sul proprio testo, pieno di allegria, umiltà autentica e maschile compassione per le vicende degli uomini e per la sua personale. È anche, e soprattutto, un libro che, narrando in maniera lineare una vita di lavoro, permette di capire con chiarezza come mai Sting è Sting e gli altri non lo sono e perché i Police hanno fatto la storia della musica e altri no. Se si vuole, «broken music» permette di capire come mai l'Inghilterra abbia occupato il mercato mondiale della musica per qualche decennio e noi altro non abbiam potuto far altro che dividerci le briciole di quello nazionale.
La chiave del rebus è di ordine essenzialmente culturale e si trova nei capitoli 10 e 11 di quel libro, là dove appunto si racconta come sia nato uno dei gruppi più famosi del nostro tempo. La storia è davvero interessante perché permette di vedere da vicino come – in ambiti culturalmente lontani anni luce dal nostro – esperienze sociali rilevanti, soprattutto se di emarginazione, riescano a trovare un linguaggio nel quale e mediante il quale riscattarsi quasi senza mediazione aggiunta.
Così, dopo aver suonato per oltre un'ora a velocità folle, durante il primo magico incontro con Stewart Copeland, il batterista nume tutelare del trio, Sting lo ascolta sognare la musica che faranno insieme: «Mi dice che l'interazione fra il trio e l'accresciuta responsabilità di ciascun musicista è una sfida che lo elettrizza… Che la vera arte fiorisce in condizioni di limitazione, che richiedono improvvisazione, innovazione e risoluzione creativa dei problemi. Parla come suona, a raffica, e mi dice che è galvanizzato dalla scena punk, da come questi musicisti dilettanti abbiano buttato alle ortiche finezza e tecnica a vantaggio di un'energia pura e non diluita, e lui vuole farne parte, e spazzerà via tutto come un'onda di marea. […] Se c'è un che di innaturale nella prospettiva di formare una punk band con lui (perché è questo il sottinteso di tutto ciò di cui abbiamo parlato finora), c'è anche un che di irresistibilmente sovversivo. […] Mi fa ascoltare un paio di canzoni che ha scritto, malamente registrate in casa, con parole e musica confezionate su misura per il nuovo corso, e se da un lato mi sembrano superficiali e vuote, dall'altro mi entusiasma la sua energia, il suo esuberante spirito yankee del “possiamo farcela”».
Paradossalmente, il libro di Sting fa capire che per raccontare davvero quel che hanno da dire e per essere realmente propulsivi i musicisti non hanno bisogno, nonché dei libri, nemmeno delle parole. Basta l'energia interna della musica. Se, beninteso, da una parte di musica vera si tratta e, dall'altra, l'esperienza da cui succhia e a cui dà voce e corpo non è semplicemente quella di sabati annoiati di insensatezza.
L'esperienza sociale.
Da noi è proprio questo nodo che si va perdendo. E non perché manchino persone in grado di fare musica, ma perché si va smarrendo, da una parte, l'esperienza sociale e condivisa che ne supporta la forza. E dall'altra – una volta terminato il ciclo della grande canzone napoletana – non disponiamo più (o non ancora) di persone in grado di rappresentare in sé e nella propria tecnica, il succo, l'umore profondo, della condizione che stiamo vivendo. Fatto salvo, forse, il grande Pino Daniele. Che, però e giustamente, non scrive libri, come invece continua fortunatamente a fare un altro grande del nostro panorama, ossia il Francesco della Locomotiva, Guccini, il cui ultimo romanzo, Cittanova blues, Mondadori, è però del 2003.
Guccini, buttiamola così come viene, è più scrittore che musico. È piuttosto quel che dice (proviamo a precisare meglio: sono il lessico e la sintassi che ne supportano la voce) a parlare dell'epoca tragicamente variegata che i suoi quasi due metri e la sua chitarra hanno attraversato in solitaria. La musica di Guccini, insomma, sembra più destinata a moltiplicare e innervare le sonorità della parlata che a proporsi come suono di una esperienza comune e profondamente condivisa. Guccini è un solitario che si racconta, non una società che si esprime in un ritmo, in una energia sonora.
La musica sua vera è quella che si ascolta leggendo la trilogia Croniche - Vacca - Cittanova, se si è così fortunati da sentirsela dentro o per aver passato molto tempo sul crinale tra Bologna e Firenze o per aver vissuto da una delle due parti avendo parenti dell'altra. Sotto questo aspetto quei libri sono davvero affascinanti e quelle sue canzoni anche. Ma i Police sono davvero un'altra cosa. Un altro mondo. Lontanissimo.
Non ho letto tutti i libri qui citati dal nostro "critico", ma "Il libraio di Selinunte" l'ho letto e riletto.
Nell'articolo del Brasioli si può anche “leggere” una simpatica ironia... ma, almeno per quanto riguarda Vecchioni, più di questo non ci trasmette. Del libro, infatti, non ci dice proprio nulla, oltre all'improvvisar la fin troppo scontata battuta "Scrivi Vecchioni, che più scrivi e più sei bravo...".
Mi viene quasi da domandarmi se l'autore dell'articolo abbia effettivamente letto l'ultimo romanzo di Vecchioni, e i suoi precedenti, prima di scriverci il suo pensiero al riguardo.
Il Brasioli ci parla di "cantautori smarriti nelle parole" e a me sorge qualche dubbio sul fatto che una storica enciclopedia come la Treccani possa richiedere ad un "cantautore smarrito nelle parole" di scrivere per loro. Così come mi lascia sbalordita l'idea che dopo 30 anni di onorato insegnamento della lingua italiana, latina e greca al più rinomato liceo classico di Milano, scopriamo che il Professore in realtà era "smarrito nelle sue stesse parole". E chi ebbe l'ardore di chiamare questo docente "perso" ad insegnare anche all'Università?
Nell'articolo citato, il critico ci propone un minestrone, dove mescola favole e romanzi a semplici autobiografie.
Io non mi esprimerò, a priori, su libri che non ho letto; non mi esprimerò neppure su Il libraio di Selinunte dove Vecchioni ci "mette in guardia" dalla perdita dell'uso proprio delle parole.
Mi limiterò a lasciar parlare lo scrittore perso nelle sue parole perchè meglio di lui non saprei mai fare.
La mia città non si chiama Selinunte, anzi, non si chiama proprio.
Si chiamava così una volta, quando alle cose corrispondevano i nomi.
Oggi qui non si comunica più a parole, ma a codici ; a volte semplici, a volte complessi, fatti di segni mischiati a segni.
Le esigenze primarie (che so io, "ho fame", "vieni da me", "ci vediamo domani","non te lo vendo", "ti odio") non sono poi così difficili da far capire e quindi la vita va avanti piuttosto normalmente, a parte qualche goffo equivoco che resta comunque confinato qui: poco danno, visto che dalla città non usciamo quasi più da tempo immemorabile, un po' per vergogna, un po' perchè non riusciamo a intenderci col resto del mondo.
Ce la caviamo. Di solito si mantengono gli impegni e non si equivoca sulla persona da sposare.
I bambini si divertono, non come ovunque, ma come qui: tutti i giochi sono manuali o matematici e quando uno indovina e arriva prima degli altri vuol dire che ha vinto.
Le scuole di comunicazione (primarie e secondarie) sono affollatissime e durano anni, d'altronde sono le sole, altre non ce n'è, perchè non sappiamo insegnare nulla.
[...]
L’avevo spiegato male, lo sapevo. Ma volevo solo capisse che ci sono idee perse nel tempo e attraverso il tempo: e che arrivano fino a noi. Che una storia entra in un’altra e noi siamo l’ultima pagina soltanto. Che c’è un ‘prima’, c’è un ‘durante’, c’è un mare di cose nell’animo umano e non questa miseria senza parole che stiamo vivendo oggi a Selinunte.
[...]
tutte le parole scritte dagli uomini sono forsennato amore non corrisposto; sono un diario frettoloso e incerto che dobbiamo riempire di corsa, perché tempo ce n'è poco. Un immenso diario che teniamo per Dio, per non recarci a mani vuote all'appuntamento.
e poi vi inserisco una recensione "diversa"
Un critico ha definito quest’ultima prova di Vecchioni un “romanzo-canzone”, formula efficace e azzeccata, ma direi che questo racconto, questa storia è molto di più. Come lo stesso autore ha più volte detto, i testi di una canzone si esauriscono in un impatto di pochi minuti e devono avere la capacità di coinvolgere chi ascolta in quel breve lasso di tempo: altro è la letteratura, altro la poesia… Ed è qui appunto la differenza sostanziale: la lettura di un romanzo, sia pur breve, richiede del tempo e una poesia impone una riflessione che non si esaurisce nell’emozione di un momento. Le parole che leggiamo o che ascoltiamo recitate, la letteratura di tutti i tempi e di tutti i paesi, sono la nostra storia, quella collettiva e quella individuale e sono la possibilità di comunicare sentimenti e forse anche di provarli. Potere della parola, potere di chi l’ha usata con arte e regalandola a chi legge lo ha reso depositario di una grande eredità. Vecchioni professore, oltre che autore di canzoni. Assertore del grande ruolo civilizzatore della tradizione greca e della sua grande letteratura che ha saputo rappresentare tutte le possibili passioni degli uomini, che è stata creatrice del pensiero occidentale, così il citare Saffo (di cui lui stesso traduce il frammento riportato nel racconto) o Sofocle non è assolutamente esibizione erudita, ma impellenza intellettuale. La storia, una bella favola triste, coinvolge soprattutto per come viene narrata: anche qui sono le parole dell’autore a trattenere sulla pagina il lettore. Ma oltre a parabola sulla funzione della letteratura Il libraio di Selinunte è anche denuncia della rozzezza di chi teme e disprezza chi è diverso, soprattutto se il suo ruolo è intellettuale, se non aspira al denaro (perché il libraio non vende i suoi libri, ma li legge?), ma si rivolge semplicemente alle intelligenze, ai sentimenti degli uomini attraverso le parole dei grandi scrittori. La violenza che caccerà quell’uomo inerme è appunto l’arma di chi non sa usare l’intelletto e ne ha paura. Il ragazzino che ha raccolto l’eredità del libraio lo ha potuto fare solo infrangendo le regole del villaggio e della famiglia, regole di una società sempre più povera, di un mondo che vive di slogan, ormai afono o balbettante, regredito in nome del progresso.